L’Ucraina come gli Usa, la geografia impazzita della libertà di stampa

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È stato pubblicato il Rapporto 2024 di Reporteres sans Frontières (RSF), che come sempre costituisce una lettura piuttosto interessante sullo stato della libertà di stampa nel mondo. Le classifiche sono sempre appassionanti e quindi diamo subito qualche dato. Ai primi tre posti per la libertà di stampa, tra i 180 Paesi esaminati, troviamo, come sempre, i Paesi dell’Europa del Nord, Norvegia, Danimarca e Svezia nell’ordine (e poi Olanda e Finlandia, a completare il trionfo nordico). Gli ultimi tre, cioè i peggiori, sono invece Eritrea, Siria e Afghanistan. E fin qui nulla di nuovo. Poi, però, cominciano i dubbi. L’Italia (anzi, come scrive RSF, “l’Italia di Giorgia Meloni”) è 46°, subito dopo le Isole Toga e subito prima della Polonia, e in regresso di cinque posizioni. Davvero? Davvero l’Italia che, or non è molto, secretava la natura degli aiuti all’Ucraina e li faceva approvare in quella forma al Parlamento, senza che la grande stampa e la grande televisione protestasse, era messa così meglio quanto a informazione?

Ma vabbè, è una valutazione che RFS ha il diritto di fare. Proseguiamo. Gli Stati Uniti sono al 55° posto, un bel po’ peggio della sfortunata “Italia di Giorgia Meloni”. Siamo sicuri che siano messi così male da sfangarla appena appena rispetto al Gabon che li tallona? Viene il dubbio che mettere a confronto, così, sic et simpliciter, sistemi informativi massicci e complessi con altri che sono invece molto più limitati nelle dimensioni e negli effetti sia un criterio un po’ grossolano per misurare certi fenomeni.

Ma andiamo avanti, passiamo all’Europa dell’Est. Sulla trasformazione della Russia da demokratura ad autocrazia abbiamo già detto, proprio qui, tutto quello che c’era da dire. La repressione di qualunque versione dei fatti che non corrisponda alla linea ufficiale è ormai totale e, a dispetto delle testate costrette a chiudere, delle centinaia di giornalisti russi spinti a emigrare e dei ricorrenti arresti di giornalisti stranieri accusati di spionaggio, non riguarda i soli operatori dell’informazione. È assai più pervasiva e investe i singoli cittadini. L’ultimo caso arrivato alle cronache è quello di Nadezhda Buyanova, nota pediatra di un ospedale di Mosca: è stata arrestata (non si dice convocata in questura o interrogata ma proprio arrestata, messa in cella) perché la vedova di un soldato caduto in Ucraina ha detto di averla sentito dire al figlio di sette anni che suo padre “era un obiettivo legittimo per gli ucraini” e che la colpa della sua morte era “tutta della Russia”. La Buyanova nega di aver mai detto cose simili, e 150 medici della capitale hanno firmato una lettera in sua difesa. In altre parole, è bastata la parola di una persona per farne finire un’altra in cella, dove sta tuttora.

Se quindi RFS assegna alla Russia il 162° posto su 180 i conti tornano. E se al 164° troviamo l’Azerbaigian (cui, peraltro, in nome del gas e delle alleanze nessuno fa grandi prediche sulla libertà, di stampa e generale) e al 167° la Bielorussia è difficile fare obiezioni. Poi, però, guardando meglio, scopriamo che l’Ucraina è al 61° posto, con un improvviso avanzamento di 18 (diciotto) posti dovuto, scrive RSF, “al miglioramento degli indicatori di sicurezza – meno giornalisti uccisi – e politici”. Ma siamo sicuri? Davvero l’Ucraina di oggi ha fatto tali miglioramenti? Davvero possiamo considerarla appena dietro agli Usa quanto a libertà di stampa?

Vediamo quel che è successo in Ucraina negli ultimi tempi. Sono state chiuse cinque emittenti televisive. Naturalmente perché “filorusse”. Ma lo spazio concesso alle opinioni diverse non è l’essenza della libertà di stampa? Poi è stato creato un canale unico televisivo, chiamato Telemaratona, che trasmette sulle frequenze del canale Tv del Parlamento ed è controllato dal Governo, chiaramente chiamato a diffondere la linea ufficiale: indicatore di libertà di stampa? Un organismo di cui persino Voice of America discute la legittimità e l’utilità? Tra l’altro questo canale non gode più della fiducia dei cittadini, infatti nelle più recenti rilevazioni degli istituti di ricerca ucraini, arriva solo al quarto posto (con il 37% di indice di fiducia) tra le fonti di informazione più credibili, dietro a You Tube (40%), il passaparola di parenti e conoscenti (42%) e i canali Telegram (53%). Qual è stata la risposta delle autorità ucraine? Creare, presso il ministero delle Telecomunicazioni, una Commissione per il controllo dei media investita dell’autorità necessaria per bloccare qualunque testata in caso di “infrazione”. E portare in Parlamento una proposta di legge, attualmente in discussione, per bloccare Telegram, cioè la fonte di informazione di gran lunga preferita dagli ucraini.

Ora, nessuno può sottovalutare la condizioni di difficoltà in cui si trova l’Ucraina da quando ha dovuto difendersi dall’aggressione della Russia. Ed è molto complicato giudicare fin dove, nel campo dell’informazione, passa il confine tra la legittima difesa degli interessi nazionali e la contrazione delle libertà. Ma come può un Paese in guerra, affidato alla legge marziale e in un’infinità di aspetti alla censura di Stato (per esempio, sul numero reale dei caduti) essere considerato in forte progresso quanto a libertà di stampa? Ed essere considerato, per fare un altro esempio, molto meglio attrezzato del Giappone, che si piazza solo al 70° posto?

Il che fa il paio con il giudizio che RSF esprime a proposito della Georgia, classificata al 103° posto, in calo di 26 posizioni. Della Georgia si dice che “il partito al potere coltiva la polarizzazione della società, il riavvicinamento a Mosca e conduce una politica sempre più ostile alla libertà di parola”. Che la situazione in Georgia sia tesa è scontato, lo dimostrano se non altro le forti proteste delle ultime settimane contro la legge sugli “agenti stranieri” che è stata approvata dal Parlamento. Però l’attuale premier, Irakli Kobakhidze, è anche quello che ha più volte ribadito che la Georgia vuole essere il primo Paese tra i prossimi a essere ammessi nell’Unione Europea. E il suo predecessore, Irakli Garibashvili, è quello che nel 2021 ha firmato la domanda georgiana di adesione alla Ue. Ed entrambi appartengono a Sogno Georgiano, quello che RFS definisce con una venatura di disprezzo “il partito al potere”. Per finire, il 14 dicembre del 2023 il Consiglio europeo ha deciso di concedere alla Georgia lo status di Paese candidato all’adesione, riconoscendo i molti progressi compiuti per allineare la legislazione nazionale a quella comunitaria. E non solo: l’UE ha chiesto alla Georgia di compiere passi significativi nella lotta alla disinformazione, alla retorica anti-UE e alla manipolazione delle informazioni estere, prendendo comunque nota degli sforzi compiuti dal Governo. E sappiamo bene che cosa si intenda per disinformazione: quella di Mosca, ovviamente. Non certo quella della Von Der Leyen che, due anni fa, diceva che i russi usavano i microchip delle lavatrici per far volare i missili e che la loro industria bellica era a pezzi…

Certi giudizi, quindi, vanno presi con le molle. Per infinite ragioni. Non ultima questa: stiamo parlando di Paesi candidati a entrare nell’Unione Europea ed è meglio avere le idee chiare su chi, se sarà il caso con il massimo piacere, ci vogliamo tirare in casa.