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In una lunga intervista rilasciata nei giorni scorsi a Joe Rogan, noto podcaster statunitense, Mark Zuckerberg, CEO di Meta, la società che controlla colossi come Facebook, Instagram e WhatsApp, ha raccontato di come l’Amministrazione Biden (e l’Unione Europea) abbiano più volte minacciato le big data per ottenere l’oscuramento di contenuti e/o profili, talvolta collegati ad avversari politici e/o semplici portatori di un pensiero differente.

Non è la prima volta che il creatore ufficiale di Facebook ha preso posizioni del genere, basti ricordare il recente video, divenuto virale su media e social, nel quale Zuckerberg annunciava la fine del cosiddetto facts checking su Meta (USA), pur impegnandosi per una costante vigilanza su una serie di criticità, come reati, incitamento all’odio o discriminazioni.

Tuttavia, l’intervista con Rogan segna una sorta di dichiarazione d’intenti per il futuro, assieme a una rivisitazione di alcuni episodi legati agli anni scorsi.

Zuckerberg ha voluto chiarire quello che per lui è il senso stesso dei social media, vale a dire: “permettere alle persone di condividere quello che vogliono”, identificandola come la mission del suo progetto originale. Eppure, detto questo lo stesso giovane miliardario ha dovuto ammettere che l’FBI, negli anni scorsi, abbia più volte sollecitato la sua società affinché cancellasse profili e/o contenuti, con particolare riferimento a quelli di natura politica.

Tali dinamiche, stando al racconto di Zuckerberg, sarebbero iniziate circa dieci anni, nel 2016, in concomitanza con l’insediamento della prima presidenza Trump (e la Brexit). Se in un primo momento, le operazioni di controllo e verifica dei contenuti (usualmente definite fast checking) avevano riguardato fatti e fenomeni circoscritti, come fattispecie di reato o bullismo, una spinta ulteriore e decisa fu riscontrata con l’inizio nel 2020 dell’emergenza sanitaria, che ha rafforzato le pressioni per un maggiore controllo, destinate non più, e non solo, a contrastare le presunte (e controverse) interferenze russe nel voto per le presidenziali del 2016, ma soprattutto la cosiddetta disinformazione intorno all’origine del virus del Covid, e poi sulle misure e terapie adottate per contrastarne la diffusione.

In sostanza, dopo una fase iniziale nella quale il fast checking si prefiggeva l’obiettivo di garantire la veridicità delle notizie, dal 2020 in poi sarebbe scattata una sorta di politicizzazione del controllo, spesso attuata sulla scorta di idee preconcette, sempre più intolleranti verso pensieri e opinioni “divergenti”, sconfinando in uno scenario che lo stesso CEO di Meta paragona a 1984 di Orwell.

Ora, se la stessa giurisprudenza ammette che di fronte a una grave emergenza sanitaria, la libertà di espressione, tutelata negli Stati Uniti dal primo emendamento, possa incontrare delle limitazioni e dei vincoli, purché ragionevoli e contenuti nel tempo, le tante incertezze e mutamenti intervenuti nel periodo pandemico, per esempio circa modalità e strategie per affrontare l’emergenza (Zuckerberg cita il caso dell’impiego delle mascherine) hanno sollevato più di un dubbio sulla fondatezza di diverse scelte politiche, non a caso oggetto anche nel nostro Paese di frequenti mutamenti e implementazioni.

Lo stesso discorso può essere fatto riguardo i cosiddetti vaccini anti-Covid: pur dichiarandosi in via di principio a favore delle vaccinazioni, Zuckerberg non ha mancato di rilevare le pressioni per rimuovere o contrastare contenuti e/o profili di persone (compresi scienziati e studiosi di chiara fama), che sollevavano dubbi circa l’efficacia e la sicurezza dei farmaci e/o i possibili effetti collaterali. Il che desta non poche perplessità, visto e considerato che molti di quei fatti sono stati ripresi dalle stesse industrie produttrici e ammessi (in Italia) dall’AIFA. Un insieme di elementi che possono contribuire a mettere in discussione una serie di affermazioni fatte a suo tempo sul cosiddetto green pass.

Pur dichiarando di non essersi quasi mai occupato direttamente di tali questioni, Zuckerberg ammette che certe “… amministrazioni […] si sono “spinte un po’ troppo oltre” nell’operare dette pressioni, parlando perfino di aggressività (e/o della minaccia di avviare indagini molto approfondite), per ottenere l’eliminazione o la moderazione dei contenuti, più o meno direttamente provenienti dall’Amministrazione Biden (in diversi casi documentabili tramite mail).

Tra i tanti episodi, l’oscuramento di contributi che facessero menzione di soluzioni alternative alla vaccinazione, come il ricorso a complessi vitaminici o altri farmaci: tipico il caso degli antinfiammatori, che oggi vengono pacificamente ammessi come particolarmente efficaci nel trattamento dell’infezione, specie nelle prime fasi.

E, come riconosce lo stesso Zuckerberg, si è trattato di fenomeni che travalicavano ampiamente i confini degli Stati Uniti.

Nell’Unione Europea il varo di un regolamento come il Digital Service Act, che pure reca contenuti validi e condivisibili, come il contrasto alla pornografia on line o la tutela degli utenti, ha destato più di una perplessità circa la pretesa di combattere la disinformazione, senza fornirne – se mai fosse possibile – una chiara definizione, col rischio che dinamiche come quelle descritte dal CEO di Meta non solo possano ripetersi, ma perfino acutizzarsi nel futuro a fronte di nuove emergenze, quale che ne fosse la natura.

Il problema, evidentemente, non riguarda tanto l’eventuale consumazione di reati per il tramite di web o social, nel qual caso sarebbe pacifico (e auspicabile) l’intervento delle autorità preposte, quanto il confine estremamente evanescente di un concetto come “disinformazione”, che in casi come quelli descritti da Zuckerberg, e non sempre per valide ragioni, possono degenerare in forme e dinamiche che rasentano la censura.

L’inasprirsi di fenomeni di questo tipo potrebbe contribuire ad alimentare un clima di sfiducia, che si rende sempre più manifesto nelle scelte politiche dei popoli del cosiddetto Occidente libero: pensiamo solo al crescente astensionismo e/o al consenso per le cosiddette forze antisistema.

E non finisce qui, non per gli europei perlomeno. Visto che come dicevamo all’inizio non è la prima volta che Zuckerberg parla (e denunzia) pubblicamente le pressioni subite, più che di un mea culpa, sarebbe corretto parlare da un lato del desiderio di allinearsi al nuovo corso politico che prenderà avvio col ritorno, il prossimo 20 gennaio, di Donald Trump alla Casa Bianca, e dall’altra con  la finalità – prettamente commerciale – di recuperare terreno in termini di credibilità (e introiti) rispetto all’emorragia di iscritti e interazioni, indotta da quelle forme di “censura”, più o meno velate, che hanno spinto in tanti a spostarsi sul rinnovato X (ex Twitter) di Elon Musk.

In ultima analisi, tutt’altro che una conversione sulla via di Damasco, quanto un cambio di registro indotto da ragioni di opportunità e convenienza. Non tanto diverso, almeno nelle motivazioni di fondo, da quanto sta avvenendo riguardo alle cosiddette politiche green.

Sul fatto che il nuovo indirizzo investa anche il Vecchio Continente è tutt’altra questione.

Zuckerberg stesso ha ricordato che l’Unione Europea ha investito molto in nuove tecnologie e nel contrasto alla cosiddetta disinformazione, varando una normativa – il famoso DSA – che è e resta in vigore. A questo punto, sarà interessante vedere se il cambio di strategia da parte della potenza di riferimento, indurrà anche Bruxelles a una svolta. Il problema è che se questo accadesse, al di là del sospiro di sollievo da parte di coloro che si sono visti oscurare profili e contenuti (non escluso il cosiddetto shadow banning), il fatto sarebbe indicativo di una crescente sudditanza rispetto al “dominus” di turno, con l’ulteriore incognita che un eventuale (e futuro) cambio di inquilino alla Casa Bianca potrebbe rimettere tutto in discussione.

Per il momento, auspichiamo la fine delle dinamiche descritte, per il futuro si vedrà. Ma sul fatto che l’Europa possa (e debba) rivendicare la propria sovranità, in forma singola o associata, non ci dovrebbero essere dubbi di sorta. Vale per questa, e per molte altre questioni sul tappeto.

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