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Media e Potere

L’ottavo fronte negli Usa: così l’Aipac finanzia in incognito i candidati pro-Israele

Israele combatte la sua "ottava guerra" invisibile negli Stati Uniti attraverso finanziamenti elettorali anonimi e opachi.

Nessuna guerra è mai solo quella che si vede. I missili, le trincee, i comunicati dei generali: tutto questo esiste, certo. Ma esiste anche un’altra guerra, invisibile, fatta di denaro, di influenze, di messaggi che viaggiano attraverso canali pensati per non essere intercettati. È la guerra che Israele combatte negli Stati Uniti, il suo «ottavo fronte», come l’ha definito il giornalista investigativo Max Blumenthal. Un fronte che InsideOver ha raccontato in più occasioni, dalle operazioni di propaganda alla morsa della Israel Lobby sul Congresso. Oggi quel fronte si è spostato nelle pieghe oscure del finanziamento elettorale. E l’arma scelta è l’anonimato. Motivo? Vista la crescente impopolarità di Israele negli Usacome dimostrano i sondaggi – i candidati che ricevono finanziamenti dalla Israel Lobby (vedi AIPAC) rischiano di essere presi di mira dagli avversari.

Il caso esplode nel Michigan, dove la deputata Haley Stevens è in corsa per un seggio al Senato in una combattuta competizione a tre. Il suo rivale, Abdul El‑Sayed, sostenuto da Bernie Sanders, ha fatto della questione un punto centrale della campagna: «Sono l’unico candidato su questo palco che non ha chiesto il sostegno dell’AIPAC», ha dichiarato durante un dibattito. «Non credo che i nostri soldi, quelli che paghiamo ogni aprile, debbano andare a bombardare bambini quando a casa nostra ci sono bambini che non possono permettersi cose essenziali».

Il Michigan e il buco nero del finanziamento

Secondo un’inchiesta del Detroit News, ripresa dal quotidiano israeliano Haaretz, l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) avrebbe raccolto diversi milioni di dollari per Stevens attraverso una pagina di fundraising ospitata sul proprio sito. I fondi vengono convogliati tramite una società chiamata Democracy Engine, che fornisce i portali per i donatori. La piattaforma permette all’AIPAC di raccogliere i dati dei contribuenti e di comunicarli al candidato, sottolineando il proprio ruolo — ma senza lasciare tracce nei registri pubblici della Federal Election Commission.

Non è un’iniziativa isolata. L’AIPAC ha inviato email ai propri sostenitori già nell’estate e nell’autunno del 2025, indirizzandoli a link personalizzati su un sito chiamato Pro-Israel Network, dove potevano donare a Stevens, a Laura Fine (Illinois) e ad Angie Craig (Minnesota). «Usa il link qui sotto per contribuire a uno, due o a tutti e tre i candidati filo-israeliani», scriveva una direttrice dell’organizzazione. L’effetto è lo stesso: i soldi arrivano ai politici prescelti, ma il nome dell’AIPAC scompare.

L’organizzazione, dal canto suo, respinge ogni critica. Su X ha definito «oltraggiosa l’ossessione nel tracciare come singoli cittadini americani sostengono i candidati di loro scelta», paragonando i propri portali ad ActBlue, il processore di pagamenti usato dalla maggior parte delle campagne democratiche.

L’ottavo fronte: la guerra silenziosa per l’opinione pubblica americana

Per capire perché l’AIPAC sia costretto a nascondersi, come già accennato precedentemente, bisogna guardare ai numeri. Solo il 13% degli elettori democratici ha un’opinione positiva di Israele; secondo un sondaggio del Pew Research Centersei americani su dieci hanno un’opinione sfavorevole del Paese, e tra i democratici la percentuale sale all’80%. Dopo il 7 ottobre 2023, la simpatia per Israele è crollata, mentre quella per i palestinesi è salita. Per la prima volta dal 1998, la maggioranza degli elettori statunitensi si schiera con i palestinesi, afferma anche Gallup.

È un cambiamento epocale, che il governo di Benjamin Netanyahu e la lobby filo-israeliana hanno cercato di arginare con ogni mezzo. «Israele non è in una guerra su sette fronti, ma su otto», scrivevamo su InsideOver: «l’ottavo fronte sono gli Stati Uniti, ed è una guerra ibrida, principalmente focalizzata sulla propaganda». Un fronte che la lobby combatte attraverso acquisizioni mediatiche, campagne di influencer e, appunto, finanziamenti politici opachi.

Proprio perché il marchio dell’AIPAC è diventato «tossico» in molte primarie democratiche, l’organizzazione ha affinato le sue tecniche. Oltre ai portali anonimi, ha creato comitati d’azione politica (PAC) con nomi generici che non fanno alcun riferimento a Israele: l’United Democracy Project, Elect Chicago Women, Affordable Chicago Now, il Center for Democratic Priorities — quest’ultimo comparso dal nulla in Michigan con una spesa di 5,3 milioni di dollari a sostegno di Stevens, senza alcuna menzione di Israele. Questi gruppi non devono rivelare i propri finanziatori fino a dopo le primarie, creando una zona grigia perfetta per il denaro «opaco» che arriva ai candidati, con buona pace della trasparenza.

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