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Il Ruanda è uno dei Paesi più attivi sul fronte del soft power legato allo sport. La strategia del presidente Paul Kagame somiglia molto a quella portata avanti dalle petromonarchie. Non a caso, negli ultimi anni sono apparse sponsorizzazioni con la scritta “Visit Rwanda” nelle maglie dell’Arsenal e di altri club europei. Così come non mancano eventi internazionali ospitati dal Paese africano. Tra tutti, il recente galà finale di Formula Uno, organizzato con la prospettiva di vedere un giorno una gara della massima competizione motoristica su una pista ruandese.

L’obiettivo è chiaro: Kagame vuole definitivamente rifare l’immagine al Paese, oggi identificato con il drammatico genocidio del 1994, e accreditarsi quale riferimento economico principale nel cuore dell’Africa. Qualcosa però rischia di andare storto: la recente avanzata dell’M23 nel North Kivu, regione congolese confinante con il Ruanda, ha fatto accendere i riflettori anche sul Governo di Kagame. E oggi, in Europa soprattutto, in tanti chiedono di rinviare i prossimi appuntamenti sportivi previsti nel Paese. A partire dal mondiale di ciclismo fissato in calendario a fine settembre.

Le voci contro la corsa iridata a Kigali

A interessarsi particolarmente alle sorti della kermesse iridata prevista a Kigali sono stati in questi giorni i quotidiani belgi. E questo sia perché il Belgio ha nel ciclismo una vera e propria religione sportiva, avendo dato i natali ad alcuni dei più importanti campioni delle due ruote, e sia perché proprio il Ruanda è un ex colonia del Paese europeo. Non ultimo, la società che organizza per conto dell’Unione Ciclistica Internazionale (Uci) il mondiale di ciclismo è la belga Golazo.

Chiamata in causa da diversi editoriali, la stessa azienda ha dovuto rispondere a chi chiedeva una posizione sulla rassegna di Kigali: “Noi per la verità non siamo organizzatori – ha dichiarato il portavoce Gert Van Goolen – ad organizzare l’evento è l’Uci, noi siamo subappaltatori”. Sono due i motivi per cui diversi opinionisti belgi hanno chiesto a Golazo di farsi da parte. In primis, c’è il discorso legato alla sicurezza: se da un lato è vero che i combattimenti tra l’esercito di Kinshasa e l’M23 stanno riguardando solo il territorio congolese, dall’altro però è altrettanto vero che il territorio ruandese non è così lontano e la stessa Kigali potrebbe essere coinvolta dall’ondata di profughi in fuga dal North Kivu.

C’è poi una questione prettamente etica: dal Belgio, ma anche dalla Francia e dalla Spagna, in molti fanno notare che il governo ruandese è direttamente coinvolto nel finanziamento di una delle parti in guerra, l’M23 nello specifico, e sarebbe dunque inopportuno correre a Kigali e offrire a Paul Kagame uno spot internazionale di grande portata.

L’Uci pensa a un piano B

Ma se dalla sede di Golazo hanno chiamato in causa direttamente l’Uci, l’ente che regola le competizioni ciclistiche dal canto suo quale posizione ha preso? Per adesso sono uscite solo indiscrezioni. Se fino a pochi giorni fa tutto sembrava andare verso una conferma di Kigali, le preoccupazioni emerse in Belgio avrebbero iniziato ad instillare dubbi tra i vertici dell’Uci. Così come raccontato dal quotidiano La Dernière Heure, nel fine settimana potrebbe tenersi una riunione del consiglio direttivo dell’Uci per discutere di possibili alternative a Kigali.

Si parla, in particolare, di assegnare in corso d’opera il mondiale alla Svizzera e portare la kermesse nella cittadina elvetica di Martigny. Un modo per evitare guai e pericoli e dover rinunciare all’evento. Intanto in Ruanda il Governo inizia seriamente a temere per la sorte dei mondiali in terra africana: se salta il mondiale di ciclismo, potrebbero saltare anche le trattative per portare a Kigali una gara di Formula Uno e altri eventi internazionali.

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