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Media e Potere

Pinocchio Calenda non conta niente ma quelli che lo applaudono sì e vogliono la censura

Le bugie di Calenda nel dibattito con Jeffrey Sachs vengono applaudite da un fronte compatto che ha un solo scopo: censurare il dibattito.
Carlo Calenda

Abbiamo già spiegato, con una certa dovizia di particolari, perché nel confronto Tv tra Carlo Calenda e Jeffrey Sachs, il vero “bugiardo” e “propagandista” sia stato Calenda, che invece ha rivolto tali epiteti a Sachs. Non vale la pena, quindi, di tornare sulle balle che il leader di Azione ha provato a raccontare. Ma ancor più interessante del dibattito (ingiusto chiamarlo così: Sachs avanzava delle opinioni, più o meno condivisibili, Calenda insultava, il conduttore lasciava fare) è il post-dibattito, ancor più indicativo dello sprofondo culturale e politico in cui ci troviamo.

Partiamo da Calenda. Sui suoi social si vanta molto del risultato acquisito e dice di aver avuto il plauso di nomi di prestigio internazionale. Quelli che cita sono: la premio Pulitzer Anne Applebaum, la premio Nobel per la pace nel 2022 Oleksandra Matviichuk, del viceministro degli Affari esteri ucraino, Sergyi Kyslytsya, di Gideon Rachman, capo dei commentatori esteri del Financial Times, dell’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Martin Selmayr, della giornalista ucraina Nona Mikhelidze. A parte Rachman, sono tutti ucraini. Pare piuttosto ovvio che se vai raccontando che gli Usa non misero mano allo svolgimento dell’Euromaidan del 2014 (falso) e che tutti gli ucraini erano compattamente pro-rivoluzione (falso), raccogli gli applausi degli ucraini che sostengono questa tesi, che in Ucraina tra l’altro è tesi di Stato. Io sono tifoso del Torino e so benissimo che se vado in curva Maratona e grido “Juve merda”, qualcuno che mi applaude lo trovo.

In più, Calenda ci mette una dose di furbizia da mercato del pesce. In due casi si fa scudo di importanti titoli professionali ma tace il resto. La Applebaum ha certo vinto il Pulitzer ma è la moglie del ministro degli Esteri della Polonia Radoslaw Sikorski, quello che scrisse su X “Grazie Usa!” quando fu fatto saltare in aria il gasdotto Nord Stream. E la Nobel Matviichuk, stimabilissima, è pur sempre ucraina. E si torna alla curva Maratona.

Infantilismo calendiano a parte, quello da tener d’occhio è il coro dei pro-Calenda, pronti a lanciarsi sui social in appassionati attestati di stima e di sostegno. Un coro così compatto da far pensare che tutto l’insieme, dalla performance Tv del nostro al seguito, fosse in qualche modo organizzato. Se uno va a rivedere il video del dibattito (qui sotto) non può non notare che Calenda parte con gli insulti quasi a freddo, non certo in una fase concitata di scambi dialettici. E il coro di queste ore è troppo compatto per non sembrare combinato.

Ma combinato a no che sia, il coro ha una caratteristica precisa. Non prova nemmeno a dire che Calenda ha ragione e perché, cosa che sarebbe impossibile visto che ci sono abbondanti prove che gli Usa misero mano nello svolgimento dell’Euromaidan e che non tutti gli ucraini erano d’accordo con la protesta, anzi, che il Paese era spaccato. Chiede, sic et simpliciter, che a quelli come Sachs sia negato il dibattito. Che non siano mai chiamati in Tv o dai giornale. Che sia tolto loro il diritto di parola. In poche parole, che siano fatti sparire. E si capisce bene perché.

Perché le balle di Calenda sono il pensiero unico, poco pensiero e molto unico: nel senso che non deve esistere alcun’altra versione di quella che viene agitata e che serve, tra l’altro, a tenere in piedi l’attuale strategia europea, in cui il riarmo è chiamato a porre rimedio a una crisi industriale ed economica profondissima (Andrea Muratore racconta proprio oggi lo sprofondo della Germania, con produzione industriale al ribasso, export in crisi e 10 mila disoccupati al mese in più) nata dalle scelte fatte all’inizio dell’invasione (criminale) russa dell’Ucraina, quando invece di spegnere il fuoco e regolare poi i conti si pensò di regolare facilmente i conti con Mosca e semmai spegnere il fuoco dopo. Quando (settembre 2022) la Von der Leyen, applaudita freneticamente dai Calenda di mezza Europa, spiegava che i russi erano allo sbando, che la loro industria militare era a pezzi e che per far volare i missili usavano i microchip delle lavatrici. Ci sono i video su Youtube a ricordarci quei meravigliosi momenti. Chi non rispetta la linea, poco o tanto che sia, deve essere annullato. Per questo chiunque sgarri, da Sachs in sù o in giù, è uniformemente putiniano. O pensi quel che si vuole obbligatorio pensare o sei complice del nemico. Le posizioni terze, quelle cui quasi sempre arrivano le persone intelligenti in questioni così compelsse, non esistono. Non devono esistere.

Quindi il problema non è Sachs, non sono le sue opinioni più o meno condivisibili. Il vero tema è: non deve parlare nessuno che non sostenga quella versione, che alla prova dei fatti si è rivelata penosamente fallimentare. Non è un caso, quindi, che molti Paesi dell’Unione Europea, e da parte della Ue stessa, in maniera più o meno aperta si attuino o si mettano allo studio provvedimenti giustificati con le migliori intenzioni (combattere la pedofilia, limitare le fake news…) ma che ottimamente si prestano a limitare drasticamente la libertà d’espressione. Oggi Roberto Vivaldelli ci parla di quanto sta avvenendo in Germania, con quelli che a illustri giuristi tedeschi paiono progetti di censura di Stato. Ma c’è il famoso Chat control comunitario, le azioni censorie nei dibattiti elettorali altrui, i soldi distribuiti ai media compiacenti o da compiacere, le balle di Stato e quant’altro. La lista è lunga ma punta in un’unica direzione. La stessa dei sostenitori di Carlo Calenda.

Pur nel suo provincialismo, il dibattito politico italiano rimanda, a volte senza volerlo, a grandi questioni internazionali che stanno definendo il nostro mondo di domani. Occorre grande attenzione, e un po’ di forza per non farsi travolgere dalla marea di luoghi comuni e false verità. Noi ci proviamo, ogni giorno. Diventa uno di noi, abbonati a InsideOver!

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