Le diffuse proteste in Iran, che da anni scuotono la Repubblica Islamica, non possono essere inquadrate o semplificate come mero frutto di ingerenze esterne. Movimenti come quelli scatenati dalla morte di Mahsa Amini nel 2022, o le recenti manifestazioni provocate dal crollo della valuta, il rial, dalla prolungata crisi economica del Paese, nascono da frustrazioni profonde all’interno della società iraniana. Vulnerabilità strutturali e croniche su cui i nemici della Repubblica Islamica possono continuare a “soffiare” nella speranza di provocare l’agognato crollo del regime.
L’inchiesta pubblicata da Haaretz il 3 ottobre 2025 (in collaborazione con The Marker e con riferimenti alle analisi del Citizen Lab) risale a circa tre mesi prima dell’inizio delle proteste in Iran. L’articolo rivela come Israele abbia promosso, negli ultimi anni, la figura di Reza Pahlavi — figlio dell’ultimo scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi, deposto dalla Rivoluzione Islamica del 1979 — attraverso una campagna di influenza digitale su larga scala.
La visita di Reza Pahlavi in Israele
Tutto inizia nel 2023, quando Reza Pahlavi compie la sua prima visita ufficiale in Israele. Ospitato dall’allora ministra dell’Intelligence (e attuale ministra della Scienza) Gila Gamliel, Pahlavi viene presentato come «principe ereditario iraniano». Pahlavi, esiliato da decenni, gode di una certa popolarità tra la diaspora iraniana, ma la sua figura è controversa. Figlio di un despota sostenuto da Israele e Stati Uniti, porta con sé il bagaglio di un regime noto per la repressione esercitata dalla Savak, la spietata polizia segreta e il servizio di intelligence creato nel 1957 con il supporto della Cia statunitense e del Mossad israeliano. La Savak divenne tristemente famosa per la sua estrema efferatezza: sorveglianza capillare su tutta la popolazione, arresti arbitrari, torture sistematiche, elementi che oggi vengono completamente ignorati da certa stampa.
A differenza del padre, Reza promuove messaggi di pace, democrazia e diritti umani. Durante una conferenza stampa con Gamliel, ha citato esempi storici come la Polonia di Lech Walesa e il Sudafrica di Nelson Mandela, enfatizzando la resistenza civile non violenta. Tuttavia, ha aggiunto una precisazione cruciale: «Da Lech Walesa in Polonia a Mandela in Sudafrica… molte campagne di successo si sono basate sulla resistenza civile non violenta come metodo per portare il cambiamento; in altre parole, senza interferenze esterne. Ma l’elemento chiave è che nessuno di questi movimenti sarebbe potuto riuscire senza qualche elemento di supporto internazionale», giustificando così la sua alleanza con Israele. Da quel momento è nata la campagna di Tel Aviv volta a supportare la figura di Pahlavi dentro e fuori l’Iran.
La rete di Avatar e AI: così Israele ha “spinto” Pahlavi
L’inchiesta di Haaretz racconta di una una rete di “avatar” – profili falsi online che si fingono cittadini iraniani – attivi su piattaforme come X (ex Twitter) e Instagram. Trattasi di account che promuovono l’immagine di Pahlavi, amplificano appelli per il ripristino della monarchia e utilizzano strumenti di intelligenza artificiale per generare contenuti. Fonti interne hanno confermato che alcuni nativi persiani sono stati reclutati per l’operazione, che si è intensificata dopo l’inizio della guerra a Gaza e la visita di Pahlavi.
Parallelamente, il Citizen Lab dell’Università di Toronto ha identificato un’altra campagna pro-israeliana in persiano, rivelata in un report congiunto con l’inchiesta di Haaretz. Questa rete, composta da decine di account fake, ha utilizzato AI per contenuti sincronizzati con azioni militari israeliane, inclusa la guerra aerea di 12 giorni con l’Iran nel 2025. Un esempio eclatante: durante l’attacco israeliano alla prigione di Evin (giugno 2025), dove sono detenuti dissidenti, gli account hanno postato in tempo reale esplosioni e video falsi, incoraggiando gli iraniani a protestare per «liberare i prigionieri».
Citizen Lab ha concluso che gli operatori avessero conoscenza anticipata dell’attacco, come riportato da Haaretz: «Citizen Lab ha scoperto che una rete online ha diffuso video deepfake durante gli attacchi aerei israeliani sulla prigione di Evin a Teheran». Inoltre, il report di Citizen Lab sottolinea: «È altamente improbabile che un terzo soggetto senza conoscenza preventiva dei piani delle Forze di Difesa israeliane avrebbe potuto preparare questo contenuto e postarlo in una finestra temporale così breve».
La campagna di influenza utilizza video generati con intelligenza artificiale diventati virali, tra cui uno che ritrae Netanyahu, Gila Gamliel e Reza Pahlavi mentre passeggiano per le strade di una Teheran libera (intitolato spesso “Next Year in Free Tehran”), e un’altra parodia in stile “Downfall” che rappresenta Khamenei come Hitler.Molti account coinvolti sono stati creati nel 2022, in coincidenza con le proteste per l’hijab (Mahsa Amini), e altri nel 2025 durante il conflitto armato con Israele. Questi profili promuovono sistematicamente hashtag come #KingRezaPahlavi e spingono per il ritorno della monarchia.
Secondo l’indagine del Citizen Lab, questa rete è collegata a diversi canali Telegram (almeno una decina) che sfruttano problemi reali della società iraniana – come la crisi idrica, la corruzione, la cattiva gestione delle infrastrutture – per incitare al dissenso e alle proteste, mescolando contenuti autentici con materiale falso.
Ingerenze buone?
A questo punto, emerge una domanda inevitabile: in un mondo in cui le ingerenze esterne vengono sistematicamente condannate – si pensi alle accuse ricorrenti contro Mosca in molteplici contesti – perché quelle provenienti da Israele o dagli Stati Uniti appaiono spesso tollerate, se non del tutto ignorate, dalla grande stampa internazionale? Evidentemente, esistono ingerenze “buone” e “cattive” a seconda di chi le esercita. E questo, al di là delle considerazioni di merito che si possono fare sulla Repubblica Islamica.
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