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Nulla potrà cancellare il massacro condotto da Hamas il 7 ottobre 2023, che ha provocato la morte di 1.200 israelianI, in larga parte civili. Tuttavia, è indubbio che sono ancora troppi i punti oscuri che riguardano quella drammatica giornata, a cominciare dallo sconcertante flop dell’intelligence di Tel Aviv. Ne abbiamo parlato con il ricercatore e analista di politica internazionale Roberto Iannuzzi, autore del saggio edito da Fazi Editore Il 7 ottobre tra verità e propaganda. L’attacco di Hamas e i punti oscuri della narrazione israeliana (Collana Le Terre, 156 pagine, 12 euro).

Iannuzzi, secondo documenti analizzati da emittenti locali Israele sapeva in anticipo dell’attacco di Hamas del 7 ottobre. Come interpretare questa notizia? 

“I documenti sono numerosi. Vale anche la pena ricordare il documento segreto dal nome in codice “Mura di Gerico” che, secondo rivelazioni del New York Times, descriveva punto per punto il piano che Hamas avrebbe portato a termine, ed era in possesso dell’intelligence israeliana almeno un anno prima dell’attacco. Vale la pena ricordare che, secondo inchieste del quotidiano israeliano Haaretz, un piano di questo tipo, nelle sue linee generali, era noto al Governo e agli apparati di sicurezza israeliani fin dal 2014. Insomma, quello del 7 ottobre non è stato un fulmine a ciel sereno, ma la messa in atto di un piano che Hamas teneva nel cassetto da anni, e di cui Israele era a conoscenza. Nei mesi precedenti l’attacco, numerose segnalazioni su preparativi che Hamas stava compiendo sono state trasmesse dai livelli più bassi dell’intelligence ai vertici dirigenziali, che le hanno regolarmente scartate. Non è facile spiegare questo cortocircuito. Incompetenza? Strano, perché in altre occasioni l’intelligence israeliana si è rivelata sofisticatissima, e perché solo i dirigenti hanno negato l’evidenza di quanto stava per accadere. Sono loro che dovrebbero rispondere, in primo luogo agli israeliani. Ma ogni indagine sul 7 ottobre fino a questo momento è stata rimandata, possibilmente alla fase postbellica”.

Come spiega nel libro, la narrazione israeliana dei tragici fatti del 7 ottobre contiene dei lati oscuri. Ce li può riassumere? 

“Innanzitutto il cosiddetto “fallimento dell’intelligence” al quale abbiamo appena accennato, forse il maggiore degli enigmi che ruotano attorno al 7 ottobre, perché se i vertici degli apparati di sicurezza avessero fatto il proprio dovere, il bilancio di quel tragico giorno sarebbe stato molto più contenuto. In secondo luogo, la reazione scomposta dell’esercito israeliano quel giorno, all’insegna dell’improvvisazione e dell’uso sproporzionato della forza. I militari hanno utilizzato carri armati ed elicotteri da combattimento in contesti urbani, in situazioni confuse nelle quali non era chiaro chi fossero i palestinesi, e se avessero o meno con sé degli ostaggi. È probabile che un numero non trascurabile (forse decine) di vittime israeliane siano state causate dal fuoco incrociato e dall’uso eccessivo della forza da parte dell’esercito di Tel Aviv. Infine, c’è tutta la questione delle presunte atrocità di Hamas, i bambini decapitati, la donna incinta squartata, gli stupri, le mutilazioni sessuali. Ebbene, la maggior parte di questi episodi è stata smentita, o dalla stessa polizia, o da inchieste della stampa israeliana. Anche un paio di rapporti dell’ONU confermano che, se alcuni episodi di violenza sessuale possono essersi verificati (come spesso accade in simili contesti di guerra), non si può parlare però di una tattica sistematica, e non vi è alcuna prova che i vertici di Hamas abbiano ordinato l’uso dello stupro come arma di guerra. In altre parole, siamo stati oggetto di una campagna di propaganda volta a demonizzare gli uomini di Hamas, a descriverli come esseri disumani, per giustificare la violentissima rappresaglia messa in atto da Israele a Gaza. Il che naturalmente non vuol dire che Hamas non abbia commesso violenze e atrocità quel giorno, o che non abbia ucciso centinaia di civili”.

Come giudica la copertura dei media rispetto al 7 ottobre e alla successiva operazione militare di Israele a Gaza? 

“Parziale e superficiale. Non c’è stato alcun tentativo di verificare le notizie orribili che ci sono state raccontate sul 7 ottobre. Sarebbe bastato fare quello che ho fatto io nel libro, andare a verificare le fonti israeliane. E invece, queste notizie hanno continuato a circolare sulla stampa italiana e occidentale anche dopo che in Israele erano state smentite. Se è stato arricchito di particolari truculenti, poi rivelatisi falsi, ciò che è avvenuto il 7 ottobre, la copertura della successiva immane devastazione di Gaza è stata invece molto carente”.

Lei scrive che Israele sembra combattere una “guerra esistenziale” senza limiti. Questo può portare a un tragico allargamento del conflitto? 

“Il governo Netanyahu ha descritto Hamas come una minaccia esistenziale per Israele che va annientata militarmente e politicamente, paradossalmente proprio dopo che gli apparati di sicurezza ne avevano colpevolmente sottovalutato la pericolosità il 7 ottobre. In altre parole, i vertici israeliani sono passati da un eccesso all’altro. Ma eliminare militarmente Hamas è un’operazione destinata al fallimento, a meno che Israele non voglia annientare l’intera popolazione palestinese. Perché siamo di fronte a un gruppo di resistenza radicato nella popolazione stessa, la cui ideologia peraltro è sostenuta anche al di fuori della Palestina (basti pensare alla Turchia e al Qatar, due Paesi che storicamente hanno aiutato il movimento). Israele si trova dunque in un’impasse strategica perché, malgrado l’immane devastazione provocata a Gaza, Hamas è tuttora militarmente vitale, mentre il Governo Netanyahu non ha elaborato alcuna soluzione politica alternativa da imporre nella Striscia. Inoltre stiamo assistendo alla saldatura della crisi di Gaza con quella in atto sul confine libanese, dove Hezbollah è intervenuto a sostegno del gruppo palestinese. Se non ci sarà un cessate il fuoco a Gaza, il rischio di allargamento del conflitto è concreto. Il punto chiave dovrebbe essere chiaro: questa crisi non ha una soluzione militare”.

Hamas è davvero paragonabile all’Isis? 

“Ovviamente no. Questo è un altro esempio delle semplificazioni della propaganda di cui abbiamo parlato prima. I due gruppi sono perfino nemici, perché traggono ispirazione da differenti ideologie religiose. L’Isis si fonda sull’ideologia wahhabita sorta nella penisola araba, intollerante perfino nei confronti delle altre confessioni islamiche, come lo sciismo. Hamas è invece un alleato dell’Iran sciita. Il gruppo palestinese è una costola nata dai Fratelli Musulmani egiziani , e inizialmente era addirittura un’organizzazione nonviolenta ed apolitica, dedita all’assistenza della popolazione. Hamas aderisce alla resistenza contro Israele solo con la prima Intifada del 1987, e ricorre all’uso delle armi, inizialmente contro obiettivi esclusivamente militari, solo due anni più tardi. Nel 2018, il gruppo ha preso parte alla cosiddetta “Marcia del Ritorno”, manifestazione eminentemente pacifica lungo il confine di recinzione della Striscia. Anche in quel caso Israele ha soffocato la protesta nel sangue”.

Quanto è fondata secondo lei l’accusa di “genocidio” mossa contro Israele? 

“Le dimensioni dello sterminio messo in atto a Gaza sono davvero spaventose. Ma la mia può anche essere liquidata come un’opinione personale. Rilevo però che, fin dai primi mesi dell’azione militare israeliana, esperti come Raz Segal, storico israeliano e studioso dell’Olocausto, e Omer Bartov, professore israelo-americano di studi sull’Olocausto e sui genocidi, avevano paventato questo rischio. E a gennaio, la Corte Internazionale di Giustizia ha accolto come “plausibile” la mozione sudafricana che accusava Israele di genocidio. A marzo, poi, è uscito un dettagliatissimo rapporto dell’ONU sulle conseguenze dell’operazione militare israeliana, intitolato “Anatomia di un genocidio”, il quale conclude che vi è ragione di ritenere che la soglia indicante che Israele stia commettendo un’azione genocida sia stata raggiunta”.

A proposito di propaganda, come ha documento Haaretz, sembra che Israele abbia condotto un’operazione per influenzare l’opinione pubblica americana. Cosa ne pensa? 

“L’intera narrazione degli eventi del 7 ottobre e della successiva distruzione di Gaza è stata plasmata dalla propaganda. Influenzare l’opinione pubblica americana era particolarmente importante per Israele, visto il ruolo chiave che Washington ha giocato a sostegno dell’operazione militare israeliana. Quello che colpisce, però, è la quasi totale assenza di reazione a questa campagna propagandistica. I mezzi di informazione occidentali ormai non svolgono alcuna funzione di controllo. Fungono da meri portavoce dei Governi, siano essi quello israeliano o quello americano. Si potrebbe fare un discorso analogo per la crisi ucraina. Il problema è che quando ci si discosta troppo dalla verità, si cominciano addirittura a prendere decisioni politiche che sono fondate su una realtà fittizia, con esiti ovviamente disastrosi”.

Secondo lei gli Stati Uniti e l’amministrazione Biden sono davvero interessati a raggiungere una tregua a Gaza? 

“Per mesi la Casa Bianca ha fondamentalmente sostenuto l’azione bellica israeliana senza alcuna limitazione. L’amministrazione Biden ha però compreso che a Gaza ci vuole una soluzione politica. Ed ha anche capito che più si protrae il conflitto più aumentano le possibilità di un suo allargamento, con il rischio che gli Stati Uniti vengano risucchiati dentro. Il problema è che neanche Biden ha in mano una soluzione valida. La promessa americana di uno Stato palestinese è solo sulla carta. In realtà, il massimo che la Casa Bianca propone è una ripresa dei negoziati, senza limiti temporali. Una condizione inaccettabile anche per alleati arabi come l’Arabia Saudita. Inoltre Washington vorrebbe riportare a Gaza l’amministrazione dell’ANP di Abu Mazen, ma ci sono due problemi. In primo luogo, l’ANP è una struttura corrotta e inefficiente, malvista dagli stessi palestinesi. Secondariamente, questa soluzione è rifiutata dal governo Netanyahu, che non vuole riportare Gaza e la Cisgiordania sotto un’unica amministrazione, temendo che essa diventi l’anticamera per uno Stato palestinese che Netanyahu non vuole concedere. Per altro verso, l’amministrazione Biden ha dimostrato di non essere in grado di esercitare alcuna pressione reale su Israele. Siamo in piena campagna presidenziale, e l’aiuto della lobby ebraica a Washington è troppo importante. Siamo dunque in un vero e pericolosissimo vicolo cieco, perché quanto più si trascina il conflitto tanto più aumentano i rischi regionali”.

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