Un nuovo scontro tra la redazione di Politico e il suo proprietario tedesco, Axel Springer, ha portato a un duro chiarimento: chi vuole lavorare per il celebre giornale politico di Washington non può mettere in discussione l’esistenza di Israele. Il Ceo Mathias Döpfner ha dichiarato senza mezzi termini che i dipendenti che non condividono i «principi essenziali» dell’azienda – tra cui il sostegno incondizionato a Israele come patria sicura per gli ebrei – possono cercare lavoro altrove.
L’ultimo episodio della tensione, che cova dall’acquisizione di Politico da parte di Axel Springer nel 2021, è scoppiato la scorsa settimana, quando alcuni giornalisti hanno inviato una lettera alla nuova direzione. Nella missiva, ottenuta da Jewish Insider, i redattori accusavano Döpfner di usare la testata «per promuovere la sua agenda politica» e di mettere a rischio la «reputazione di fonte imparziale» del giornale. Le critiche facevano riferimento ad alcuni controversi articoli di opinione in cui il manager esortava l’Europa a schierarsi con Israele e Stati Uniti e definiva l’Iran «aggressore» e «terrorista».
Nell’editoriale, il Ceo si è espresso senza mezzi termini a favore di un’azione militare contro l’Iran, ribaltando la realtà dei fatti e dipingendo Teheran come l’aggressore. «L’aggressore in Iran – una minaccia esistenziale per noi – ha per anni perseguito sistematicamente le armi nucleari. Nulla – nessun accordo, nessun appello alla pace, nessuna stretta di mano presidenziale – è finora riuscito a fermarlo», ha scritto Döpfner nero su bianco.
La presa di posizione ha suscitato le proteste, sacrosante, di numerosi giornalisti che ancora ritengono la deontologia professionale un valore non negoziabile. Proteste dirette contro un editore che, evidentemente, antepone la propria agenda politica e i propri interessi alla correttezza dell’informazione. Il legame tra Döpfner e Israele, dopotutto, non è affatto un mistero: nell’ottobre 2025 il presidente israeliano Isaac Herzog gli ha conferito la più alta onorificenza civile israeliana, la Medaglia d’Onore Presidenziale (insieme a Miriam Adelson) proprio per il suo «coraggio contro l’antisemitismo» e il «sostegno incrollabile a Israele» dopo il 7 ottobre 2023.
Tensioni nella redazione di Politico
Durante una telefonata con i dipendenti, Döpfner ha respinto al mittente ogni critica. «Nessuno dovrebbe lavorare per Axel Springer non condividendo i principi essenziali, o in disaccordo con anche uno solo di essi», ha affermato, secondo la registrazione ottenuta da Jewish Insider. «Se questi valori non sono attraenti, posso solo raccomandare di lavorare per altre aziende. Ci sono molte opzioni dove i valori non giocano un ruolo simile».
Döpfner ha anche infiammato gli animi difendendo la propria descrizione dell’Iran. In risposta a una domanda di un giornalista, che gli faceva notare che definire «aggressori» gli ayatollah senza prove non rispetterebbe gli standard giornalistici, il Ceo ha replicato: «Per me questi fatti – che gli iraniani stanno lavorando alla bomba atomica e che sono aggressori da decenni – sono così ovvi, così provati, quasi come dire che l’America è la più grande democrazia del mondo. Non devo dimostrarlo». Il manager ha ricevuto il sostegno tacito dei vertici di Politico presenti, tra cui il nuovo caporedattore Jonathan Greenberger e il fondatore John Harris.
Il paradosso segnalato da Greenwald
L’episodio ha scatenato un acceso dibattito sulla libertà di espressione nelle redazioni moderne. Il giornalista investigativo e Premio Pulitzer Glenn Greenwald ha commentato la notizia con un intervento che sta facendo il giro dei social media, sottolineando una palese contraddizione: «Vale sempre la pena ricordare – ha scritto Greenwald – che i giornalisti americani che lavorano per Politico sono liberi di mettere in dubbio il “diritto di esistere” del Libano, dell’Iran, dell’Arabia Saudita, del Perù, dell’Indonesia, della Norvegia, della Nigeria e persino degli Stati Uniti. È severamente vietato, tuttavia, esprimere la stessa opinione su Israele».
Ha poi aggiunto: «Stanno davvero facendo tanto qui per combattere la percezione diffusa che l’ortodossia filo-israeliana e la fedeltà al sionismo siano necessarie per fare carriera nei media aziendali statunitensi.Potrebbe essere che questa percezione resista, e generi così tanto risentimento, proprio perché è vera?»
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