Alla fine si tratta pur sempre soltanto di sport, di gare, di atleti che aspettano quattro lunghi intensi anni per avere una ribalta globale e per vincere una medaglia che cambierebbe la vita. Il Cio, il comitato olimpico internazionale, promuove una netta distinzione tra politica e sport, imponendo nel suo statuto la separazione tra la governance politica da quella sportiva e, tra le altre cose, il divieto di intromissione dei vari governi nella gestione dei vari comitati olimpici nazionale. Tuttavia, è innegabile che quando si è davanti a un’Olimpiade è impensabile e impossibile scindere del tutto l’aspetto sportivo da quello politico. Dietro i cinque cerchi, in poche parole, ci sono anche storie, vicissitudini ed eventi dal sapore politico e dalla grande rilevanza geopolitica. In vista di Parigi 2024, ripercorriamo la storia di alcune edizioni delle Olimpiadi dal forte impatto extra sportivo e in grado di avere una rilevanza andata ben oltre l’ambito e l’aspetto legato alle gare.
Il duello con Los Angeles
L’Olimpiade a Mosca è stata ospitata nel 1980, un periodo non certo semplice in ambito internazionale. A posteriori, è possibile affermare che da lì a breve quel mondo diviso in due blocchi è destinato a finire: appena sei anni dopo dopo i Giochi, Gorbacev inaugurerà le riforme della perestroika, nove anni dopo invece cadrà il muro di Berlino e nel 1991 infine verrà ammainata per sempre la bandiera rossa dal Cremlino. Ma quando la fiaccola olimpica è entrata a Mosca, la guerra fredda tra Urss e Usa era ancora ben sentita e il confronto tra il mondo comunista e quello a guida statunitense ancora ben avvertito. Dunque, i Giochi del 1980 sono da subito stati caratterizzati dalla contrapposizione tra il Cremlino e la Casa Bianca. Anzi, nessuno in quel momento pronosticava la fine di quell’ordine internazionale nel giro di appena un decennio.
Il confronto in salsa olimpica del 1980 è iniziato sei anni prima della kermesse, in fase di assegnazione: nel 1974 infatti, nel corso della sessione del Cio svolta a Vienna, la sfida era tra la capitale sovietica e una delle città più emblematiche degli Usa, ossia Los Angeles. A spuntarla, non senza stupore, è stata Mosca grazie al voto di 39 delegati olimpici. La votazione tenuta a Vienna non ha mancato di avere strascichi politici ed ha rappresentato una sorta di anticipazione di quello a cui, esattamente sei anni dopo, si assisterà in mondovisione: ossia, un’accesa disputa tra sovietici e statunitensi con le Olimpiadi sullo sfondo.
I primi proclami di boicottaggio
La scelta di Mosca ha subito comportato dibattiti sull’effettiva opportunità di portare in territorio sovietico i cinque cerchi. Del resto, era la prima volta che un evento del genere veniva assegnato al di là della cortina di ferro. Prima di allora, nessun paese comunista aveva avuto modo di ospitare kermesse di rango internazionale: dai mondiali di calcio ai gran premi di Formula Uno, l’Europa orientale legata al Patto di Varsavia era rimasta fuori dai grandi tornei. Nessuno quindi, in fase di avvicinamento ai Giochi, si era illuso che a Mosca sarebbe filato tutto liscio. E quando nel dicembre del 1979 l’Urss, in risposta alla chiamata di un governo che aveva preso da poco il potere a Kabul con un golpe, ha inviato le proprie truppe in Afghanistan non c’è voluto molto per chiamare in causa proprio le Olimpiadi.
L’allora presidente Usa, Jimmy Carter, ha infatti iniziato ad evocare il boicottaggio di Mosca 1980. La Casa Bianca, in particolare, ha provato a mettere pressione il Cremlino paventando il fallimento della kermesse olimpica per costringere i leader sovietici a lasciare l’Afghanistan. Ma, in ossequio al clima di quel periodo, nessuna delle parti in causa ha voluto demordere: l’Urss non ha minimamente pensato di porre termine alle operazioni in territorio afghano e gli Usa hanno confermato l’intenzione di non mandare gli atleti a Mosca.
Dagli Usa alla Cina, le nazioni che disertano i Giochi
Dagli Usa in effetti, nel giorno in cui allo stadio olimpico di Mosca Leonid Breznev ha pronunciato la formula per l’apertura ufficiale dei Giochi, non è arrivato nessuno. Lungo la pista di atletica dello stadio non ha sfilato nessun atleta a stelle e strisce, né tanto meno sono stati inviati delegati o rappresentanti diplomatici in tribuna. Per Washington, più semplicemente, quelle Olimpiadi non esistevano.
Il boicottaggio statunitense ha trascinato con sé anche quello di almeno altre 64 nazioni. Tra queste ad emergere era la Cina, il cui comitato olimpico ha quindi dovuto rinunciare alle prime Olimpiadi del dopoguerra a cui Pechino avrebbe potuto prendere parte. Infatti, fino alla kermesse di Montreal 1976, a rappresentare la Cina era il comitato olimpico con sede a Taipei. Il governo della Repubblica Popolare cinese era allora ai ferri corti con Mosca, mentre al contrario da pochi anni si era riavvicinato e riappacificato con Washington. Il boicottaggio cinese forse, agli occhi della dirigenza del Cremlino, ha rappresentato un affronto ben più pesante di quello statunitense.
In Europa, nazioni come Germania Ovest e Norvegia hanno deciso anch’esse di non mandare atleti in territorio sovietico. Dall’estremo oriente invece, si è presentata la delegazione nordcoreana ma non quella sudcoreana, così come a rimanere a casa sono stati anche i rappresentanti del Giappone. Niente Olimpiadi anche per Israele, Iran, Egitto, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Boicottaggi questi ultimi che, con il senno del poi e con gli occhi rivolti all’attualità odierna, fanno non poco scalpore.
L’ingresso degli “stalloni” italiani
E l’Italia? Il nostro Paese ha scelto una via di mezzo: da Roma sono partiti alla volta di Mosca gli aerei con a bordo gli atleti qualificati per le gare olimpiche, ma nei borsoni nessuno aveva all’interno il tricolore. Le squadre cioè non hanno rappresentato l’Italia, bensì i colori del comitato olimpico.
Circostanza che non ha mancato di dare vita a uno degli episodi più curiosi di quell’edizione olimpica. Durante la cerimonia di apertura infatti, quando è stato il turno dell’ingresso nella parata dei nostri atleti, sul maxischermo è apparsa la scritta “Coni”, il ben noto acronimo di Comitato Olimpico Nazionale Italiano. Ma la trascrizione dell’acronimo in caratteri cirillici forma una parola che in russo è traducibile con “stalloni”: da qui una reazione a metà tra lo stupito e il divertito da parte del pubblico moscovita presente in tribuna.
L’Italia non è stata comunque l’unica nazione a intraprendere per questa scelta. Molti altri Paesi, tra cui anche Francia e Gran Bretagna, hanno gareggiato sotto le insegne del comitato olimpico. Molti atleti sono ugualmente rimasti a casa: a Mosca infatti non è andato nessuno sportivo impegnato con squadre riconducibili alle forze militari.
Cosa ha comportato il boicottaggio
L’assenza di molti Paesi ha impoverito e non poco quella Olimpiade. Durante i 15 giorni di Giochi, la cronaca sportiva ha ugualmente preso il sopravvento, ma per Mosca e per il suo governo si è in ogni caso trattato di una vetrina internazionale sfruttata solo parzialmente.
In alcune discipline, la mancanza di atleti Usa ha reso meno suggestive molte gare specialmente nell’atletica leggera. Anche se non sono mancati successivi sportivi importanti, alcuni dei quali indelebili ad esempio per il movimento italiano. Su tutti, a spiccare sono stati gli ori di Pietro Mennea e Sara Simeoni rispettivamente nei 200 metri e nel salto in alto.
In definitiva, il boicottaggio Usa ha reso più scarna e meno “universale” la prima e finora unica olimpiade estiva svoltasi in Russia. Los Angeles, la città sconfitta da Mosca per l’assegnazione dei Giochi del 1980, nel 1978 si era riscattata vedendosi attribuire l’organizzazione delle Olimpiadi del 1984. In quell’occasione, i sovietici “restituiranno il favore” agli statunitensi disertando la kermesse disputata in California.
L’Olimpiade tornerà a essere universale e inclusiva di tutti i Paesi soltanto a Seul, in occasione dei Giochi del 1988. Quando oramai la guerra fredda era agli sgoccioli e l’ordine internazionale era in procinto di cambiare per sempre.

