La Formula Uno ha vissuto il suo primo atto a Melbourne, lontana solo geograficamente dalle aree in cui sta imperversando la guerra in Medio Oriente. Ma anche nel paddock situato nella città australiana, durante il primo weekend stagionale l’eco delle bombe che cadono nel Golfo si è fatto ben sentire. Le prossime due tappe del mondiale infatti saranno in Cina e in Giappone, anche in questo caso in un’area lontana dal conflitto. Il problema è però legato alle tappe di aprile: il 12 aprile si dovrebbe correre in Bahrein, il 19 in Arabia Saudita. In due dei Paesi maggiormente coinvolti nelle attuali tensioni. A meno di risvolti clamorosi degli ultimi giorni, i due gran premi salteranno. Ma non si tratta in questo caso solo di modifiche al calendario: il motorsport da anni ha spostato parte del suo baricentro verso il Medio Oriente e oggi tanti, tra chi da tempo ritiene inopportuno correre più gran premi in regioni turbolente, premono per far tornare l’Europa al centro dell’automobilismo.
Non è la prima volta di una Formula Uno in “guerra”
Non si tratta di un inedito per la classe regina del motorsport. Già in altre occasioni il calendario di Formula Uno ha subito rimodulazioni per via di scenari politicamente delicati. Il primo precedente si è avuto proprio in Bahrein nel 2011, quando il Paese era preda delle proteste legate alla Primavera araba. La situazione a Manama era talmente grave in quel momento che, per motivi di gestione della sicurezza, si è preferito cancellare il gran premio. Nel 2022 invece, durante le prove libere del Gp di Arabia Saudita, per la prima volta il rumore di un missile ha scosso il “circus”. Un ordigno laniato dagli Houthi dallo Yemen, è infatti caduto a circa 20 km dalla pista. Le immagini delle auto che sfrecciano con sullo sfondo una colonna di fumo è rimasta, a suo modo, nella storia della competizione.
La gara si è comunque disputata senza problemi e il programma di quel fine settimana non ha subito mutazioni. Il weekend cancellato in quell’anno è stato quello del gran premio di Russia, appuntamento inserito nel mondiale dal 2014 e rimasto fuori dal calendario subito dopo lo scoppio della guerra in Ucraina.
Non è solo una questione di sicurezza
Esistono quindi precedenti ma, al di là delle stagioni del 2020 e del 2021 condizionate dall’emergenza coronavirus, mai si era arrivati a un così drastico cambiamento di calendario. Come detto, due gran premi ormai sono in procinto di saltare e sono quelli di Bahrein e Arabia Saudita. A rischio però ce ne sono almeno altri tre. A partire dai due ultimi appuntamenti programmati in Qatar ed Emirati Arabi Uniti, previsti però a fine anno e con dunque la possibilità di essere organizzati a guerra (si spera) finita. C’è chi ha messo in dubbio anche il Gp di Azerbaijan, previsto a settembre, dopo i droni caduti nell’enclave azera di Nakhchivan. Cinque appuntamenti su 24 in calendario sono quindi influenzati dal conflitto e questo dà l’idea sull’attuale situazione.
Da qui la riemersione delle critiche sulla scelta, attuata soprattutto negli ultimi anni, di far crescere il numero di gare in Medio Oriente. Anche se al momento gli addetti ai lavori appaiono più impegnati a ridefinire il calendario che a mettere in piedi un vero confronto, nel paddock e tra i tifosi l’insofferenza verso un circus più lontano dall’Europa sta crescendo. E non si tratta solo di motivi di sicurezza. La guerra ha reso palese la vulnerabilità organizzativa di un mondiale che guarda ai petrodollari del Golfo. Oltre ai numerosi gran premi organizzati nella regione infatti, la Formula Uno è legata alle petromonarchie da contratti di sponsorizzazione e da importanti intese economiche. Si rischia, in poche parole, di avere meno gare e anche meno soldi, visto che le aziende dell’area stanno subendo gravi perdite per via del conflitto. Aramco e Qatar Airways, due delle sigle più presenti sui cartelloni pubblicitari degli autodromi, potrebbero ad esempio ridimensionare il proprio apporto economico.
Più in generale, ad emergere tra i meandri del motorsport è la volontà di vedere una Formula Uno più legata alla sua tradizione che ai soldi del Golfo. La priorità, secondo questa prospettiva, è quella di ridare centralità alle piste storiche e a quei Paesi dove da sempre è molto più alto il numero di tifosi e appassionati. Rientrare quindi il più possibile nel Vecchio Continente, il quale oggi ospita solo 10 delle 24 (o 22) gare in calendario. La guerra, con le sue conseguenze economiche e logistiche, farà probabilmente da acceleratore a un dibattito rimasto per adesso solo latente.
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