No, Francesca Albanese non ha lodato Hamas

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Negli ultimi giorni si è molto discusso delle parole pronunciate da Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati. Diversi media hanno rilanciato alcune sue frasi in cui parlava di Hamas, isolandole dal contesto e riducendo la complessità del suo discorso a un titolo scandalistico. Il risultato è stata la costruzione di una narrazione secondo cui Albanese avrebbe “lodato” Hamas o addirittura ne avrebbe legittimato le azioni armate. In realtà, ascoltando l’intervento per intero, appare chiaro che l’intento era un altro: restituire complessità a un fenomeno politico che nel dibattito pubblico occidentale viene spesso ridotto alla sola dimensione militare.

Albanese ha ricordato che, al di là della violenza che contraddistingue l’ala armata, Hamas non è comparso improvvisamente il 7 ottobre 2023, come se fosse un’entità nata dal nulla. È una realtà politica e sociale che affonda le sue radici negli anni Ottanta, nata come costola dei Fratelli Musulmani, e che nel 2005 ha vinto le elezioni legislative palestinesi, considerate dagli osservatori internazionali tra le più trasparenti mai tenute nella regione- frase detta appunto da alcuni Osservatori internazionali e non da Francesca Albanese . Dopo quella vittoria, Hamas ha assunto il controllo della Striscia di Gaza, diventandone l’autorità di fatto.



Questo significa che non si è limitato alla dimensione militare, ma ha gestito ospedali, scuole, istituzioni pubbliche, garantendo in parte la tenuta di un tessuto sociale fragile e continuamente colpito dalle politiche israeliane di blocco e bombardamento.

Nel suo discorso, Albanese non ha mai parlato di “giusto” o “sbagliato”, non ha pronunciato giudizi morali né espresso forme di approvazione. Ha semplicemente affermato che Hamas non può essere ridotto alla definizione di “banda di tagliagole”, perché questa immagine non restituisce la realtà complessa di un movimento che, al di là delle sue azioni armate, ha avuto e continua ad avere un ruolo nella vita quotidiana di due milioni di persone a Gaza. Una descrizione, non un encomio. Un’analisi di contesto, non un sostegno politico.

Eppure, decontestualizzando singole frasi, alcuni media hanno preferito offrire l’immagine di una funzionaria ONU che “difende Hamas”, generando polemiche sterili e distogliendo l’attenzione dal cuore della questione: la necessità di comprendere la realtà in tutta la sua articolazione.

Post del Middle East Monitor in cui viene presentato il titolo: “Hamas forza politica eletta, non banda di tagliagole”. Frase de-contestualizzata se non si racconta il contorno delle affermazioni di Francesca Albanese.

È proprio contro questa semplificazione che Francesca Albanese ha voluto reagire. Non ha “difeso” Hamas, non ha fatto un panegirico delle sue azioni, ma ha ricordato che la realtà non si riduce mai a un solo fotogramma. Dire che Hamas ha avuto un ruolo amministrativo e sociale non significa giustificarne la violenza, ma semplicemente riconoscere un dato storico.

Ed è su questa linea che si è espresso anche il suo richiamo al modo in cui molte persone parlano del movimento senza conoscerne la storia o senza interrogarsi sulle condizioni che ne hanno favorito la crescita. È un invito a guardare oltre, a uscire dalla logica binaria che divide il mondo in “assassini da una parte e vittime dall’altra”, e a interrogarsi sulle cause profonde di un genocidio che da decenni devasta la vita di milioni di persone.

Il problema non è dunque quello che Francesca Albanese ha detto, ma quello che è stato estrapolato e rilanciato senza contesto. È il meccanismo della decontestualizzazione che trasforma una frase in una sentenza, che appiattisce un’analisi in una presunta presa di posizione politica. Albanese non ha lodato Hamas, non ha negato le sue responsabilità, non ha assolto alcuna violenza. Ha solo cercato di fare ciò che un osservatore dovrebbe sempre fare: raccontare la realtà per quella che è, con tutte le sue contraddizioni e le sue ombre.