Nel cuore dell’Impero qualcosa si stia incrinando. Non nel senso profondo, etico, spirituale, ma nel senso un po’ più terra-terra del ripulirsi la coscienza. E, forse, provare ad allargare lo spazio del dicibile senza rischiare di essere cancellati. Dopo diciotto mesi di distruzione sistematica, bombe su scuole, ospedali e panifici, e una montagna di cadaveri difficile da scrollare via anche col miglior algoritmo di X, improvvisamente, una serie di testate prestigiose ha invocato la fine della strage a Gaza.
Cosa è successo? Il piano di occupazione permanente della Striscia da parte del Governo Benjamin Netanyahu, esplicitato negli scorsi giorni, potrebbe aver fatto traboccare l’ultima goccia. Fatto sta che in pochi giorni, come se si fossero dati appuntamento al pub, FT, Economist, Independent e The Guardian hanno pubblicato editoriali – non opinioni isolate ma editoriali – che definiscono l’operazione israeliana per quello che è: un crimine contro l’umanità, compiuto con la complice acquiescenza di Stati Uniti ed Unione Europea.
“Sì, è un genocidio”
Il comitato di redazione del Financial Times ha parlato di “vergognoso silenzio” occidentale. The Economist, tra un grafico sull’economia cinese in difficoltà e un’apologia di Javier Milei, ha detto che la guerra “deve finire” e che l’unico a beneficiarne è Netanyahu e i suoi soci etno-messianici. The Independent ha chiesto ai Governi occidentali di “rompere il silenzio assordante”. E infine The Guardian si è lasciato andare, pubblicando l’ex capo della diplomazia europea, il socialista spagnolo Josep Borrell, che parla esplicitamente di “pulizia etnica” e si chiede a che punto l’Ue possa tollerare tutto questo. Bella domanda, caro Borrell, ma potevi fartela prima, magari quando eri ancora a due passi dalla Commissione a Bruxelles.
Nel frattempo, in Italia, ci siamo distratti. Tra una polemica su un piatto di pasta “antisemita” e la difesa d’ufficio – persino su quotidiani progressisti – di ogni parola uscita dalla bocca dall’Idf, non abbiamo fatto in tempo a registrare che persino il New York Times pubblica le foto dei soccorritori palestinesi uccisi. Se n’è accorto però l’Ordine dei Giornalisti italiano, che in una dichiarazione approvata all’unanimità ha denunciato qualche giorno fa il massacro dei colleghi palestinesi, parlando di “blackout mediatico” imposto da Tel Aviv. Una presa di posizione storica, certo. Ma non abbastanza da comparire in prima pagina su Repubblica.
Anche tra i fedelissimi di Israele qualcosa si muove. Il conservatore britannico Mark Pritchard, deputato da vent’anni, ha dichiarato in aula: “Mi sbagliavo. Ritiro il mio sostegno a Israele.” E Shaiel Ben-Ephraim, un falco dell’hasbarà, ha twittato che sì, “Israele sta commettendo un genocidio”. Una frase che, se pronunciata da un attivista pro-Palestina fino a ieri, garantiva il linciaggio pubblico, la censura online, e una convocazione d’urgenza in questura.
Se Donald Trump scarica Netanyahu
E poi c’è Donald Trump. Il quale, sebbene finanziato da suprematisti israeliani come la miliardaria Miriam Adelson, ha interrotto la fallimentare campagna militare contro gli Houthi e comincia a dialogare con Hamas senza passare da Netanyahu. Peggio: ha fatto liberare un ostaggio israeliano americano senza coinvolgere Israele. Netanyahu si è infuriato e gli account di destra hanno pubblicato fotomontaggi dove il presidente Usa è vestito con i colori di Hamas. Sarebbe tragicomico se dopo le debolezze di Joe Biden il miglior amico di Bibi lo scaricasse in diretta mondiale.
Cosa vuol dire tutto questo? Che l’aria sta cambiando. L’Occidente mediatico sta capendo – tardi, ma con sufficiente panico – che essere rimasti silenti per un anno e mezzo davanti a un genocidio non farà bella figura sui libri di storia. E allora si corre ai ripari. Si pubblicano editoriali, si ritrattano posizioni, si invocano cessate il fuoco. Chissà dove iniziano le prese di coscienze e dove la difesa del brand.
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