A urne aperte in Moldavia Pavel Durov ha sganciato una vera e propria “bomba”: la Francia avrebbe fatto pressione su Telegram, la piattaforma di messaggistica fondata dal magnate russo con cittadinanza transalpina, degli Emirati Arabi Uniti e di Saint Kitt and Nevis.
Il voto in Moldavia e le ingerenze
Su X il 41enne Durov, arrestato nell’agosto 2024 a Parigi e rilasciato a marzo 2025 quando si è recato a Dubai, ha scritto esplicitamente che il governo di Emmanuel Macron gli avrebbe fatto pressione per eliminare dei canali presentati come potenzialmente diffusori di “disinformazione”. O, in altre parole, di poter danneggiare le chances della presidente europeista Maia Sandu di mantenere il potere assieme al suo Partito di Azione e Solidarietà (Pas) con cui è stata rieletta di misura nell’ottobre scorso.
Proprio durante il suo periodo d’arresto, Parigi avrebbe esercitato pressione sull’imprenditore fermato nella capitale francese per presunte negligenze nel prevenire attività criminali su Telegram.
Le accuse di Durov
Durov scrive che mentre era in arresto “servizi segreti francesi mi hanno contattato tramite un intermediario, chiedendomi di aiutare il governo moldavo a censurare alcuni canali Telegram in vista delle elezioni presidenziali”. Per il fondatore di VK e Telegram, un funzionario dell’intelligence transalpina gli promise un aiuto di fronte ai giudici in caso di collaborazione.
Durov ordinò un’indagine a Telegram ritrovando una manciata di canali problematici, prontamente rimossi, salvo poi rifiutarsi di intervenire su una seconda lista comprendente canali che, spiega Durov, “erano legittimi e pienamente conformi alle nostre regole. L’unica cosa che avevano in comune era che esprimevano posizioni politiche sgradite ai governi francese e moldavo”: Macron, lo ricordiamo, è un grande sostenitore della presidente Sandu, ritenuta volto dell’europeismo di Chisinau, in un contesto che però ha spesso visto il Paese polarizzato.
La narrazione prevalente sulla Moldavia è che a una componente moderna, progressista e aperta al futuro, nonché apertamente europeista, la società del Paese ne affianchi una retrograda, filorussa e reazionaria incarnata dalla figura dell’ex presidente Igor Dodon, leader del Partito Socialista. Durov ha lasciato intendere che la Francia gli abbia chiesto di censurare contenuti legati a questa seconda cordata del potere moldavo.
Un’accusa inquietante
Un’accusa durissima, quella dell’imprenditore, che se confermata aprirebbe un’inquietante pagina della presenza di operazioni di condizionamento nei Paesi in bilico dell’Europa orientale. Significativamente, Durov ha parlato il giorno delle elezioni parlamentari in Moldavia, a mesi di distanza, dopo esser stato liberato molto dopo la rielezione di Sandu. Certamente le sue parole andranno provate ma ad oggi è difficile dare la Francia al di sopra di ogni sospetto dopo l’ondata di dubbi che circondano la vicenda del fondatore di Telegram, peraltro tutto fuorché assimilabile alla figura di un agente del Cremlino, con cui si è più volte scontrato.
Non è la prima volta che si parla di incontri tra Durov e funzionari dell’intelligence francese durante il periodo di detenzione dell’imprenditore. Parigi, in nome della trasparenza che ogni democrazia dovrebbe garantire, è perlomeno chiamata a dimostrare la falsità delle affermazioni di Durov se le ritiene infondate. Il caso-Moldavia rischia di essere l’ennesima conferma di un difficile rapporto tra i Paesi europei e una libertà d’espressione che sembra più garantita agli amici piuttosto che ai rivali.
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