Già prima delle elezioni, era visibile ad Arusha un certo malcontento. Terza città della Tanzania, ma principale luogo turistico per via della sua vicinanza con il Kilimangiaro, gli abitanti di Arusha hanno lamentato una certa pioggia di soldi su Dodoma e sulle aree vicine. Su quella regione quindi che tempo fa è stata destinata a diventare capitale ma su cui solo adesso, a distanza di almeno trent’anni, si stanno concentrando gli investimenti. Ma se a Dodoma si esulta per l’arrivo della nuova ferrovia e per le nuove infrastrutture, ad Arusha ci si interroga su quando finalmente i sodi potranno arrivare anche alle falde della montagna più alta d’Africa. Nel frattempo, l’attuale governo ha avviato, in un’area a ovest del centro, la costruzione di un moderno stadio. A lavori finiti, la nuova arena sarà capace di contenere 30.000 spettatori e, soprattutto, ospiterà alcune partite della Coppa d’Africa del 2027. Tuttavia, alla luce delle rivolte partite dopo il voto del 29 ottobre scorso, lo stadio è diventato più motivo di polemica che occasione di vanto.
Ad Arusha come a Casablanca
Ironia della sorte, la struttura dovrebbe essere dedicata proprio a Samia Suluh, la presidente contro cui l’intero Paese è sceso in piazza. La Tanzania sta infatti vivendo una fase molto complicata. A dispetto delle promesse di maggior trasparenza e democrazia, Suluh nell’ultimo anno ha messo in carcere molti membri dell’opposizione e nel voto di ottobre ha di fatto rappresentato l’unica vera candidata. La giovane popolazione della Tanzania, spinta probabilmente da quanto osservato nelle settimane precedenti in Kenya, Madagascar e Marocco, ha iniziato a protestare e a chiedere le dimissioni di Suluh.
Nella città di Arusha, lo stadio è diventato un simbolo in negativo dell’attuale amministrazione. Le ragazze e i ragazzi della generazione Z, non vedono nella struttura un’occasione di riscatto. Al contrario, per loro lo stadio è emblema degli sprechi. La città, ancora oggi, rimane con pochi collegamenti con il resto del Paese, nonostante la sua importanza turistica. Così come, appaiono scarse le strutture sanitarie presenti in tutta la regione circostante. In piazza, prima sottovoce e ora platealmente, la popolazione ha iniziato a inveire contro la presenza dei cantieri nell’area del futuro stadio. Esattamente come accaduto a settembre a Casablanca e in altre città marocchine, lì dove i gruppi di giovani per strada hanno intonato lo slogan “meno stadi e più ospedali”.
Lo sport come fonte di protesta
Sembrano ben lontani i tempi in cui, giusto per rimanere in Africa, Mobutu Sese Seko a Kinshasa ha fatto costruire l’avveniristico impianto dello stadio dei martiri negli anni ’80 per mostrare i risultati del proprio governo. E sembrano anche lontani i tempi in cui il mondiale di calcio del 2010, ospitato in Sudafrica, ha rappresentato motivo di riabilitazione del continente. Ai giovani africani di oggi, importa evidentemente sempre meno avere nuovi stadi vicino casa. Nemmeno quando si tratta di avere a pochi passi tornei internazionali visti prima soltanto in televisione. Il Marocco ospiterà infatti nel 2025 la Coppa d’Africa e nel 2030 i mondiali, la Tanzania come detto per la prima volta (assieme a Kenya e Uganda) farà gli onori di casa in Coppa d’Africa.
Eppure, anche le nuove generazioni appaiono molto appassionate. I tifosi marocchini hanno festeggiato nel 2022 il raggiungimento delle semifinali dei mondiali da parte della propria nazionale, in Tanzania i derby locali danno vita a partire tra le più seguite a livello africano. Basti pensare all’eterna sfida tra Young Africans e Simba, le due squadre di Dar Es Salam. Sono però cambiate, da alcuni anni a questa parte, le priorità: alle precedenti generazioni, la costruzione degli stadi bastava forse per assaporare un minimo di modernità, oggi invece si chiede altro.
La gen Z africana conosce meglio il mondo, viaggia di più ed è maggiormente interconnessa. Sanno quindi che i soldi, oltre che per gli stadi, possono essere spesi per autostrade e ospedali. Un discorso quest’ultimo che vale per l’Africa, così come per il resto del mondo: forse, a dispetto degli ultimi decenni, lo sportwashing non porta a risultati. L’idea di legittimare un determinato potere grazie agli eventi sportivi ospitati, appare sempre più sfumata e sempre più lontana dalla realtà odierna.