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L’accusa di antisemitismo come “clava” contro la libertà d’espressione? Dopo il 7 ottobre 2023 e dopo il boom di proteste filopalestinesi nelle università, negli Usa è un dato di fatto che il governo federale abbia moltiplicato le indagini contro gli atenei del Paese per presunte violazioni legate a questa fattispecie di reato. A spiegarlo sono le statistiche raccolte dalla Middle East Studies Association e dall’American Association of University Professor e divulgate dal Guardian, che parlano di come a Washington l’uso della leva dell’antisemitismo sia ormai generalizzata.

Il boom di inchieste negli Usa

Un dato per tutti: nei soli due mesi finali dell’anno 2023, novembre e dicembre, lo scoppio di proteste contro la guerra a seguito dell’immediata degenerazione della rappresaglia israeliana per gli attentati di Hamas in una campagna di distruzione generalizzata di Gaza ha causato un boom di inchieste tale da superare quelle dei vent’anni precedenti! Ed è stato solo l’inizio, dato che poi nel 2024 e nel 2025 il potere federale ha promosso un novero crescente di azioni di questo tipo.

Due anni, due amministrazioni diverse (Joe Biden e la seconda di Donald Trump), un cambio della guardia tra Partito Democratico e Partito Repubblicano, un’elezione presidenziale in mezzo, un unico modus operandi: l’assalto sistematico all’università condotta tramite il mezzo dell’inchiesta per antisemitismo.

La legge per i diritti civili come arma per l’antisemitismo

25 tra ottobre e dicembre 2023, 39 nel 2024, 38 nei primi nove mesi del 2025: contando che le denunce totali sono state 102 dal 2004, si capisce la salienza dei dati e la loro esplosione nell’ultimo biennio. Dato più interessante, la legge-grimaldello per queste inchieste è il Civil Rights Act del 1964, la storica legge promulgata dal presidente Lyndon Johnson che consentì l’emancipazione degli afroamericani dallo stato di minorità giuridica.

2 luglio 1964: Lyndon Johnson firma il Civil Rights Act

Per la precisione, a essere invocato è il Titolo VI del Civil Rights Act, ispirato da una celebre dichiarazione di John Fitzgerald Kennedy del 1963:

La semplice giustizia richiede che i fondi pubblici, a cui contribuiscono tutti i contribuenti di tutte le razze [colori e origini nazionali], non vengano spesi in alcun modo che incoraggi, consolidi, sussidi o provochi la discriminazione razziale [di colore o di origine nazionale].

“Se si riscontra che un beneficiario di assistenza federale ha commesso una discriminazione e non è possibile ottenere l’adempimento volontario, l’agenzia federale che eroga l’assistenza dovrebbe avviare una procedura di revoca del finanziamento o deferire la questione al Dipartimento di Giustizia per un’adeguata azione legale”, scrive il Dipartimento della Giustizia Usa sul suo sito. Le università sono state inquisite, dunque, in quanto titolari di finanziamenti federali potenzialmente sospettate di aver incentivato comportamenti scorretti verso il rispetto delle minoranze (ebraiche in questo caso).

L’antisemitismo come clava

Commenta il Guardian che “mentre alcuni gruppi hanno lanciato l’allarme sul fatto che l’antisemitismo è aumentato dal 2023, il quadro è stato complicato dalla mancanza di accordo su quando le critiche a Israele virano verso l’antisemitismo” e “secondo il rapporto, solo una delle 102 denunce di antisemitismo esaminate dagli autori solleva affermazioni di antisemitismo non correlate a critiche nei confronti di Israele”.

La testata britannica, che pure presente questa dirompente inchiesta con un titolo che non le fa giustizia (“I dati mostrano un aumento delle indagini sull’antisemitismo nelle università statunitensi dopo gli attacchi del 7 ottobre”), scopre un velo di Maia: quello dell’uso strumentale delle accuse di antisemitismo per fermare dibattito e libertà d’espressione (e di critica) su Israele e il conflitto a Gaza.

Del resto, nel mondo della guerra informativa lanciata dallo stesso governo di Benjamin Netanyahu per conquistare i cuori e le menti dell’Occidente alla causa di Tel Aviv anche le accuse di antisemitismo fanno comodo per condizionare l’agenda globale a favore di Tel Aviv. In perfetta continuità, due amministrazioni hanno agito consapevolmente per ridurre la libertà d’espressione negli Usa a favore degli interessi israeliani, usando la leva della pressione sugli atenei, che dovrebbero rimanere luoghi liberi di confronto. Il tutto usando una legge nata per fini emancipatrici come clava contro i giovani manifestanti. Non un bel segnale per quella che si definisce “la più grande democrazia del mondo”.

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