L’operazione militare congiunta Usa-Israele contro l’Iran, ufficialmente denominata Operazione Epic Fury, è stata rapidamente ribattezzata da migliaia di utenti online come Operazione Epstein o Coalizione Epstein. La tesi alla base di questa denominazione è che la guerra non sia stata scatenata per motivi strategici ma per distogliere l’attenzione dalla pubblicazione recente dei file legati al finanziere-pedofilo Jeffrey Epstein e all’enorme scandalo che ha generato, a livello internazionale, la diffusione di tali documenti.
In fondo, non sarebbe certo la prima volta che un presidente americano viene accusato, più o meno giustamente, di tentare di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni. Capitò a Bill Clinton quando, nel pieno dello scandalo sessuale con Monica Lewinsky, nell’agosto 1998, ordinò all’esercito Usa di lanciare missili da crociera contro presunti campi di addestramento di Al-Qaeda in Afghanistan e contro una fabbrica farmaceutica in Sudan (Al-Shifa), accusata di produrre precursori per armi chimiche legate a Osama bin Laden. Sempre Clinton venne accusato, l’anno seguente, di aver avviato la campagna aerea contro Belgrado per deviare l’attenzione dal processo di impeachment in corso per via del medesimo scandalo. Successe anche negli anni Sessanta quando Lyndon B. Johnson venne accusato di aver strumentalizzato l’incidente del Golfo del Tonchino – che portò alla risoluzione del Congresso e all’escalation della guerra – per rafforzare la sua immagine di leader.
Tuttavia, in questo caso c’è di mezzo il controverso finanziere e predatore sessuale Jeffrey Epstein, che era notoriamente ebreo, e legare la campagna militare al suo nome rende queste denominazioni apparse online e sui social “antisemite” secondo l’Anti-Defamation League (Adl), organizzazione accusata in passato di confondere volutamente antisemitismo con antisionismo e con le legittime critiche nei confronti della politica israeliana. Nel 2022, come ricorda il Guardian, il CEO dell’Anti-Defamation League Jonathan Greenblatt scatenò aspre polemiche equiparando l’opposizione a Israele alla supremazia bianca, definendo l’antisionismo come puro e semplice «antisemitismo» in un discorso ai leader dell’organizzazione.
Oggi, secondo l’Anti-Defamation League (Adl) e altre organizzazioni citate dal Washington Post, collegare Epstein alla guerra è «antisemita». Il motivo principale starebbe nel collegamento implicito (e spesso esplicito) tra Epstein – che era ebreo – e, secondo Adl, presunti «controlli occulti» su politica estera americana, élite finanziarie e decisioni belliche a favore di Israele. Oren Segal, senior vice president dell’ADL per il counter-extremism, ha dichiarato che tali denominazioni «sono srare rapidamente strumentalizzate da attori estremisti per promuovere narrazioni antisemite che legano élite ebraiche presunte, sfruttamento minorile e controllo sugli affari USA».
L’Adl sostiene che questa narrazione colleghi direttamente i file Epstein a presunte prove di «controllo sionista sulla politica, collusione con la classe dominante e legami tra Israele/Mossad e pedofilia». Sul banco degli imputati dell’organizzazione c’è anche l’influencer conservatrice Candace Owens che avrebbe ricondiviso un’immagine generata dall’AI di Trump circondato da bandiere israeliane, suggerendo che gli USA stessero «bombardando» gli iraniani perché «controllati dagli ebrei», commentando: «Operation Epstein Fury fully explained». Secondo altri esperti citati dal Washington Post come Bret Schafer dell’Institute for Strategic Dialogue l’obiettivo sarebbe quello di attirare traffico con contenuti sensazionalistici su Epstein per poi veicolare messaggi anti-USA/anti-Israele, inclusi appelli a «stare con l’Iran».
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