Dopo la recente ammissione della Cia emerge un altro pezzo di verità sul Russiagate, 9 anni dopo l’inchiesta che tentò di dimostrare una presunta collusione tra la campagna di Donald Trump nel 2016 e il Cremlino. Un rapporto esplosivo pubblicato nelle scorse ore dal Direttore dell’Intelligence Nazionale, Tulsi Gabbard, getta una luce inquietante sull’Intelligence Community Assessment (ICA) del 6 gennaio 2017, che accusava il presidente russo Vladimir Putin di aver “sviluppato una chiara preferenza” per Donald Trump e di aver “aspirato ad aiutare le sue possibilità di vittoria” nelle elezioni presidenziali USA del 2016.
L’inchiesta, condotta da un team della House Permanent Select Committee on Intelligence (Hpsci) e citata dal giornalista Matt Taibbi, rivela che il rapporto si basava su quattro pezzi di “evidenza”, tutti di dubbia credibilità, incluso il famigerato Steele Dossier. Sorprendentemente, le altre tre fonti erano ancora meno affidabili, tanto da essere definite “manipolazioni delle manipolazioni” da Alexa Henning, vice capo dello staff dell’Odni.
Le prove fragili dell’Ica
L’Ica, redatta da soli cinque analisti della Cia selezionati personalmente dall’allora direttore John Brennan, si basava su tre rapporti di intelligence umana (Humint) e sul controverso Steele Dossier. Tuttavia, l’inchiesta Hpsci, condotta con oltre 2.300 ore di analisi presso la sede della Cia, ha smantellato pezzo per pezzo la validità di queste fonti:
- Il “frammento”: La principale “prova” che Putin avrebbe voluto favorire Trump era un’unica frase, descritta come “scarsa, poco chiara e non verificabile”. Questo frammento, tratto da uno dei 15 rapporti Cia utilizzati, affermava che Putin contava sulla vittoria di Trump. Tuttavia, i cinque analisti hanno interpretato la frase in cinque modi diversi, e inizialmente l’avevano esclusa dal rapporto per la sua ambiguità. Fu Brennan a ordinarne l’inclusione, nonostante fosse considerata un possibile “errore di trasmissione” e non soddisfacesse gli standard di pubblicazione.
- L’email misteriosa: La seconda “prova” era un’email senza data, senza mittente identificato, senza destinatario chiaro e senza classificazione di sicurezza. Proponeva di inserire un funzionario pro-Cremlino nel team elettorale di Trump per migliorare le relazioni USA-Russia. La sua origine era così incerta che persino il paese di provenienza (forse l’Ucraina) è stato censurato, anche per il presidente Obama, senza giustificazioni di sicurezza. Gli investigatori Hpsci l’hanno definita “implausibile, se non ridicola”.
- Rapporti diplomatici contraddittori: La terza “evidenza” si fondava su rapporti diplomatici, mediatici e di Signals intelligence (Signit). Tuttavia, il Signit non citava Trump, il rapporto di liaison risaliva al 2014 (prima della sua candidatura), e il rapporto diplomatico era un’analisi post-elettorale dell’ambasciatore USA a Mosca. Quest’ultimo riportava un commentatore russo che suggeriva una possibile collaborazione tra Trump e Putin “come uomini d’affari”. Al contempo, lo stesso cablo citava il vice ministro degli esteri russo Sergei Ryabkov, che smentiva ogni “euforia” per la vittoria di Trump, in contrasto con quanto sostenuto dall’ICA.
Il ruolo controverso del Steele Dossier
Il quarto pilastro dell’Ica era l’ampiamente screditato Dossier Steele, documento finanziato dalla campagna di Hillary Clinton, dal Washington Free Beacon e dal Comitato Nazionale Democratico (Dnc) tramite lo studio legale Perkins Coie-
Anche questo è stato oggetto di critiche interne: due dei cinque analisti Cia lo consideravano privo dei “minimi standard di tradecraft“. Quando gli analisti espressero dubbi, Brennan avrebbe risposto: “Sì, ma non sembra vero?”. Allo stesso modo, agenti dell’Fbi incaricati di verificare il dossier ammisero di non poterlo confermare, ma furono istruiti a utilizzarlo comunque, poiché i vertici dell’Fbi e Brennan lo ritenevano “la cosa giusta da fare”.
Omissioni deliberate e intelligence soppressa
Il rapporto Hpsci non si limita a smontare le prove a favore della tesi dell’Ica, ma rivela anche come informazioni cruciali siano state deliberatamente omesse. Un’importante fonte, descritta come un “confidente noto” di Putin, riferì che il leader russo non aveva preferenze su chi avrebbe vinto le elezioni USA, sottolineando che Putin considerava entrambi i candidati principali (Trump e Hillary Clinton) vulnerabili e facilmente “manovrabili” dalla Russia.
Questo rapporto, insieme ad altre informazioni di intelligence che contraddicevano la narrazione dell’ICA, fu escluso dal documento finale.
Le informazioni sulla Clinton trattenute da Putin
Un altro elemento sorprendente è che, secondo il rapporto, il servizio di intelligence estero russo (Svr) possedeva un “arsenale” di informazioni compromettenti su Hillary Clinton, potenzialmente più dannose di quelle già diffuse da Wikileaks. Queste includevano dettagli su presunti problemi psicologici di Clinton, come “scoppi d’ira incontrollati” e l’uso di “tranquillanti pesanti”, oltre a incontri segreti con organizzazioni religiose Usa per ottenere supporto in cambio di finanziamenti del Dipartimento di Stato.
Nonostante queste informazioni fossero in mano russa già a gennaio 2016, Putin avrebbe scelto di non divulgarle, anche quando i sondaggi si restringevano nelle ultime settimane della campagna elettorale.
Per mesi, il Russiagate ha dominato i riflettori mediatici, etichettando come “filo-russo” o “complottista” chiunque osasse sfidare la narrazione ufficiale. Noi di InsideOver non abbiamo mai dubitato della natura manipolatoria di questa vicenda. Per continuare a raccontarla al meglio, abbiamo bisogno di te: dei tuoi suggerimenti, delle tue idee e del tuo sostegno. Unisciti a noi, abbonati ora!

