Un’inchiesta del New York Times ha svelato il controverso rapporto tra JPMorgan Chase, una delle banche più prestigiose al mondo, e Jeffrey Epstein, il finanziere accusato di traffico internazionale di minorenni e abusi sessuali, morto per un presunto suicidio il 10 agosto 2019 nel carcere di Metropolitan Correctional Center a New York. Basata su migliaia di documenti interni, deposizioni giurate e interviste, l’inchiesta rivela come JPMorgan abbia continuato a fare affari con Epstein per oltre un decennio, nonostante i sospetti sulle sue attività illecite.
La banca ha continuato a fare affari con il finanziere
Nel 2011, Epstein, già condannato per reati sessuali in Florida, fu accolto negli uffici di JPMorgan al 270 Park Avenue, a Manhattan, per un incontro con Stephen Cutler, consulente generale ed ex regolatore federale. Epstein assicurò a Cutler di aver “voltato pagina” e citò figure di spicco come Bill Gates per avvalorare la sua reputazione.
Tuttavia, Cutler, pur riconoscendo che Epstein “non è una persona onorevole in alcun modo”, non insistette per interrompere il rapporto. Epstein era un cliente di grande valore per JPMorgan, con conti superiori a 200 milioni di dollari e milioni in entrate generate. La banca gli prestò denaro, trasferì fondi all’estero e aprì conti per giovani donne, poi rivelatesi vittime delle sue operazioni di traffico sessuale.
Inoltre, Epstein introdusse clienti di alto profilo, come il co-fondatore di Google Sergey Brin, e facilitò l’acquisizione di una partecipazione in Highbridge Capital Management per 1,3 miliardi di dollari, guadagnando 15 milioni di dollari. Nonostante i prelievi mensili in contanti di decine di migliaia di dollari, considerati segnali di attività illecite, la banca continuò a servire Epstein.
Ignorate le anomalie
Gli specialisti anti-riciclaggio, riporta il New York Times, notarono queste anomalie, ma le obiezioni furono ignorate. Jes Staley, alto dirigente e principale difensore di Epstein, convinse Cutler a “dare ascolto” al cliente, mantenendo il rapporto. Staley condivise persino informazioni confidenziali con Epstein, tra cui dettagli su operazioni finanziarie e trattative con la Federal Reserve.
Nel 2011, William Langford, responsabile della conformità, espresse preoccupazione per i rischi reputazionali e legali, sottolineando che “le aziende possono essere perseguite penalmente per riciclaggio di denaro se ignorano volontariamente tali attività”. Tuttavia, anche dopo che Epstein fu classificato come sex offender di livello 3, con alto rischio di recidiva, la banca non fece nulla.
Solo nel 2013, dopo un ordine di cessazione per carenze nei controlli anti-riciclaggio, JPMorgan chiuse i conti di Epstein, trasferendo i suoi 176 milioni di dollari a Deutsche Bank. Una mossa decisamente tardiva.
La causa contro la banca
Joseph Evangelisti, portavoce di JPMorgan, ha dichiarato che il rapporto con Epstein “è stato un errore e, col senno di poi, lo rimpiangiamo”. La banca ha scaricato la colpa su Staley, sostenendo che “la fiducia in lui era mal riposta”. Nel 2023, JPMorgan ha pagato 290 milioni di dollari per risolvere una causa di circa 200 vittime di Epstein e 75 milioni per una causa delle Isole Vergini Americane, senza ammettere responsabilità.
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