L’ossessione del mainstream liberal per Tucker Carlson, il fenomeno che non riescono a spiegare

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C’è qualcosa di più della semplice antipatia nell’articolo che l’ultimo numero di The Economist dedica a Tucker Carlson, prendendo a pretesto la biografia appena uscita di Jason Zengerle, giornalista di punta del New Yorker, storica roccaforte dell’intellighenzia liberal americana. C’è stizza, c’è nervosismo, e soprattutto c’è paura. La paura tipica delle élite mediatiche quando si trovano davanti non tanto a un avversario politico, quanto a un eretico che ha dimostrato di poter sopravvivere — e prosperare — fuori dal loro perimetro di legittimazione.

Il pezzo dell’Economist si presenta con il consueto tono da anatomopatologo liberale: freddo, ironico, apparentemente distaccato. In realtà trasuda un’insofferenza quasi personale. Carlson non viene mai davvero analizzato; viene piuttosto trattato come un’anomalia da spiegare, un incidente della storia recente americana, una patologia del sistema mediatico. Ed è qui che il testo tradisce il suo vero intento: non capire Carlson ma neutralizzarlo simbolicamente.

La biografia di Zengerle, Hated by All the Right People, fornisce all’Economist la cornice ideale. Il titolo stesso è già un atto d’accusa mascherato da ironia: se Carlson è “odiato dalle persone giuste”, allora dev’esserci qualcosa di profondamente sbagliato in lui. È una vecchia tecnica: trasformare l’ostilità dell’establishment in una prova morale. Peccato che, storicamente, sia esattamente il contrario.

Il fallimento del giornalismo mainstream

Il primo elemento che colpisce è la lettura caricaturale dell’evoluzione intellettuale di Carlson. Zengerle e l’Economist parlano di “radicalizzazione biliosa”, di “deriva cospirazionista”, di frequentazioni impresentabili. Ma non si interrogano mai sul contesto: il fallimento clamoroso del giornalismo mainstream su Iraq, Afghanistan, Ucraina; la fusione sempre più esplicita tra media, intelligence e potere politico; l’impossibilità, negli Stati Uniti come in Europa, di discutere apertamente di politica estera senza incorrere in scomuniche morali.

Carlson non è diventato un eretico per capriccio. È diventato tale perché ha iniziato a porre domande che non possono essere poste nei salotti giusti. Ed è qui che entra in gioco il vero peccato originale, che né Zengerle né l’Economist riescono a perdonargli: aver messo in discussione alcuni dogmi fondamentali dell’ordine liberale-atlantico, a partire dalla politica estera americana e dal ruolo di Israele.

Il tema dell’antisemitismo è trattato con una malafede quasi didascalica. Carlson viene ripetutamente accostato all’antisemitismo senza che venga mai dimostrato. Si suggerisce, si allude, si costruisce un’atmosfera. Eppure Carlson ha sempre distinto — con una chiarezza che i suoi critici fingono di non vedere — tra l’antisemitismo, che ha esplicitamente condannato, e la critica allo Stato di Israele e al governo Netanyahu. Una distinzione perfettamente legittima, praticata da analisti, diplomatici e persino da settori dell’establishment israeliano stesso.

Ma questa distinzione è intollerabile per una parte del giornalismo anglosassone, che ha trasformato Israele in un tabù assoluto, sottratto a qualsiasi analisi realistica. Carlson non viene attaccato perché antisemita, ma perché non accetta che la politica israeliana sia sottratta al giudizio critico. L’accusa di antisemitismo diventa così una clava morale, utile a delegittimare senza discutere.

L’espulsione di Carlson dal sistema

Lo stesso schema si ripete su altri fronti: Ucraina, NATO, interventismo occidentale. Carlson viene dipinto come un isolazionista bizzarro, quando in realtà dà voce a una tradizione profondamente americana, oggi largamente maggioritaria nell’elettorato repubblicano. Ma per l’Economist, che continua a ragionare come se il 2003 non fosse mai finito, questa posizione è una forma di devianza.

C’è poi un aspetto che il pezzo rivela involontariamente: il terrore per il fatto che Carlson sia sopravvissuto all’espulsione dal sistema. L’idea che un giornalista possa essere licenziato da Fox News — il tempio del conservatorismo televisivo — e continuare comunque a parlare a milioni di persone è, per l’establishment mediatico, semplicemente inaccettabile. Da qui l’insistenza ossessiva sulle “echo chambers”, come se fossero una patologia esclusiva della destra, e non il principio fondante dell’intero ecosistema mediatico contemporaneo.

Quando l’Economist sottolinea che Carlson “non ha consenso” per una corsa presidenziale, tradisce un’altra incomprensione fondamentale. Carlson non è rilevante perché potrebbe candidarsi, ma perché ha spostato i confini del dicibile. Ha mostrato che è possibile fare informazione politica senza chiedere il permesso, senza passare per le redazioni certificate, senza interiorizzare i tabù dell’élite.

La fine del monopolio del giornalismo liberal

Zengerle parla di “follia”, l’Economist annuisce con aria grave. Ma ciò che emerge, pagina dopo pagina, è piuttosto la difficoltà di accettare che il monopolio morale del giornalismo liberal sia finito. Tucker Carlson non è un mostro, né un profeta. È un sintomo. E come tutti i sintomi, non lo si elimina con una biografia ostile o con un articolo infastidito.

La verità, che il pezzo dell’Economist cerca disperatamente di non vedere, è semplice: Carlson fa paura non per quello che è, ma per quello che rappresenta. La dimostrazione empirica che l’egemonia culturale dell’establishment mediatico occidentale non è più incontestabile. Ed è questo, più di ogni presunto antisemitismo, il vero capo d’imputazione.

Per quanto riguarda la biografia di Zengerle, anche alcune recensioni apparse su testate liberal non certo sospettabili di indulgenza verso Carlson finiscono per mettere in luce i limiti del libro. Il Washington Post, ad esempio, osserva come Hated by All the Right People tenda a scivolare dall’analisi alla condanna morale, privilegiando la narrazione di una “deriva” personale rispetto alla spiegazione delle fratture strutturali del sistema mediatico americano. Ancora più rivelatrice è la recensione del Guardian, che pur ostile a Carlson ammette implicitamente il fallimento dell’operazione: il libro non riesce davvero a spiegare perché Carlson continui a parlare a milioni di persone, né quale vuoto abbia occupato. Trattato come un problema morale da patologizzare, più che come un fenomeno politico da comprendere, Carlson – sentenzia The Guardian –resta così l’oggetto di una scomunica, non di un’analisi.  Stroncature liberal senza tanti giri di parole.