In Messico, Honduras ed El Salvador, il giornalismo investigativo è un atto di resistenza che sfida la morte. Qui, la penna si scontra con pistole, spyware e apparati statali corrotti, in un contesto dove la verità è un lusso pericoloso. Un’inchiesta del Global Investigative Journalism Network (GIJN), pubblicata l’8 maggio 2025, squarcia il velo su una realtà brutale: i meccanismi di protezione per i giornalisti, creati per salvaguardare chi denuncia abusi, sono spesso gusci vuoti, traditi dalla stessa mano che dovrebbe sostenerli. In Messico, il Paese più pericoloso per la stampa se escludiamo le zone di guerra, in Honduras, dove l’impunità è un dogma, e in El Salvador, sotto il tallone di un autoritarismo mascherato da sicurezza, i reporter affrontano un destino comune: essere cacciati, spiati, uccisi.
Messico: cronache da un inferno quotidiano
Il Messico è un cimitero per i giornalisti. Con oltre 150 reporter assassinati dal 2000, secondo l’organizzazione Article 19, il paese si conferma il più letale al mondo per la stampa fuori dai teatri di guerra. La metà degli attacchi proviene da agenti statali: funzionari corrotti, militari, polizia locale. Il Meccanismo di Protezione per Giornalisti e Difensori dei Diritti Umani, istituito nel 2012, prometteva scudi contro la violenza, come pulsanti di emergenza, sorveglianza, rifugi sicuri, ma si è rivelato un’illusione. Emilio Gutiérrez Soto, costretto a rifugiarsi negli Stati Uniti dopo aver denunciato abusi militari a Chihuahua, è un simbolo di questo fallimento. Nonostante la “protezione” ufficiale, le minacce non si sono fermate, e la sua vita pende su un filo.
A complicare il quadro c’è l’arma invisibile dello spionaggio. Il software Pegasus, acquistato dal Governo messicano e usato da esercito e intelligence, ha preso di mira giornalisti come Marcela Turati, fondatrice di Quinto Elemento Lab. Le sue inchieste sulla strage di Ayotzinapa, dove 43 studenti scomparvero nel 2014, hanno toccato nervi scoperti del potere. “Siamo sorvegliati come criminali”, ha dichiarato Turati durante un panel del GIJN, descrivendo un clima di paranoia che strangola il giornalismo investigativo. L’uso di Pegasus non è un’eccezione, ma una prassi: almeno 25 reporter sono stati spiati tra il 2016 e il 2021, secondo un’indagine di Citizen Lab.
I cartelli della droga, con i loro tentacoli nelle istituzioni, completano il quadro. L’omicidio di Javier Valdez, fondatore di Ríodoce, nel 2017, è un caso raro di giustizia in cui i sicari sono stati condannati ma i mandanti restano nell’ombra. Come sottolinea il GIJN, l’impunità al 98% garantisce che il sangue continui a scorrere, mentre il governo di Andrés Manuel López Obrador, pur promettendo riforme, non ha smantellato il sistema di collusione tra stato e narcos.
Honduras: narcopolitica e impunità
In Honduras, con oltre 80 reporter uccisi dal 2001 e un’impunità al 97%, secondo il Comisionado Nacional de los Derechos Humanos (CONADEH), l’istituzione statale dell’Honduras che promuove, protegge e garantisce il rispetto dei diritti umani, il Paese è un campo minato per chi cerca la verità. Wendy Funes, direttrice della piattaforma Reporteros de Investigación (RI), incarna questa lotta. Le sue inchieste sulla narcopolitica, che collegano élite politiche alla criminalità organizzata, l’hanno resa un bersaglio. Nel 2022, dopo aver pubblicato un reportage sull’ex presidente Juan Orlando Hernández, oggi in carcere negli Stati Uniti per narcotraffico, Funes ha ricevuto minacce di morte e attacchi informatici. Le è stata assegnata una guardia del corpo, ma, come lei stessa ammette, “la protezione è un cerotto su una ferita aperta”.
Gli attacchi contro Funes non sono isolati. Nel 2011, durante una protesta contro la violenza sulla stampa, lei e altri cento giornalisti, tra cui molte donne, furono aggrediti con gas lacrimogeni e manganelli dalla polizia nazionale. Quando ha denunciato un cyberattacco al procuratore speciale per i crimini contro i media, il caso è stato archiviato per “mancanza di prove”. “L’impunità è normalizzata”, ha detto Funes al GIJN, descrivendo un sistema che protegge i carnefici e abbandona le vittime. Numerosi rapporti giornalistici locali denunciano le carenze del Meccanismo di Protezione honduregno, operativo dal 2015 ma privo di fondi e volontà politica.
La criminalizzazione dei giornalisti è un’arma potente: organizzazioni come ASOPODEHU, che sostiene i difensori dei diritti umani, subiscono ispezioni fiscali pretestuose per intimorirle. Intanto, inchieste come “Sicarios” di RI, che hanno svelato un mercato di killer al soldo di politici e narcos, hanno dimostrato il coraggio di una stampa che rifiuta di piegarsi, nonostante il prezzo pagato con il sangue di colleghi come Aníbal Barrow, ucciso nel 2013.
El Salvador: il miraggio della sicurezza sotto Bukele
In El Salvador, il sogno di sicurezza propugnato dal presidente Nayib Bukele si è trasformato in un incubo per la libertà di stampa. La Ley de Acceso a la Información Pública (LAIP), un tempo faro di trasparenza poiché garantiva ai cittadini il diritto di accedere alle informazioni detenute da enti pubblici, è stata svuotata da un governo che classifica sistematicamente i dati sensibili. “La trasparenza è morta”, afferma Eduardo Escobar della ONG Acción Ciudadana, sottolineando come l’accesso alle informazioni sia ormai un privilegio concesso a pochi fedelissimi del regime. Giornalisti come Loida Martínez Avelar del giornale online Revista Factum si affidano a fughe di notizie e database improvvisati per scavare nella corruzione, ma il rischio è altissimo. Lo spionaggio di Stato è una realtà concreta.
El Faro, il più autorevole giornale investigativo del Paese, ha subito un attacco senza precedenti: 22 dei suoi 36 membri sono stati spiati con Pegasus, come rivelato da Amnesty International e dal direttore José Luis Sanz. “Siamo trattati come nemici dello Stato”, ha dichiarato Sanz, denunciando un clima di repressione che si è intensificato con il regime di eccezione del 2022, introdotto per combattere le gang ma usato per silenziare i critici. La Mesa por el Derecho a Defender Derechos segnala casi come quello di Bryan Avelar, costretto all’esilio dopo false accuse di complicità con le pandillas, le bande criminali giovanili. Eppure, il giornalismo salvadoregno non si arrende. L’inchiesta “Moskitia: La selva hondureña que se ahoga en cocaína”, condotta da Avelar e Juan José Martínez D’Aubuisson, ha vinto il premio Ortega y Gasset nel 2024, dimostrando che la verità può emergere anche sotto il peso della repressione.
Messico, Honduras ed El Salvador condividono un destino comune: la stampa è stretta tra la violenza del crimine organizzato e la complicità dello Stato. I meccanismi di protezione, mal finanziati e politicizzati, sono specchietti per le allodole. L’uso di spyware rivela un’ossessione per il controllo, mentre l’impunità è il collante di un sistema che soffoca il dissenso. Numerose organizzazioni e giornali latinoamericani denunciano una strategia regionale di criminalizzazione, diffamazione e sorveglianza che mira a spezzare la resistenza dei reporter. Eppure, il giornalismo non muore. “Il giornalismo è l’ultima linea di difesa della verità”, dice Wendy Funes. In un’epoca di menzogne istituzionalizzate, queste voci continuano a gridare, pagando un prezzo che nessuna protezione può ripagare.
Il mondo latinoamericano è spesso dominato da fenomeni di violenza che coinvolgono direttamente la stampa che cerca due far luce sulle complicità tra Stato e malavita. La relazione tra media e potere è uno dei temi a cui siamo più legati. Se è così anche per te, segui InsideOver, sostieni il nostro lavoro, abbonati oggi!

