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Media e Potere

La Kallas e la libertà per Cecilia Sala: parlare bene (ora) e razzolare male (sempre)

Kaja Kallas, "ministro" degli esteri Ue, ha preso posizione a favore di Cecilia Sala. Giusto. Ma perché ha sempre taciuto su tutti gli altri?
Kaja Kallas

Se qualcuno volesse farsi un’idea del perché, dal punto di vista politico, l’Unione Europea nel mondo non conta una fava, vada a rileggersi le dichiarazioni che Kaja Kallas, nuovo Alto Commissario Ue alla politica estera e di difesa ha rilasciato nei giorni scorsi a proposito della detenzione in Iran di Cecilia Sala, la blogger italiana pretestuosamente arrestata per una misteriosa violazione della “legge islamica”.

La Kallas ha dichiarato quanto segue: “Nessuno dovrebbe essere detenuto per aver svolto il proprio lavoro; il giornalismo non è un reato. Ogni giornalista deve avere la libertà di riferire senza timore di arresto o persecuzione. Mentre il mondo è in subbuglio, il ruolo del giornalismo è più essenziale che mai”. Aggiungendo la richiesta di un’immediata liberazione della Sala. Tutto giusto, tutto perfetto, ovviamente. E ci mancherebbe pure. Ma per il nostro discorso il problema non è la Sala, ovviamente, che deve poter tornare a casa il prima possibile, bensì la Kallas. E, si badi bene, non sulla sua qualità politica: se parlassimo di questo, una signora che da premier dell’Estonia (1,4 milioni di abitanti) ha auspicato la disgregazione della Russia in tanti staterelli, dimenticando che nel caso molti di questi avrebbero la bomba atomica, risulterebbe troppo sciocca per occupare il ruolo che occupa. Parliamo solo del rapporto della Kallas con l’idea, a lei così cara, che “il giornalismo non è reato” e che “ogni giornalista deve avere la libertà di riferire”.

Se la Kallas credesse davvero in ciò che dice, dovremmo trovare traccia di un qualche suo intervento a favore di Julian Assange, inseguito e costretto ad anni durissimi di detenzione dalla vendetta degli Usa, di cui aveva rivelato molte malefatte. Allo stesso modo, la Kallas sarebbe potuta intervenire per dire almeno una parola a proposito di Andrea Rocchelli, ucciso nel maggio 2014 nel Donbass dai mortai ucraini insieme con il collega e compagno di viaggio Andrej Mironov. E perché no, avrebbe potuto intervenire sul fatto che le bombe di Israele, nella Striscia di Gaza, di giornalisti ne hanno uccisi 200 (non arrestati, uccisi). E magari notare che l’Autorità palestinese, nei giorni scorsi, ha espulso da Jenin i giornalisti di Al Jazeera, nell’evidente tentativo di eliminare qualunque testimone su quanto avviene in quella città, dove i simpatizzanti di Hamas si scontrano con i seguaci di Abu Mazen, il quale a sua volta è impegnato a conquistarsi i favori di Israele e Usa nella speranza di poter regnare, domani, sulle macerie di Gaza.

Ora la Kallas, grazie al caso di Cecilia Sala, sembra essersi svegliata, accorgendosi di colpo che arrestare o perseguitare o magari uccidere i giornalisti è cosa che nuoce alla democrazia. Bene, benissimo, speriamo che prosegua. Però, per tornare al discorso iniziale: secondo voi, quale credibilità può avere un ministro degli Esteri Ue che signorilmente tace su 200 giornalisti morti a Gaza e si preoccupa di una blogger italiana il cui caso, per quanto scandaloso e per lei pieno di dolore, sarà sicuramente risolto per via diplomatica? Se voi foste un cinese, un arabo, un sudamericano, un africano, che cosa pensereste nel sentire la Kallas fare il solito predicozzo su diritti, doveri e valori? Ecco, appunto.

Fulvio Scaglione

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