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Il presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che ordina al Dipartimento di Giustizia di declassificare i documenti relativi a Crossfire Hurricane, la controversa indagine dell’FBI avviata nel 2016 per verificare le presunte collusioni tra membri della campagna elettorale di Trump e la Russia. Dopo circa due anni e mezzo di indagini e di macchina del fango, il procuratore speciale Robert Mueller arrivò alla conclusione che né Donald Trump né alcuno dei suoi collaboratori erano collusi con Mosca.
L’inchiesta si basava su un dossier redatto dall’ex spia britannica Christopher Steele e finanziato da Fusion Gps, Washington Free Beacon, dalla Campagna di Hillary Clinton e dal Comitato nazionale democratico. Secondo documenti declassificati nel 2020, la comunità d’intelligence e i principali funzionai dell’amministrazione Obama sapevano che il controverso rapporto era non attendibile. Nonostante ciò, nulla si fece per fermare sul nascere un’indagine che era, in realtà, una macchinazione volta a screditare Trump. E ora il tycoon vuole vederci chiaro, una volta per tutte.
L’apertura dell’indagine avvenne pochi giorni dopo un incontro del 28 luglio 2017, durante il quale l’allora direttore della CIA John Brennan informò l’allora presidente Barack Obama di una presunta proposta proveniente da uno dei consiglieri di politica estera della campagna di Hillary Clinton “per screditare Donald Trump sollevando uno scandalo che affermava un’interferenza del servizio di sicurezza russo”.
Russiagate, la ricerca della verità
L’ordine di Trump arriva a seguito di una una richiesta avanzata del presidente della Commissione Giustizia della Camera, Jim Jordan, che aveva sollecitato l’FBI a fornire chiarimenti sull’indagine. Jordan aveva chiesto all’agenzia di rispettare le richieste della sua commissione per fare luce sulla verità dietro quella che Trump e i suoi sostenitori considerano una “arma politica”.
Con l’ordine esecutivo, Trump ha incaricato il Procuratore Generale Pam Bondi di declassificare i file indicati in un precedente memorandum, pur mantenendo riservate alcune informazioni sensibili. Nel testo dell’ordine, il presidente ha specificato: “La mia decisione di declassificare i materiali sopra descritti non si estende a quelli che devono essere protetti dalla divulgazione in base agli ordini del Tribunale di Sorveglianza sull’Intelligence Straniera (FISC) e non richiede la divulgazione di informazioni personali identificabili o di altri materiali che devono rimanere riservati ai sensi della legge applicabile”.
Il mistero Joseph Mifsud
Chissà che tra i documenti declassificati dall’amministrazione Trump non si sia anche qualche indizio su Joseph Mifsud, il misterioso docente maltese e diplomatico al centro di questa contorta vicenda. Scomparso ufficialmente il 31 ottobre 2017, l’ultimo avvistamento del docente maltese al tempo collaboratore della Link University di Roma e della London Center of International Law Practice (Lcilp), risale al 21 maggio 2018 presso lo studio del suo avvocato Stephan Roh, a Zurigo, qualche mese dopo la sua scomparsa ufficiale.
Eppure Mifsud rimane l’uomo chiave del Russiagate e con le elezioni americane alle porte il suo nome sta tornando alla ribalta. Secondo la ricostruzione ufficiale, il docente disse, in un incontro dell’aprile 2016, a George Papadopoulos, consigliere della campagna di Trump, di aver appreso che il governo russo possedeva “materiale compromettente” (dirt) su Hillary Clinton “in forma di e-mail”. A quel punto l’ex consulente del presidente avrebbe ripetuto tali informazioni all’alto Commissario australiano a Londra, Alexander Downer, che a sua volte riferì tutto alle autorità americane. Da lì partì un filone d’indagine sulla presunta collusione tra russi e Trump che andava a sommarsi alle – false – rivelazioni contenute nel dossier Steele.
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