Ci sono strateghi politici—e poi c’è Roger Stone. Mr.Stone non si limita a muoversi tra le strutture del potere: le incarna. Con un guardaroba calibrato quanto le sue mosse politiche e una presenza che precede ogni parola, Stone si muove nel punto esatto in cui il teatro incontra la politica e dove l’immagine diventa parte integrante dell’influenza.
Definirlo un consulente sarebbe riduttivo. Stone è un creatore di miti, un marchio vivente, una figura immutabile nel retroscena della politica americana. Amato o temuto, il suo peso politico resta innegabile. È uno dei rari personaggi nella politica statunitense ad aver ricoperto sia il ruolo di kingmaker che quello di capro espiatorio—e ad averli entrambi interpretati con uguale, sfacciata maestria.
Pochi conoscono Donald Trump da così tanto tempo e da così vicino. Presentati nel 1979 dall’amico comune Roy Cohn, Stone non si è limitato a fare amicizia con il magnate newyorkese: ha intuito, molto prima di altri, il potenziale politico che ribolliva sotto l’apparenza da playboy.
“Ho capito prima di molti che Trump possedeva indipendenza, coraggio, resistenza e perseveranza per essere non solo un grande candidato, ma un grande presidente,” mi dice. “La sua vittoria nel 2024 è il più straordinario ritorno nella storia politica americana—e una testimonianza di tutte queste qualità”.

La sua carriera nasce sotto l’orbita di Richard Nixon. A soli vent’anni, entra nella campagna per la rielezione del presidente. Fedele fino alla pelle—letteralmente—Stone si è tatuato il volto di Nixon sulla schiena, un gesto che fonde devozione e provocazione. Dopo lo scandalo Watergate, anziché sparire dalla scena, si radica ancor più a fondo nella macchina repubblicana, giocando poi un ruolo chiave nella valanga elettorale che portò Ronald Reagan alla Casa Bianca nel 1980.
Quando gli chiedo cosa accomuna Nixon, Reagan e Trump, i tre presidenti al cui fianco ha lavorato, la risposta è immediata: “Tenacia. Dopo la truffa che ha segnato la sconfitta del 2020, i critici di Trump erano certi che non sarebbe riuscito a tornare. E invece ci è riuscito. Dicevano che Reagan fosse troppo vecchio dopo il 1976. Nixon perse per un soffio nel 1960. Ma tutti e tre fecero loro l’esortazione di Winston Churchill: ‘Mai arrendersi”.

Gli anni di Trump
Già alla fine degli anni Ottanta, Stone spingeva Trump verso la politica. Dove altri vedevano un personaggio da tabloid, lui scorgeva un leader populista. Anni dopo, avrebbe contribuito in modo decisivo alla vittoria del 2016. Lo stile? Spavaldo, teatrale, senza filtri—proprio come quello di Trump. Che agisse nei ranghi ufficiali o dai margini, l’impronta di Stone sul trumpismo resta inconfondibile.
Il suo approccio è sempre incisivo, sempre spregiudicato e sempre meticolosamente studiato. Gli chiedo qual è, secondo lui, la mossa politica più brillante della sua carriera, magari anche una che i suoi detrattori riconoscerebbero come geniale. Si appoggia allo schienale, sorride: “Non posso dirtelo, altrimenti dovrei ucciderti. Ma ti dirò questo: due persone possono custodire un segreto… se una delle due è morta”.
È tempo di addentrarsi nei giochi di prestigio della politica. Eccomi qui, nello Stato dorato dal sole della Florida, in missione per “catturare Roger Stone” e offrire al pubblico italiano uno sguardo autentico e senza filtri nella mente della figura più provocatoria della politica americana, un uomo che da oltre cinquant’anni domina la scena con uno stile spudoratamente inconfondibile.
Quando la politica diventa teatro, e la strategia fa il suo ingresso calzando mocassini Gucci e indossando un doppiopetto su misura, è lì che troverete Roger Stone.
Café Europa, Fort Lauderdale
Ci incontriamo nel suo rifugio abituale—una miscela di espresso, chiacchiere e atmosfera mediterranea. Il locale lo conosce bene, e lui conosce ogni angolo del locale. Nessuna presentazione necessaria. Completo blu su misura, camicia a righe sottili, bretelle, cravatta annodata alla perfezione, I mocassini Gucci. Il Martini arriva senza che lo ordini.
Non è una recita. Roger Stone è il personaggio.
Gli chiedo come la rielezione di Trump influenzerà l’Europa. La risposta è tagliente: “Con l’eccezione di Polonia, Ungheria e Romania, praticamente ogni nazione europea è condannata a causa della scelta sconsiderata di permettere un’immigrazione incontrollata. Posso solo pregare che la premier italiana Giorgia Meloni resti fedele al suo istinto iniziale e porti avanti un tentativo coraggioso di salvare l’Italia.”
L’Italia torna nel discorso quando affrontiamo il capitolo Russiagate—una vicenda che ha coinvolto Stone personalmente e Roma a livello geopolitico. Gli chiedo se la desecretazione dei documenti porterà giustizia. “Purtroppo no,” risponde. “Ho ormai concluso che il tanto atteso rapporto del procuratore speciale John Durham abbia omesso molte informazioni cruciali su quello che ritengo sia stato il più grande inganno nella storia politica americana: un abuso di potere in cui l’intero apparato dello Stato, con le sue straordinarie capacità d’intelligence, è stato utilizzato—sulla base di prove fabbricate—per rovesciare un presidente regolarmente eletto, Donald J. Trump. Per quanto lo desideri, non credo che qualcuno verrà mai davvero punito”.

La grazia presidenziale
Il legame con Trump, già saldo da decenni, si è trasformato in lealtà incrollabile durante il capitolo più buio della carriera di Stone: la condanna nel 2019 per reati legati all’inchiesta sul Russiagate. Quando sembrava destinato a scontare la pena in carcere, fu proprio Donald Trump a intervenire. Nel luglio 2020, a pochi giorni dall’inizio della detenzione, il presidente firmò la grazia presidenziale.
“Donald Trump mi ha salvato la vita,” afferma senza esitazione. “Era perfettamente consapevole che sarei morto in prigione: ho 71 anni, soffro d’asma cronica e l’epidemia di Covid-19 stava imperversando nelle carceri federali. Non ha fatto quello che era politicamente più vantaggioso, ha fatto ciò che era giusto.”
Le ombre della Storia
Roger Stone ha sempre abitato il confine tra cronaca ufficiale e verità taciute. Con “The Man Who Killed Kennedy: The Case Against LBJ”, aveva già tracciato legami e indicato mandanti, molto prima che i documenti desecretati iniziassero a confermare quanto lui aveva intuito.
“Con la recente diffusione di un’audioregistrazione in cui due stretti collaboratori di Lyndon Johnson parlano apertamente del fatto che fu lui ad assumere Malcolm ‘Mac’ Wallace—le cui impronte digitali furono ritrovate sulla cornice della finestra e sulle scatole che costituivano il cosiddetto ‘nido del corvo’ dal quale furono sparati i colpi dalla Texas School Book Depository—e con la testimonianza di sei testimoni oculari che videro un uomo con le sue sembianze al sesto piano, credo che la mia tesi abbia ricevuto nuove, potenti conferme. Johnson era alla guida del complotto per assassinare Kennedy. Con lui: la CIA, la criminalità organizzata e i magnati del petrolio texani”.

Stone non si è mai limitato a commentare la storia. L’ha vista per ciò che era, quando ancora nessuno osava guardare.
Lo stile come strategia
Di sangue siciliano e ungherese, Stone indossa la sua eredità culturale come un abito su misura: con disinvoltura, ma con rigore. È devoto all’eleganza italiana, non come fine estetico, ma come dichiarazione di potere. Abiti sartoriali, camicie con iniziali ricamate, un richiamo costante a Fred Astaire. Lo stile, per lui, non è frivolezza—è armatura.
“L’impatto visivo è fondamentale,” mi dice. “Le persone reagiscono a ciò che vedono, che si tratti di una comparsa televisiva o di un incontro in strada. I miei riferimenti? Edoardo VIII, Gary Cooper, Fred Astaire, Cary Grant.”

Alla domanda se lo stile possa influenzare la sostanza in politica, risponde deciso: “Senza dubbio. Non dico che tutti debbano vestirsi come me. Ma ogni uomo dovrebbe coltivare un proprio stile distintivo”.
E se potesse rifare il look a un politico, chi sarebbe?
“Santo cielo… il senatore John Fetterman della Pennsylvania“, esclama, esasperato. “È un insulto all’istituzione del Senato e ai milioni di cittadini che rappresenta il fatto che si presenti in aula con pantaloni cargo e felpa con cappuccio—che, a dirla tutta, sembra anche poco pulita. Urge un buon sarto. Se vuole essere preso sul serio come senatore, dovrebbe almeno vestirsi come tale. Per fortuna, la proposta di Chuck Schumer di abolire l’obbligo di giacca e cravatta per gli uomini (e di abito per le donne) in Senato è stata respinta da un voto formale.”
Il sangue italiano
Quando parliamo d’Italia, il tono si fa giocoso, ma resta tagliente. Gli imperatori, i gladiatori, l’arte della sopravvivenza e dello spettacolo: tutto ciò, in qualche misura, lo riguarda.
“Diciamo che sono italiano dalla vita in giù,” scherza. “Ma la mia parte siciliana? Mi rende sentimentale… per questo, quando accoltello, lo faccio dritto nel petto.”
Solo Roger Stone potrebbe trasformare una minaccia in una battuta elegante.
Eredità e potere
Il documentario di Netflix “Get Me Roger Stone” lo ha reso familiare a un pubblico globale. Ma quanto era fedele al vero Stone?

“Forse ha colto la mia tenacia e creatività,” concede. “Ma l’idea che io abbia distrutto il Partito della Riforma per aiutare i Bush è pura invenzione. Una menzogna firmata Wayne Barrett—che oggi, sono certo, brucia all’inferno.”
Se c’è un’opera in grado di raccontare davvero la sua visione politica, è il suo libro bestseller “The Bush Crime Family”. “Consigliai a Reagan di non mettere Bush sul ticket del 1980,” sottolinea. Il suo prossimo libro, Bush Whacked, promette rivelazioni ancora più esplosive, compresa quella che definisce “la vera storia del tentato assassinio di Ronald Reagan.”
Roger Stone non segue le regole—le scrive. Nel suo manuale “Stone’s Rules”, raccoglie non solo le sue tattiche spregiudicate, ma un vero e proprio codice provocatorio per la vita e per la politica.
Quando l’ultimo sorso di Martini si perde nel crepuscolo di Fort Lauderdale, gli rivolgo una domanda finale: se dovesse aggiungere un’ultima regola al suo manifesto, quale sarebbe? “‘Chi parla per primo, perde,’” risponde senza esitazione. “In qualsiasi trattativa, lascia che sia l’altro a mostrarsi per primo. L’ho imparato da mio nonno, che vendeva verdure fresche ai moli di New York.”
È chiaro: Roger Stone non è solo un capitolo della politica americana. È un genere.
E in un mondo dove la strategia indossa l’abito, resta ancora l’uomo meglio vestito sulla scacchiera del potere.
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