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E se la Cina diventasse una potenza anche nel settore dei videogiochi? Fino a qualche anno fa, un’ipotesi del genere sarebbe stata impensabile. Oggi il vento è cambiato, almeno a giudicare dal clamoroso successo globale riscosso da Black Myth: Wukong, il primo videogioco made in China che ha impressionato pubblico, critica e addetti ai lavori. Uscito lo scorso 20 agosto per Playstation 5, Xbox Series X/S e Pc, in appena tre giorni questo titolo è riuscito a vendere complessivamente 20 milioni di copie in tutto il mondo.

È stato realizzato dallo studio cinese Game Science, è costato circa 75 milioni di dollari e ben sei anni di lavoro. Il risultato è un gioco di ruolo d’azione di livello assoluto, nonché primo videogioco AAA del Paese, gergo usato nel settore per indicare grandi produzioni ad alto budget e indipendenti.

Molto più di un videogioco

Al di là dei numeri e del successo riscontrato, cos’è che rende Black Myth un videogioco unico nel suo genere? Ambientato sullo sfondo del classico mito cinese di Wukong, il titolo offre un gameplay avvincente e una grafica mozzafiato con protagonisti i paesaggi cinesi.

Vestendo i panni di Sun Wukong – alias il Re Scimmia, una scimmia nata da una pietra che acquisisce poteri soprannaturali attraverso pratiche taoiste – il videogiocatore è chiamato ad affrontare Erlang, un dio guerriero con tre occhi, brandendo il jin gu bang, un leggendario bastone del peso di otto tonnellate.

L’intera storia, dunque, non è stata inventata di sana pianta. Al contrario, è un magistrale adattamento de Il viaggio in Occidente, il romanzo classico più famoso della letteratura cinese, pubblicato in maniera anonima nel 1590.

La storia del videogame si addentra nel passato della Cina fondendo la mitologia nazionale con un’estetica dark fantasy. La trama si snoda inoltre attraverso una quarantina di luoghi reali diversi, molti dei quali situati nella regione dello Shanxi, dove sono presenti molteplici siti culturali di interesse.

Non è un caso che, dopo l’uscita del titolo, gli appassionati cinesi abbiano letteralmente preso d’assalto luoghi del genere, come il tempio di Xiaoxitian, di Yuhyang e Foguang, alimentando un turismo interno di massa quasi senza precedenti.

Il nuovo soft power del Dragone

La popolarità di Black Myth è in linea con gli sforzi di Pechino volti a rafforzare il suo soft power e la sua produzione culturale. I media statali, intanto, hanno espresso il loro sostegno a questa iniziativa, affermando che incoraggerà i giocatori occidentali a conoscere la cultura cinese. “In passato i giocatori cinesi hanno attraversato questo processo di comprensione interculturale. Ora è il turno dei giocatori stranieri di imparare e comprendere la cultura tradizionale cinese”, ha scritto la China Central Television (CCTV). L’agenzia di stampa Xinhua ha affermato che l’uscita di Black Myth ha segnato una “coraggiosa incursione” degli sviluppatori cinesi in un mercato “a lungo dominato” dai titoli occidentali.

“Con questa innovazione, la lingua predefinita di un gioco AAA non è più l’inglese, ma il cinese”, ha aggiunto la stessa agenzia, mentre il portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning, ha dichiarato che la popolarità del gioco “dimostra il fascino della cultura cinese”.

Qual è l’obiettivo della Cina? Bilanciare l’influenza dei prodotti culturali stranieri a livello nazionale proponendo al contempo materiale autoctono di livello, proprio come Black Myth. Di pari passo, i videogiochi made in China e by China potrebbero promuovere l’immagine della nazione oltre la Muraglia, sopperendo alla mancanza di fabbriche culturali come Hollywood.

Secondo il China Game Industry Report del 2023, la Cina conta circa 668 milioni di videogiocatori; l’anno scorso le vendite all’estero di titoli sviluppati nel Paese hanno raggiunto quota 24,1 miliardi di dollari. Entro il 2027 dovrebbero esserci più di 700 milioni di giocatori e il mercato varrà 57 miliardi di dollari. Black Myth potrebbe essere soltanto il primo passo compiuto dal Dragone.  

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