C’era una volta un’utopia chiamata anonimato in rete. Un sogno libertario certamente non privo di controindicazioni e lati oscuri ma che ha animato quell’utopia di libertà. Oggi, quella promessa libertaria di fine millennio rischia di infrangersi contro una nuova frontiera tecnologica: l’app europea per la verifica dell’età, presentata mercoledì dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen come uno scudo per i più giovani. Peccato che lo scudo, secondo i critici, assomigli terribilmente a un nuovo strumento di sorveglianza di massa nelle mani della burocrazia europea.
Il rischio della nuova app
Come evidenziato dalla Berliner Zeitung in un articolo di Franz Becchi, non è un caso che questa iniziativa arrivi a poche settimana di distanza dal dibattito su Chat Control – il sistema di scansione dei messaggi privati che la Commissione aveva tentato di introdurre e che aveva suscitato una levata di scudi in tutto il continente. «L’app per la verifica dell’età potrebbe essere il cavallo di Troia per aggirare l’opposizione a Chat Control» scrive Becchi, riprendendo le parole dell’esperto Patrick Breyer, ex eurodeputato dei Pirati e da sempre voce fuori dal coro sulle politiche digitali.
La narrazione ufficiale è rassicurante: pochi click, un semplice “over 18” trasmesso al sito, niente più. Ma come spesso accade quando si parla di identità digitale, il diavolo si annida nei dettagli. «La Commissione vorrebbe farci credere che si tratti di un semplice bollino verde – spiega Breyer al giornale tedesco – ma la realtà è che ogni certificato può contenere un identificativo univoco. Basterebbe incrociare questi dati tra diversi portali per ricostruire perfettamente le abitudini di navigazione di un cittadino».
La lezione di Reno v. ACLU
A gettare ulteriore benzina sul fuoco del dibattito è l’analisi di Federica Cappelluti, docente dell’Università di Torino, che su X (ex Twitter) ha ricostruito puntualmente le ragioni giuridiche per cui un controllo generalizzato dell’età rappresenta una minaccia per la democrazia.
La studiosa richiama una sentenza storica della Corte Suprema statunitense, Reno v. ACLU (1997) che, pur non essendo vincolante per il diritto europeo, offre “un insegnamento illuminante”. In quel caso, la Corte bocciò una legge pensata per proteggere i minori dalla pornografia online perché, nelle parole della docente, «attuare la tutela dei minori non può trasformare la comunicazione pubblica per tutti i cittadini in una comunicazione ‘a misura di bambini’ – l’effetto reale, altrimenti, ricade sugli adulti e sulla libera circolazione delle idee».
Il principio, semplice ma rivoluzionario, è che una legge di “zonizzazione” (separazione per fasce d’età) è valida solo se gli adulti possono comunque accedere ai contenuti regolamentati. In caso contrario, ammoniva la Corte, si finisce per «ridurre la popolazione adulta a leggere solo ciò che è adatto ai bambini» – un monito che oggi, di fronte all’app europea, suona inquietantemente profetico.
Secondo Cappelluti, il problema di fondo è che un controllo generalizzato dell’età non è affatto una misura mirata, bensì «sorveglianza sistematica». Il web, ricordava la Corte nel 1997, è caratterizzato da «barriere d’ingresso molto basse» e da una “parità relativa tra chi parla e chi ascolta”. Introdurre un controllo obbligatorio dell’identità per accedere a qualsiasi servizio capovolge questa architettura democratica, “introducendo barriere per accedere alla comunicazione, abilitando tracciamento, correlazioni e blocchi su larga scala”. Ne consegue, spiega la docente, un vero e proprio «regime di sorveglianza caratterizzato da controllo e limitazione dell’accesso a strumenti determinanti per la libertà di espressione, di informazione e di circolazione delle idee». Una diagnosi che si allinea perfettamente con le preoccupazioni espresse da Breyer sulla Berliner Zeitung.
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