Matthew Cassel: “Dobbiamo restituire la voce ai palestinesi di Gaza e della Cisgiordania”

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Raccontare un posto, un’area geografica, un popolo, è difficile. Bisogna conoscerne la storia, la cultura, la letteratura e districarsi tra gli incastri geopolitici che quel popolo ha con i Paesi limitrofi. Già prima degli attacchi del 7 ottobre 2023 e la successiva risposta di Israele su Gaza e sulla Cisgiordania, la letteratura e la documentazione visiva hanno raccontato la complessità dei rapporti tra l’entità israeliana e quella palestinese: dalla creazione del sionismo passando per la Nakba fino agli accordi di Oslo, il giornalismo “giornalismo” (citando Giancarlo Siani) ha sentito il dovere di fare un racconto onesto di ciò che è accaduto in un lembo di terra poco più grande del Piemonte.

Matthew Cassel è un documentarista indipendente e giornalista multimediale che vive nella regione del Mediterraneo. Per oltre vent’anni, il suo lavoro si è concentrato sulle storie di persone colpite da conflitti, sfollamenti e sconvolgimenti politici. I suoi lavori sono apparsi su VICE News, The New Yorker, BBC, The Guardian, Al Jazeera English, AJ+, The New York Times, Arte, NBC News e molte altre testate.

Con il Guardian ha realizzato recentemente un documentario dal titolo “Along the Green Line”. La Linea Verde è la linea di demarcazione che divide i territori palestinesi occupati dal 1967 (Gerusalemme Est, Cisgiordania e Striscia di Gaza) dallo Stato israeliano. Lungo questa linea verde Matthew Cassel ha intervistato israeliani e palestinesi, cercando di capire le possibilità di una pace duratura e le difficoltà del giornalismo sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza, dove le testate indipendenti non possono entrare. Lo abbiamo raggiunto come Inside Over per comprendere quanto sia difficile analizzare le dimensioni interne alla questione israelo – palestinese.

Quanto è complicato, dopo il 7 ottobre 2023, descrivere come corrispondente sul campo la situazione tra Israele e Palestina?

“Penso che stiamo sicuramente assistendo al capitolo più letale nella storia di questo conflitto. Che è sempre stato caratterizzato da violenze e da un’occupazione quotidiana che i palestinesi stanno ancora affrontando, c’era sempre qualcosa che accadeva. Ma dal 2023, dall’attacco di Hamas di quel 7 ottobre, è successo di tutto. Ci sono stati attacchi di coloni in Cisgiordania, e poi incursioni dell’esercito nei campi profughi in luoghi come Tulkarem e Jenin. Ma la notizia più importante, la parte più importante della storia è ciò che sta accadendo a Gaza. Voglio soffermarmi su un concetto: noi giornalisti stranieri non possiamo entrare a Gaza e fare reportage da lì.

A prescindere dalle vostre opinioni o dalla vostra posizione su questo conflitto, trovo ciò veramente frustrante perché come giornalisti dobbiamo poter accedere e raccontare in modo indipendente una situazione di guerra come quella di Gaza, e invece non possiamo.

Per questo mi sono voluto concentrare su ciò che accadeva nella in Cisgiordania: ciò che sta avvenendo lì è giustamente oscurato dagli avvenimenti di Gaza, ma le violenze nella Cisgiordania occupata sono all’ordine del giorno”.

Nel tuo ultimo documentario per il Guardian tu parli con palestinesi ed israeliani che vivono a 20 km di distanza l’uno dall’altra ma in situazioni completamente diverse. Nell’interpellare gli israeliani quale è stato il tuo approccio?

“Sono andato lì per cercare di documentare al meglio delle mie possibilità, con una mente aperta. Voglio essere curioso e voglio ascoltare queste persone e documentare le loro posizioni per condividerle con chi è all’esterno. Ho trascorso molto tempo in Israele e Palestina, non solo dall’ottobre 2023, ma negli ultimi 20 anni, e so molto bene come molti israeliani e palestinesi si sentono, riguardo al conflitto e a tutto ciò che sta accadendo. Lo faccio con la consapevolezza che non posso conoscere esattamente le posizioni di ciascun israeliano o di ciascun palestinese, e che il mio lavoro di intervista riguarda di singole persone che comunque rappresentano solo un punto di partenza per comprendere ciò che avviene lì.

Quindi non possiamo mostrare tutti coloro che vivono in quel Paese di 10 o più milioni di persone, ma è importante avere una varietà di risposte. Abbiamo cercato di ottenere queste risposte e alcune le ho trovate davvero scioccanti, anche se le avevo già sentite prima. E penso che sia importante catturarle e documentarle”.

Poi sei stato nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est. Che reazione hai ricevuto dai palestinesi? Che connessione sentono i palestinesi della Cisgiordania con quelli di Gaza?

“C’è una grande differenza tra parlare con israeliani e palestinesi, e credo che sia importante sottolinearlo. Come hai ribadito, e come ho detto all’inizio, prima di tutto non possiamo andare a Gaza, quindi non possiamo avere il tipo di conversazioni che possiamo avere con gli israeliani e i palestinesi altrove in Israele e Palestina.

Nell’ultimo dei tre episodi della serie abbiamo contattato Malak, una collega palestinese che vive dentro la striscia di Gaza. L’abbiamo aspettata per ore e ore dopo l’orario concordato perché quel giorno non riusciva a connettersi e poi ho voluto parlarle per circa 45 minuti o un’ora, perché la guerra non permetteva una connessione regolare. I palestinesi in generale, soprattutto dall’ottobre 2023, hanno molta paura di parlare perché sono stati arrestati e hanno subito diversi tipi di punizione da parte delle autorità israeliane per aver parlato, dopo essere stati accusati di aver espresso simpatia per organizzazioni terroristiche. Non voglio generalizzare, molti palestinesi con cui parli in luoghi come Gerusalemme Est e la Cisgiordania occupata sono molto preoccupati. Quindi è difficile trovare persone disposte a parlare liberamente.

Siamo riusciti a trovare persone come Ramsey a Gerusalemme, che ai nostri microfoni ha detto: “Se non parlo io, chi lo farà?”. Vedono quello che succede a Gaza e sentono che la loro situazione in Cisgiordania sta ricevendo sempre meno attenzione, ma provano anche profonda compassione per i loro connazionali nella Striscia e per quello che stanno vivendo. Sentono di trovarsi in una situazione diversa, ma allo stesso tempo molto simile a quella che la gente sta affrontando a Gaza”.

Da persona che conosce l’area: come si può arrivare a una pace giusta dopo tutto ciò che sta accadendo tra palestinesi e israeliani?

“Per me, come giornalista, penso che intanto dovremmo essere in grado di fare informazione libera all’interno di Gaza e dell’intera regione. La maggior parte delle persone in tutto il mondo, purtroppo, non sarà in grado, per vari motivi, di salire su un aereo e viaggiare in posti come Israele, Palestina, Siria, o qualsiasi altro posto. E quindi si affidano al lavoro di persone come me, e personalmente sento questa responsabilità.

Penso che noi giornalisti abbiamo una missione molto importante: cercare di documentare e condividere le storie di cui siamo testimoni con le persone di tutto il mondo. Tuttavia, come ho detto, non siamo in grado di farlo nel luogo in cui si sta svolgendo il conflitto più grave, la guerra più grave, nella Striscia di Gaza.E voglio solo sottolineare che i nostri colleghi hanno fatto un lavoro fantastico, ma lo hanno fatto anche correndo un rischio enorme. Più di 200 giornalisti palestinesi sono stati uccisi a Gaza. Ciò che deve accadere è poter raccontare liberamente, in modo indipendente, senza restrizioni. E da 21 mesi non siamo in grado di farlo. E penso che questa sia la cosa più importante”.

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