Andrea Pirlo aveva il contratto in tasca. La firma che lo avrebbe consacrato erede di Gennaro Gattuso — e di Silvio Baldini — sulla panchina più prestigiosa d’Italia sembrava questione di ore. Ma la scelta di Paolo Maldini e Leonardo per ridare slancio alla Nazionale si è scontrata con un ostacolo che nulla ha a che fare con schemi tattici o risultati sul campo: il clima di russofobia diffuso in Europa già prima dell’invasione dell’Ucraina del 2022.
Pirlo e il messaggio sui social
Pirlo, dunque, non sarà il prossimo commissario tecnico e Paolo Maldini sembra essere pronto a lasciare, insieme a Leonardo. L’attuale allenatore dello United FC di Dubai è stato costretto a rompere il silenzio con un post sui social, dopo la bufera mediatica degli ultimi giorni, per prendere atto della decisione di Giovanni Malagò. Lo ha fatto con parole che sanno di delusione e amarezza: «La collaborazione professionale oggetto delle recenti polemiche nasce nell’ambito del mio percorso lavorativo negli Emirati Arabi Uniti ed è esclusivamente di natura commerciale e sportiva. Attribuire a tale collaborazione un significato politico significa attribuirmi convinzioni che non ho mai espresso e che non mi appartengono».
Un accordo a cui, una volta sulla panchina azzurra, avrebbe probabilmente rinunciato. Ma ormai era troppo tardi. In Italia, chi intrattiene rapporti di varia natura con Mosca rischia di essere trattato come un appestato o un traditore, soprattutto da chi si arroga il diritto di dettare la verità storica e zittire chiunque la pensi diversamente.
Il capo d’accusa: Fonbet e il legame con Mosca
L’accusa? Un contratto da ambasciatore globale per Fonbet, società russa di scommesse riconducibile a Sergey Lomakin, magnate che possiede anche la squadra allenata da Pirlo. Di per sé, i rapporti con il gioco d’azzardo avrebbero già creato problemi con le norme FIGC. Ma l’accusa che ha davvero fatto tremare i palazzi del calcio è un’altra: fare da testimonial a un’azienda russa. Come se fosse un reato. «Nel corso della mia carriera, prima da calciatore e oggi da allenatore, ho sempre svolto la mia attività nel pieno rispetto delle leggi dei Paesi in cui ho lavorato e dei contratti che ho sottoscritto», ha ribadito Pirlo.
L’ex campione di Brescia, Milan e Juventus è finito — insieme a Maldini e alla stessa Juventus — nel tritacarne mediatico alimentato da una minoranza rumorosa ma influente. «Accolgo con soddisfazione la scelta di non nominare Andrea Pirlo Ct della Nazionale. È una scelta giusta e doverosa, considerato ciò che Pirlo ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin», ha scritto su X Paola Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo che più di tutti, sostenuta da Carlo Calenda e dal presidente del Senato, La Russa, ha condotto questa guerra contro il campione bresciano. La stessa Picierno che, tuttavia, non esita a incontrare con nonchalance lobby israeliane di estrema destra – nello specifico, un’organizzazione di ex militari che sostiene le iniziative e gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, ndr – per poi ergersi a giudice morale degli altri. Davvero complimenti per la coerenza.
In questa vicenda, il dibattito sportivo è stato travolto da un clima nel quale il fanatismo di una sparuta minoranza, che rappresenta a malapena il 5% degli italiani, prevale sulla ragione e sul buon senso e su ciò che pensa la stragrande maggioranza degli italiani. Che magari erano divisi sulla scelta di Pirlo come allenatore, ma per ragioni sportive. Non per via di questa delirante campagna politico-mediatica che, purtroppo, ha avuto successo. Perché fermiamoci un attimo e guardiamo ai fatti. Cosa ha fatto davvero Pirlo? Ha mai inneggiato a Putin, giustificato l’invasione o diffuso propaganda filo-Cremlino? Non esiste una registrazione, un’intervista, un tweet in tal senso. Esiste solo un rapporto di lavoro con un’azienda russa collegata alla squadra che allena. Nel calcio moderno, sponsor e scommesse viaggiano spesso di pari passo con calciatori e allenatori. Se ci scandalizziamo di questo, allora il calcio dovrebbe chiudere.
Un clima politico sempre più asfissiante
Questa vicenda restituisce l’immagine di un clima politico di maccartista memoria che qualcuno vuole imporre anche qui, in Italia, come se fossimo la Lituania o la Polonia. Sembra la replica dello stesso copione già utilizzato contro intellettuali e voci scomode: come nel caso del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, «punito» dall’Unione europea per aver aperto il padiglione russo. Si alza il polverone, si grida alla “minaccia russa” e il contraddittorio viene sepolto sotto una coltre di sospetti. Così un grande ex calciatore viene allontanato dalla panchina dell’Italia non perché ritenuto inadeguato sul piano tecnico, ma perché la sua immagine è stata giudicata «contaminata» dal contatto con una società di un Paese considerato un «nemico assoluto».
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