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Media e Potere

Laura Loomer, Zelensky e la geopolitica dei like

La vera novità è che oggi una blogger può essere percepita come un segnale politico, un podcaster può orientare il dibattito internazionale.
Laura Loomer - Credits by Gage Skidmore

Per anni la politica estera è stata raccontata attraverso ambasciatori, ministri e conferenze stampa. Oggi, invece, può bastare l’intervista di un influencer. Laura Loomer vola a Kyiv, incontra Volodymyr Zelenskyy e gli chiede pubblicamente scusa per le sue precedenti posizioni favorevoli alla Russia, dichiarando il proprio sostegno all’Ucraina. Nel giro di poche ore il dibattito non riguarda più soltanto il contenuto dell’intervista, ma il significato politico di quella visita. È un cambio di linea dell’universo MAGA? Un messaggio indirizzato a Donald Trump? Oppure si tratta semplicemente della scelta personale di una blogger? Vale la pena chiederselo. Perché la rapidità con cui un’intervista viene trasformata in un segnale geopolitico dice molto più del viaggio di Laura Loomer che della politica estera americana.

Il linguaggio dei social al posto della diplomazia

Nel frattempo, tra una fotografia con un panino del McDonald’s, una passeggiata tra le macerie e una domanda sul presunto uso di cocaina insieme a Emmanuel Macron, l’intervista assume inevitabilmente il linguaggio dei social: immagini, simboli e provocazioni costruiti per essere condivisi milioni di volte. Viene quasi spontaneo chiedersi cosa sarebbe successo se, al posto di Laura Loomer, ci fosse stata Candace Owens. Probabilmente avrebbe trovato il modo di chiedere a Zelenskyy anche cosa pensasse del sesso di Brigitte Macron. Sembra una battuta. In realtà è il punto centrale del problema. La politica internazionale ha iniziato a parlare il linguaggio degli influencer. L’immagine precede il contenuto. La viralità precede l’analisi. E la percezione, sempre più spesso, precede i fatti.

Tucker Carlson e la differenza di approccio

Il confronto con Tucker Carlson aiuta a comprendere la differenza. Carlson ha intervistato Vladimir Putin al Cremlino in una delle conversazioni più discusse dall’inizio della guerra. Non gli ha chiesto scusa. Non ha sentito il bisogno di prendere le distanze dalle proprie posizioni né di trasformare l’intervista in una dichiarazione personale di sostegno alla Russia. Ha intervistato Putin, lasciando al pubblico il compito di trarre le proprie conclusioni. Laura Loomer ha scelto un percorso diverso. Il suo mea culpa nei confronti di Zelenskyy è diventato parte integrante dell’intervista. Non è una critica. È un’osservazione. Esiste una differenza tra raccontare un evento e diventare parte dell’evento.

Propaganda: chi decide cosa lo è?

Ed è proprio qui che nasce una riflessione più ampia. Quando Margarita Simonyan di RT ha ricordato a Laura Loomer le sue precedenti collaborazioni con l’emittente russa, la risposta è stata immediata: quelle posizioni erano il frutto della propaganda russa nella quale ritiene di essere caduta. È una risposta legittima. Ma apre una domanda altrettanto legittima. Chi decide quando un’opinione diventa propaganda? Perché, se è vero che Mosca investe risorse nella propria narrazione, sarebbe ingenuo credere che Washington, Bruxelles o Kyiv non facciano lo stesso. Ogni guerra si combatte anche sul terreno dell’informazione. Ogni parte costruisce la propria narrativa. Ogni parte cerca consenso. La propaganda, in fondo, raramente è un monopolio.

Gli influencer nel lessico della geopolitica

La vera novità non è Laura Loomer. La vera novità è che oggi una blogger può essere percepita come un segnale politico, un podcaster può orientare il dibattito internazionale e un’intervista può assumere, agli occhi dell’opinione pubblica, il peso di una visita diplomatica. Forse Laura Loomer non stava facendo diplomazia. Ma il fatto che milioni di persone abbiano interpretato il suo viaggio come un possibile messaggio politico dimostra che gli influencer sono ormai entrati, volenti o nolenti, nel lessico della geopolitica. La diplomazia continua a decidere gli equilibri internazionali. Gli influencer, sempre più spesso, ne determinano la percezione. E nel XXI secolo, la percezione diventa realtà.

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