Sono passati pochi giorni dalla vittoria, a New York, del sindaco “democratico e socialista” Zohran Mamdani e l’Anti-Defamation League ha già acceso i riflettori sul primo sindaco musulmano di New York. Non uno, ma due: il Mamdani Monitor, un sito-osservatorio permanente, e la NYC Antisemitism Tip Line, un numero verde dove chiunque può denunciare “sguardi ostili” in metrò o un volantino pro-Palestina. Jonathan Greenblatt, CEO dell’ADL, nell’annunciare l’iniziativa, ha osservato che “il sindaco-eletto Mamdani ha promosso narrazioni antisemite, si è associato a individui con una storia di antisemitismo e ha dimostrato un’intensa animosità verso lo Stato ebraico che è in netto contrasto con le opinioni della stragrande maggioranza degli ebrei newyorkesi”.
Ha poi aggiunto: “Siamo profondamente preoccupati che quelle persone e quei principi influenzino la sua amministrazione in un momento in cui stiamo registrando un’impennata sfacciata di molestie, vandalismi e violenze contro residenti e istituzioni ebraiche. Ci aspettiamo che il sindaco della città con la più grande popolazione ebraica del mondo si opponga senza ambiguità all’antisemitismo in tutte le sue forme e sostenga tutti i residenti ebrei esattamente come farebbe con ogni altro gruppo”. In 48 ore la Tip Line ha già raccolto 47 segnalazioni: 19 post social, 12 volantini “From the river to the sea”, 6 “sguardi ostili” in metropolitana.
L’iniziativa dell’organizzazione
Il tempismo è sospetto: Mamdani non ha ancora giurato e già viene messo sotto lente d’ingrandimento. Il suo peccato? Aver definito Israele “Stato di apartheid” durante la campagna e aver marciato con Jewish Voice for Peace, gruppo che l’ADL bolla come “estremista di sinistra”. ADL si definisce come “l’organizzazione leader mondiale contro l’odio”. Fondata nel 1913, la sua “missione senza tempo” è “fermare la diffamazione del popolo ebraico e garantire giustizia e trattamento equo a tutti”. Oggi ADL continua a combattere ogni forma di antisemitismo e pregiudizio”.
In realtà, si tratta di una influente organizzazione che esercita un’enorme pressione sui partiti e sul Congresso, oltre che sulle aziende, al fine di mettere a tacere i critici della politica israeliana: l’antisemitismo viene usato come una clava per delegittimare ogni possibile critica nei confronti di Tel Aviv. L’organizzazione fa parte della “guerra cognitiva” o guerra dell’informazione che Israele – e la lobby israeliana negli Usa – ha aperto negli Stati Uniti e di cui vi abbiamo parlato su InsideOver. A dicembre 2024, il presidente dell’ADL Jonathan Greenblatt è volato in Israele per riferire ai suoi referenti: “Per vincere questa guerra, catturare TikTok è strategico quanto sconfiggere Hezbollah e Hamas”. Successivamente, il Congresso Usa ne ha imposto la vendita forzata.
Su InsideOver vi abbiamo inoltre raccontato come, nelle ultime settimane, la famiglia Ellison – il magnate Larry e il figlio David – abbia messo in campo una serie di operazioni che stanno consolidando un impero mediatico da far impallidire Murdoch. Larry Ellison, il mega-miliardario di Oracle che ha donato milioni di dollari a Israele e all’IDF, con un patrimonio netto stimato in oltre 380 miliardi di dollari, ha appena visto suo figlio acquisire Paramount/CBS per affidarne la guida alla giornalista Bari Weiss, fondatrice di FreePress e convinta sostenitrice della politica israeliana a Gaza. Non solo, Ellison padre sta cercando di comprare la Cnn e ora si appresta ad acquistare TikTok insieme ad Andreessen Horowitz.
Non solo, nel mega accordo per l’acquisto di TikTok per 14 miliardi di dollari, come nota Responsible Statecraft, ci sarebbero anche Rupert Murdoch, capo del colosso mediatico NewsCorp (Fox News), un perenne critico del “pregiudizio anti-israeliano” nei media E il braccio destro di Ellison presso Oracle, l’israelo-americana Safra Catz , grande amica del presidente Trump. Insomma, tutto in “famiglia”.
Un’organizzazione controversa
L’ADL è stata più volte accusata in passato di confondere volutamente antisemitismo con antisionismo e con le legittime critiche nei confronti della politica israeliana. Nel 2022, come ricorda il Guardian, il CEO dell’Anti-Defamation League Jonathan Greenblatt scatenò aspre polemiche equiparando l’opposizione a Israele alla supremazia bianca, definendo l’antisionismo come pura e semplice “antisemitismo” in un discorso ai leader dell’organizzazione. In quell’occasione, individuò in gruppi come Students for Justice in Palestine e Jewish Voice for Peace l’incarnazione di una “sinistra radicale”, speculare all’estrema destra tradizionalmente monitorata dall’ADL.
Queste dichiarazioni non solo provocarono la reazione di attivisti e gruppi ebraici critici verso Israele, ma innescarono anche un vero e proprio tumulto all’interno dello stesso influente gruppo di pressione ebraico.
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