Pochi giorni fa abbiamo dato conto, in queste pagine, dei ripetuti sforzi del Cremlino per creare una Rete russa “protetta” da influenze esterne, ovviamente per le “ragioni di sicurezza” che vengono sempre addotte in questi casi. E in particolare, abbiamo raccontato degli sforzi per diffondere tra i russi, per tutta una serie di impieghi (dall’home banking alla messaggistica ai rapporti con le amministrazioni locali e federali) l’app statale Max, cercando nel contempo di limitare o bandire Telegram, l’app di messaggistica che garantisce agli utenti la riservatezza dei dati e che oggi, dopo la messa fuorilegge di What’s App, è di gran lunga lo strumento più usato in Russia. Un tentativo non ancora giunto a compimento e già contestato, persino in Parlamento.
Arriva adesso, però, una ricerca del Levada Center di Mosca, il centro di ricerca sociologica più accreditato di Russia, da tempo inserito nell’elenco degli “agenti stranieri” (cioè le entità russe che ricevono finanziamenti dall’estero) dalle autorità, che contribuisce a spiegare perché il Cremlino si preoccupi così tanto di intervenire sui social.

La ricerca del Levada conferma un dato tradizionale per la Russia: il principale strumento di informazione resta di gran lunga la televisione. Però attenzione: se 15 anni fa lo era per il 93-94% dei russi, oggi lo è solo per il 61%. E l’impatto della Rete è devastante: basta sommare (perché la sovrapposizione degli utenti è inevitabile) il 27% di chi s’informa sui siti di notizie, il 38% di chi lo fa sui social, il 26% degli utenti di Telegram, il 7% di chi segue YouTube per superare il dato complessivo di Tv, stampa e radio messi insieme. Un’evoluzione non molto gradita nemmeno in Occidente e in altre parti del mondo (Telegram è bloccato o limitato in 31 Paesi) ma che in Russia, dove le autorità hanno l’ambizione di controllare la formazione dell’opinione pubblica, risulta assai preoccupante.
E lo diventa ancor più quando il dato generale sulla fruizione dei media viene incrociato con la fruizione per classi di età.

Perché la fruizione della Tv tocchi la media nazionale del 61% bisogna scavallare i 40 anni, e per andare oltre la media i 55. Radio (10% la media nazionale) e stampa (6%) devono invece aspettare gli over 55 per conquistare faticosamente la loro già bassa media di utenti. I giovanissimi e i giovani sono altrove. Il 54% dei 18-24 anni e il 52% dei 25-39 anni si informa sui social; lo fanno sui siti di notizie il 28% dei 18-24 anni e il 32% dei 25-39; usa Telegram per informarsi il 34% dei 18-24 e il 36% dei 25-39. Un responso inequivocabile, che ha resistito anche ai blocchi (di Facebook, Instagram, What’s App) decisi in precedenza. Tanto che ora l’offensiva è rivolta alle VPN (Virtual Private Network), i servizi che nascondono l’indirizzo IP dell’utente, garantendogli anonimato e privacy, e gli consentono di aggirare eventuali limitazioni geografiche.

Per finire, la tabella qui sopra. Si vede con assoluta evidenza che la fiducia nell’informazione televisiva resta relativamente alta presso coloro che sono convinti che la Russia sia sulla strada giusta (colonna arancione) e che approvano le decisioni di Vladimir Putin (colonna blu) mentre crolla tra coloro che (colonna gialla e colonna azzurra) la pensano al contrario. Il che delinea questo quadro: non sono più i media a determinare l’adesione politica ma, al contrario, è la posizione politica che determina la scelta del medium di riferimento. Da qui, chiaramente, la preoccupazione del Cremlino.
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