Una delle battaglie più silenziose ma anche più decisive per il futuro della Russia si sta combattendo non sul fronte ucraino ma su quello interno e potrebbe essere plasticamente rappresentata dal braccio di ferro tra Max e Telegram. Ovvero, tra la app voluta dal Cremlino e la app che, insieme con WhatsApp, raccoglie le più vaste preferenze dei russi in fatto di messaging.
Come in ogni saga che si rispetti, qui bisogna fare il classico passo indietro, con un riassunto anche sommario delle puntate precedenti. Da molti anni il Cremlino lavora a un progetto di stampo “cinese”, ovvero a una muraglia informatica che lasci filtrare in Russia solo le comunicazioni gradite o innocue e che, in caso estremo, possa permettere lo sgancio della Russia dalla Rete globale. Un “Internet sovrano” che è stato avviato nel maggio del 2019 con la legge federale N 90-FZ, che detta soprattutto due disposizioni: gli operatori di telecomunicazioni (obbligati a iscriversi a un registro statale) sono tenuti a installare apparecchiature statali nei punti di scambio del traffico per analizzare e filtrare il traffico, sia quello interno al Paese sia quello che attraversa il confine russo; e il Roskomnadzor (l’Agenzia federale per il controllo delle comunicazioni) è incaricato di controllare la gestione della Rete russa e bloccare l’accesso ai siti vietati in Russia.
L’iter della legge N 90-FZ coincide (siano nel 2018) con il primo tentativo delle autorità russe di bloccare Telegram, il social inventato nel 2013 dai fratelli Pavel (il volto noto) e Nikolaj (il genio di famiglia) Durov. In pochissimo tempo Telegram aveva conquistato gli utenti (100 mila utenti/giorno nel 2013, 15 milioni nel 2014, e nel 2021 diventerà l’app più scaricata nel mondo) e preoccupato il Cremlino per la totale riservatezza garantita a chi lo usa per messaggiare. La Legge Yarovaja, approvata nell’aprile 2018, chiedeva a Telegram di conservare le chiavi di crittografia di tutti gli utenti e di passarle all’FSB, il servizio segreto interno. Durov rispose che le chiavi non erano a sua disposizione perché conservate negli apparecchi degli utenti. Le autorità cominciarono a rallentare il traffico Telegram, poi provarono. bloccarlo (scontrandosi con colossi come Amazon e Google) e, per far breve una storia lunga, i Durov presero e si trasferirono negli Emirati Arabi Uniti, dove risiedono tuttora. Impotente, il Cremlino decise di “perdonarli” nel 2020, accantonando la questione.
E con questo siamo arrivati ai giorni nostri. Nel 2022 V Kontatke, il Facebook russo ch’era stato creato da Pavel Durov nel 2006, rilascia un’app di messaggistica chiamata Max che incontra scarso successo. Ma nel 2024 gli stessi sviluppatori si applicano a una nuova versione di Max dotata di sistemi di pagamento collegati ai colossi Alpha Bank e VTB Bank. È la svolta. Qualcuno, in alto, coglie la potenzialità della app e dopo una riunione cui partecipa anche Vladimir Putin arriva l’annuncio: Max deve diventare l’app di messaggistica ufficiale nazionale russa, sul tipo della giapponese Line, della sudcoreana Kakao Talk, della vietnamita Zalo o della cinese WeChat. Subito dopo Gosuslugi, l’agenzia russa per l’accesso ai servizi federali e municipali, viene integrata in Max, la cui installazione diventa obbligatoria per tutti i device in vendita dl 1° settembre del 2025.
Tutto questo è avvenuto dopo che V Kontakte è passato sotto il controllo di grandi aziende vicine al Cremlino (in particolare Gazprom e Sogaz) e si è dato come direttore generale Vladimir Kirienko, figlio del potente Sergej Kirienko, già premier ai tempi di Boris Eltsin e da anni uomo di fiducia di Putin (anche nel ruolo di capo della delegazione russa ai negoziati con Usa e Ucraina). E Max, al contrario di Telegram, trasmette tutti i dati degli utenti, il loro traffico, le conversazioni e le fotografie ai servizi di sicurezza. E questa è la ragione per cui stenta a sostituire Telegram presso i 120 milioni di utenti russi. Qualche settimana fa Vladimir Kirienko ha annunciato che Max aveva raggiunto la soglia di 107 milioni di utenti. Vero o no che sia, la realtà è che i russi installano Max per mettersi al coperto con le autorità, ma poi lo usano il meno possibile, o solo per le inevitabili relazioni con le amministrazioni locali o federali, continuando a preferire Telegram, anche a costo di dotarsi di VPN per potervi accedere in tranquillità.
E così, motivando il tutto con le solite “ragioni di sicurezza”, il Cremlino, che ha già vietato Facebook, Instagram, YouTube e X, ora se la prende con le VPN (un tentativo di bloccarle del tutto, qualche tempo fa, ha provocato enormi problemi alle banche) e con Telegram, che si vorrebbe messo al bando. La ragione è sempre la stessa, quella del 2018: mentre Max è, di fatto, una succursale tascabile dei servizi di sicurezza, Telegram è una piattaforma da questo punto di vista incorruttibile, nel bene e nel male aperta a tutti e chiusa alle infiltrazioni. È la filosofia di Durov e per questa ragione (cioè per il rifiuto di “consegnare” gli utenti) la Francia lo ha arrestato e altri 31 Paesi lo hanno bloccato in modo temporaneo o permanente. E non si tratta solo di dittature o autocrazie. La Norvegia, per esempio, considera l’app come una possibile minaccia alla sicurezza nazionale e nel marzo 2023 lo ha vietato a ministri, segretari di Stato e consiglieri politici sui dispositivi di lavoro. In Cina, Telegram è bloccato dal 2015. In Ucraina è stato sempre molto usato, anche dal presidente Zelensky, fino a quando si è scoperto che anche i russi lo impiegavano per i loro scopi, e allora sono partite le mozioni parlamentari per metterlo al bando, chiedendo che rimuovesse una serie di canali incriminati e aprisse un ufficio a Kiev. In India Telegram è sotto inchiesta, sempre per la stessa ragione: sul canale sono liberi e protetti non solo gli utenti normali ma anche i malfattori. In Iran, invece, Telegram è bloccato dal 2018, dopo essere stato usato in modo massivo durante una delle ricorrenti ondate di proteste anti-regime.
E proprio a proposito di Iran e Russia, Pavel Durov, al quale sicurezza e ironia non fanno difetto, nei giorni scorsi ha scritto (su Telegram, ovviamente) quanto segue: “L’Iran ha bandito Telegram anni fa, con un risultato simile a quello della Russia. Il governo sperava in un’adozione di massa delle sue app di messaggistica di sorveglianza, ma ha invece ottenuto un’adozione di massa delle VPN. Ora ai 50 milioni di membri della Resistenza Digitale in Iran se ne sono aggiunti altri 50 milioni in Russia“. La Resistenza Digitale… Chissà che un giorno non ci tocchi arruolarci.
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