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Abbondantemente commentato, circola molto sui social lo spezzone di trasmissione in cui Carlo Calenda si confronta con l’economista e professore della Columbia University Jeffrey Sachs al quale, a un certo punto della discussione, dà del “bugiardo” e del “propagandista putiniano”. Circola, il video, anche perché Calenda lo promuove, essendone a quanto pare orgoglioso. Non ci sarebbe alcuna ragione per occuparsi di una cianfrusaglia politica come Calenda, e ancor meno dei suoi show televisivi, se non fosse che tutto in quello pseudodibattito (dove peraltro si è permesso a uno degli interlocutori di insultare l’altro, non bello) è perfettamente esemplare della distorsione ideologica che subiamo da anni e che ha portato l’Europa nel vicolo cieco in cui ora si trova.

Intanto, vale la pena di sottolineare lo squilibrio di competenze. Sachs, 70 anni, ha un importante passato come consulente di Governi e capi di Stato: lo è stato per il Governo polacco nel 1989, per Mikhail Gorbaciov nel 1990-1991, per il team economico del presidente russo Boris Eltsin nel 1991-1993 e per quello del presidente ucraino Leonid Kuchma nel 1993-1994. Poi dal 2001 al 2018 è stato consigliere speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite, prima con Kofi Annan e poi con Antonio Guterres. Altrimenti detto, e con rispetto parlando, Sachs si occupava ad altissimo livello di Russia e Paesi circostanti quando Calenda, nato nel 1973, faceva con risultati altalenanti il liceo e aveva appena messo incinta la segretaria del patrigno.

Ma non importa. Calenda, in seguito, è stato vice-ministro dello Sviluppo economico (2013-2016) e poi ministro dello stesso dicastero (2016-2018) con due premier ora superatlantisti come Paolo Gentiloni e Matteo Renzi. Qualche competenza dovrebbe averla anche lui.

Le umiliazioni cinesi della Ue

E questo ci riporta al dibattito di cui sopra. Sachs esprime le sue opinioni, che possono essere condivise o meno. I lettori di InsideOver ne hanno appena avuto un saggio e, da persone adulte, possono serenamente giudicare. A chi scrive, per esempio, del suo intervento televisivo è parsa molto convincente la parte in cui ha criticato l’assenza di una diplomazia europea, che si è schiacciata su quella americana e ha rinunciato a ogni forma di comunicazione con quelli che considera rivali sistemici, la Russia e la Cina. Ma se non parli con gli avversari, con quelli che ti preoccupano, con chi parli? A che serve una diplomazia? E i risultati si vedono. In luglio la delegazione europea formata da Ursula von der Leyen, la responsabile della politica Estera Kaja Kallas e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, arrivata a Pechino per trattare sulle politiche commerciali, è stata a dir poco umiliata. E in questi giorni, come ha raccontato Roberto Vivaldelli in queste pagine, il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha dovuto annullare una visita in Cina, programmata da tempo, perché nessuno dei dirigenti cinesi era disponibile a riceverlo. Quanto alla Russia non serve parlarne.

Ma nella visione di Calenda va bene così, è giusto così. Anche se poi dice che la trattativa Ue sui dazi con Trump è stata un disastro. Sarebbe interessante capire come sarebbe potuta andare diversamente, se ci siamo amputati di ogni spazio di manovra politica e se abbiamo affidato tre dei dicasteri più importanti della Commissione europea a esponenti dei piccoli Paesi baltici, che sono più filoamericni di molti americani: la Kallas, già citata, già premier dell’Estonia, alla Politica estera; Andrius Kubilius, già premier della Lituania, al commissariato per la Difesa e lo spazio; e Valdis Dombrovskis, ex premier della Lettonia, alla politica economica e finanziaria.

Ma dove Calenda rivela tutta la propria pochezza è quando ricicla l’armamentario tipico della politica europea di quest’ultimo decennio, lo stupidario ideologico che ci ha portati nell’attuale situazione. Primo capitolo: la famosa dipendenza energetica dalla Russia. Calenda ricorda di essere andato, da ministro, a trattare coi russi sul gas, anche se c’era già stata l’occupazione della Crimea e anche se, allora, spendeva parole al miele per la Russia (si veda qua sotto).

Calenda dice di essersene pentito ma non dice perché lui e il Governo di cui faceva parte si comportavano in quel modo. La risposta la diamo noi per lui: perché ci conveniva. Perché la famosa “dipendenza” l’Europa l’ha cancellata con un tratto di penna (quindi non era questa gran schiavitù) ma con quel tratto ha rinunciato anche ad avere energia sicura (abbiamo importato petrolio e gas russo dai primissimi anni Sessanta) a prezzi accettabili, mandando a catafascio il proprio modello economico. E cacciandosi nella situazione per cui Mario Draghi, che da premier trattava gli italiani come dei minus habens rimproverando loro di preferire i condizionatori alla libertà, oggi piange i costi eccessivi dell’energia che penalizzano la competitività europea. E propone di lasciar perdere la Ue ma di affidarsi di volta in volta, problema per problema, a “coalizioni di volenterosi”. Un bel risultato, no?

Ma Calenda rivela tutta la pochezza intellettuale di questo modo di affrontare i problemi quando Sachs dice che nel 2014, lui presente a Kiev, i maneggi degli Usa contribuirono a far andare le cose come andarono. È lì che Calenda gli dà del bugiardo e del propagandista putiniano. Ma non solo: dice che nel 2014 gli ucraini (attenzione: gli ucraini) si ribellarono per non finire sotto l’influenza russa.

Non c’è una sola parola di Calenda, in questi passaggi, che contenga una minima percentuale di verità. Sui maneggi degli americani non ci sono più dubbi. Vale come primo esempio la famosa affermazione con cui la vicesegretaria di Stato Victoria Nuland rivendicava i 5,1 miliardi di dollari spesi per “promuovere la partecipazione civica e il buon governo”; o la telefonata in cui la Nuland e l’ambasciatore Usa a Kiev, Geoffrey Pyatt, prima della fuga del presidente Viktor Yanukovich e del ribaltone, discettavano su chi sarebbe stato il prossimo primo ministro dell’Ucraina, che poi, guarda caso, fu proprio il loro preferito, Arsenij Jaceniuk.

Come andò nel 2014

E poi la questione “degli ucraini” che non volevano sottostare all’influenza russa. Calenda fa finta di non sapere (e se non lo sa, peggio ancora) che non era affatto così. C’è un’infinità di ricerche sul campo, incontestabili, che raccontano una realtà ben diversa. Nel 2013, con l’Euromaidan in pieno corso, USAID (l’agenzia Usa per lo sviluppo, quella detestata da Trump) pubblicò uno studio da cui risultava che il 37% degli ucraini desiderava l’adesione alla Ue mentre il 33% preferiva l’adesione all’Unione doganale proposta dalla Russia. Stesso studio: il 35 chiedeva di intensificare le relazioni con la Ue, il 34% quelle con la Russia.

Ricerca dell’istituto americano Gallup (pubblicata nel marzo 2014): il 17% degli ucraini considerava la Nato “una protezione” mentre il 29% la considerava una minaccia (e il 44% non sapeva giudicare). Adesione alla Ue: 52% di sì nell’Ucraina occidentale, 55% in quella centrale, 19% in quella orientale. Fedeltà alla Russia: 25% di consensi nell’Ucraina occidentale, 42% in quella centrale, 60% in quella orientale.

Ricerca del Razumkov Center di Kiev (maggio 2013): il 41,7% si pronuncia per l’integrazione nella Ue, il 31% per l’adesione all’Unione doganale proposta dalla Russia, il 13,5% per il non allineamento rispetto a entrambe.

Ricerca del Kiev International Institute of Sociology (febbraio 2014): il 23% supportava il presidente in carica Janukovich, il 40% la protesta e un 32% si diceva neutrale.

Ricerche Usa e Ucraine, come si vede, nessun filoputiniano di mezzo. Quindi dire, come fa Calenda, che “gli ucraini” erano tutti schierati contro la Russia è una bugia (se Calenda è preparato) o una mistificazione, in ogni caso un’affermazione, questa sì, di propaganda non suffragata dai fatti. Furono proprio i maneggi degli Usa, della Ue e degli oligarchi ucraini a far pendere la bilancia da un lato piuttosto che dall’altro. E per finire con il famoso dibattito Tv: da un lato c’era uno studioso come Sachs, con decenni di esperienza sui temi trattati, che esprimeva opinioni personali, giuste o sbagliate che possiamo ritenerle; dall’altra un politicante come Calenda che, per sua stessa ammissione, di opinioni su quel tema ne ha già cambiate diverse, ora sostiene tesi ideologiche e non rispondenti ai fatti e dà del bugiardo e del propagandista agli altri. Fate voi.

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