In un editoriale pubblicato il 28 novembre che ha fatto rapidamente il giro del mondo e dei social, il prestigioso Financial Times – da sempre tra i giornali più influenti nel sostenere la causa ucraina – ospita un commento che rompe definitivamente il tabù e riconosce quello che fino a ieri era considerato eretico e che su InsideOver abbiamo ribadito per mesi e mesi: continuare la guerra rischia di portare Kiev alla stessa resa territoriale di oggi, ma in condizioni molto più umilianti. A scriverlo nero su bianco è l’autorevole analista militare Franz-Stefan Gady, Senior Fellow presso l’Institute for International Strategic Studies e già consulente per le forze armate europee e statunitensi. Non esattamente il profilo di un “putiniano”.
L’analisi del Financial Times: Kiev in trappola
Gady, con un parallelo letterario spietato, paragona la situazione ucraina al celebre Catch-22 di Joseph Heller, capolavoro del 1961 il cui titolo è entrato nel linguaggio comune come una situazione senza via d’uscita. L’Ucraina, scrive Gady, si trova esattamente in quella trappola: rifiutare la proposta russa di ritirarsi da tutto il Donetsk (inclusi Sloviansk e Kramatorsk) è la scelta razionale di chi non vuole arrendersi senza combattere; ma continuare a combattere, con un quadro militare che peggiora costantemente, rischia di consegnare alla Russia l’intero Donbass – o peggio – nel 2026, eliminando l’ultimo ostacolo a un cessate il fuoco e lasciando Kiev con lo stesso risultato, solo a condizioni infinitamente più svantaggiose di quelle odierne.
La conclusione di Gady è chiara: “Le scelte dell’Ucraina potrebbero ridursi a ‘cattivo ora, o possibilmente peggio dopo’. Il Donbass non può essere abbandonato senza lotta, eppure combattere minaccia le stesse concessioni imposte in condizioni molto più brutali mentre la promessa di supporto occidentale si fa più incerta e le prospettive di una pace veramente giusta si allontanano” afferma.
Parole che il corrispondente del FT a Kiev, Christopher Miller, ha rilanciato immediatamente su X, a testimonianza che anche nella redazione del giornale britannico la narrazione della “vittoria inevitabile” di Kiev è definitivamente crollata.
“L’Ucraina negozia da una posizione di debolezza”
Gady sottolinea – con buona pace dei vari Severgnini secondo cui è la Russia a essere “impantanata” e a cercare disperatamente un accordo – che quando “si negozia da una posizione di debolezza” (come l’Ucraina) “un Paese si trova spesso di fronte a una scelta tragica: continuare a combattere nella speranza di un accordo migliore o accettare perdite punitive ora e rischiare disordini interni”. I leader, afferma, “spesso “scommettono sulla resurrezione” – continuare a combattere a lungo dopo che la sconfitta sembra probabile – sperando di evitare di addossarsi le colpe in patria”.
Certo, qualcuno obietterà che si tratta di un editoriale firmato da un esperto e non necessariamente della linea ufficiale del Financial Times. Giusto. Ma è significativo che l’articolo sia stato condiviso sui social proprio dal corrispondente da Kiev del giornale, Christopher Miller: un segnale chiaro che quell’analisi non è affatto isolata o eccentrica.E un commento di questo tono, sul FT, sarebbe stato semplicemente impensabile solo poche settimane fa. Evidentemente ci è voluto uno scandalo di dimensioni colossali – di quelli che stanno travolgendo l’Ucraina in questi giorni – perché anche sulle colonne del Financial Times si cominciasse finalmente a fare i conti con la realtà.
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