Le dichiarazioni del vicepresidente americano J.D. Vance al podcast di Joe Rogan hanno rotto un silenzio che durava da mesi. Ammettendo senza giri di parole che l’amministrazione Trump ha «gestito malamente» il rilascio degli Epstein Files, Vance ha fatto molto più che ammettere un errore di comunicazione. Ha ufficialmente messo il sigillo della Casa Bianca sul fatto che Jeffrey Epstein non era solo un miliardario pedofilo, ma un attore profondamente inserito nelle maglie dell’intelligence americana e, soprattutto, israeliana. Ovvero il Mossad.
L’ammissione di Vance che scotta
«Se la gente vuole dire che abbiamo gestito male il rilascio degli atti su Epstein, colpevoli. Lo abbiamo gestito male – specialmente la comunicazione», ha dichiarato Vance, aggiungendo senza mezzi termini: «Abbiamo assolutamente sbagliato la comunicazione degli atti su Epstein, esattamente come abbiamo fatto». Il vicepresidente ha anche criticato l’ex procuratore generale Pam Bondi, accusandola di aver esagerato «quello che avevamo e quello che non avevamo», alimentando così la sfiducia dell’opinione pubblica.
Ma il vero scossone è arrivato quando, pressato da Rogan sulle teorie che vorrebbero Epstein legato al Mossad, Vance ha risposto: «Sì, Mossad o Cia o qualche altro stato profondo, che sia in America o in Israele». E ancora, con una chiarezza che i media mainstream faranno fatica a digerire: «Aveva chiaramente collegamenti con i più alti livelli dell’intelligence americana. Aveva chiaramente collegamenti con i più alti livelli dell’intelligence israeliana».
Queste dichiarazioni non sono affatto una novità per i lettori di InsideOver. Da mesi, infatti, abbiamo documentato con precisione la fitta rete di relazioni che legava Epstein allo Stato di Israele e ai suoi apparati di sicurezza.
Le donazioni all’IDF e al JNF
Come abbiamo riportato nel corso dei mesi, documenti finanziari e email resi pubblici negli ultimi anni dipingono un quadro di legami profondi con Israele che vanno ben oltre le frequentazioni personali. Tra le prove più concrete spiccano i documenti fiscali della THE C.O.U.Q. FOUNDATION INC., una fondazione associata a Epstein (EIN 13-3996471). Il 3 marzo 2005, la fondazione donò 25.000 dollari a Friends of the Israel Defense Forces (FIDF), l’organizzazione di supporto alle Forze di Difesa Israeliane, con lo scopo esplicitamente indicato come sostegno all’esercito israeliano. Nello stesso periodo, Epstein finanziò anche The Jewish National Fund (JNF), l’ente storicamente coinvolto nella costruzione di insediamenti in Cisgiordania.
Non si tratta solo di Barak. Epstein manteneva rapporti anche con l’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu. Nel 2011, email emerse da cause giudiziarie mostrano come Epstein abbia facilitato un incontro tra il premier israeliano e alti dirigenti di JPMorgan. Il 23 marzo 2011, Roy Navon, responsabile JPMorgan in Israele, scrisse: «Contro ogni previsione, siamo riusciti a ottenere un incontro con il Primo Ministro Netanyahu». L’incontro coincise con una votazione cruciale alla Knesset sul regime fiscale per il giacimento di gas Leviathan.
L’operazione di sicurezza israeliana a Manhattan
Ma la prova più clamorosa del legame operativo tra Epstein e lo Stato di Israele è emersa da una serie di email rese pubbliche dal Dipartimento di Giustizia, che hanno portato alla luce un’operazione di sicurezza condotta dal governo israeliano in un edificio di Manhattan legato proprio ad Epstein. L’intervento riguardava l’installazione e la gestione di sistemi di allarme e sorveglianza in un appartamento al 301 East 66th Street, utilizzato spesso dall’ex primo ministro israeliano Ehud Barak durante i suoi soggiorni a New York.
Secondo i documenti, l’operazione è partita all’inizio del 2016 e si è protratta per almeno due anni. Rafi Shlomo, all’epoca responsabile della protezione presso la missione israeliana a New York e capo della sicurezza di Barak, ha gestito direttamente l’accesso all’appartamento, inclusi controlli su visitatori, addetti alle pulizie e dipendenti di Epstein. Epstein stesso ha autorizzato i lavori e gli incontri tra il suo staff e i rappresentanti israeliani.
Non è tutto. I calendari personali di Epstein e le email hackerate di Ehud Barak dimostrano che Yoni Koren, uno dei più alti ufficiali dell’intelligence militare israeliana (Aman) e stretto collaboratore dell’ex primo ministro, ha soggiornato per settimane nell’appartamento newyorkese del finanziere-pedofilo almeno in tre occasioni tra il 2013 e il 2015. Koren ha costruito la carriera nella Divisione Ricerca di Aman, diventando poi capo dell’intera direzione intelligence militare.
A rafforzare ulteriormente queste connessioni, un documento governativo statunitense diffuso nei mesi scorsi cita un informatore confidenziale sotto copertura dell’FBI che si convinse che Epstein fosse un agente israeliano. Secondo il rapporto, Epstein fu addestrato come spia sotto l’amico Barak. L’informatore riferì che l’avvocato di Epstein, Alan Dershowitz, disse all’allora procuratore statunitense Alex Acosta – che approvò il controverso patteggiamento del 2008 – che Epstein apparteneva sia ai servizi di intelligence statunitensi che a quelli alleati. Questo coincide con la versione fornita dallo stesso Acosta.
L’informatore concluse che Epstein fosse un agente del Mossad cooptato, anche se è più probabile, come ha suggerito il giornalista investigativo Max Blumenthal, che Jeffrey Epstein operasse come una sorta di «freelance» profondamente connesso, tuttavia, come abbiamo dimostrato, proprio con l’intelligence israeliana.
Un «asset» di Tel Aviv
Come abbiamo più volte sottolineato su InsideOver, Epstein non era probabilmente un agente del Mossad in senso stretto. Era piuttosto un asset, un freelance sempre pronto ad aiutare Tel Aviv. Un uomo che, grazie alla sua ricchezza, alla sua rete di contatti tra le élite globali e alla sua disponibilità a operare nelle zone grigie tra finanza, politica e ricatto, rappresentava uno strumento di influenza di inestimabile valore per i servizi segreti israeliani. Elementi, che confermano la tesi del vicepresidente Vamce che puntano con insistenza verso Tel Aviv e Washington, dove Epstein operava come ponte tra finanza, politica e intelligence.
Le parole di Vance al podcast di Rogan non fanno che confermare quanto InsideOver ha sostenutp in tempi non sospetti. Che il vicepresidente americano ammetta pubblicamente l’esistenza di questi legami – e che l’amministrazione Trump abbia consapevolmente gestito male il rilascio dei documenti che li provano – è un fatto storico e una svolta importante nel caso del magnate morto nel 2019 per uno strano suicidio.
L’accusa ai “sabotatori” e a Israele
Durante l’intervista con Joe Rogan, Vance ha anche parlato della guerra in Iran e dei negoziati con Teheran sui quali il vicepresidente si era speso in prima persona, attirandosi le critiche dei neoconservatori e degli esponenti della lobby israeliana negli Usa. Vance ha affermato che «alcune persone all’interno del governo israeliano odiano l’accordo» con l’Iran e che esisterebbero «prove certe” di un tentativo organizzato per influenzare l’opinione pubblica americana e far deragliare i negoziati».
Le accuse di Vance fanno riferimento al memorandum d’intesa (MOU) in 14 punti firmato lo scorso mese tra Stati Uniti e Iran. L’accordo prevedeva un cessate il fuoco di 60 giorni – ampiamente abbandonato – con l’obiettivo di riaprire lo Stretto di Hormuz, mentre l’Iran si impegnava a non sviluppare armi nucleari e accettava di smaltire le proprie scorte di uranio arricchito.
Durante l’intervista, Vance ha utilizzato toni durissimi: «Ci sono persone all’interno del loro sistema, lo sappiamo al di là di ogni dubbio, che stanno manipolando e cercando di cambiare l’opinione pubblica americana per mantenere la guerra in corso all’infinito. Non verso un obiettivo preciso, ma semplicemente all’infinito».
Il vicepresidente ha descritto una «campagna molto discreta, estremamente ben finanziata» per far deragliare i negoziati, aggiungendo di essere stato oggetto di attacchi «ossessivi» sui social media e tramite fughe di notizie ai giornalisti. Al centro delle accuse di Vance c’è un articolo pubblicato dal settimanale Time, secondo cui l’ex direttore della campagna elettorale di Trump, Brad Parscale, avrebbe ricevuto 45 milioni di dollari per gestire una campagna online a favore di Israele. Vance ha commentato: Quando apro le pagine di Time e vedo che c’è una letterale campagna di influenza straniera finanziata per affossare l’accordo che stavo perseguendo, e molti di coloro che ricevevano quei soldi mi attaccavano in modi completamente disonesti… la mia risposta è: andate all’inferno. Farò ciò che devo fare per il popolo americano».
Il vicepresidente Usa ha poi precisato: «Non mi dà fastidio che certi elementi del governo israeliano vogliano criticare l’accordo o siano in disaccordo. Non mi dà fastidio nemmeno un tentativo di influenzare. I governi stranieri cercano di influenzare gli Stati Uniti continuamente. Israele lo fa, altri paesi lo fanno. È nella natura delle cose. Ciò che mi dà fastidio – ha aggiunto – è quando la leadership americana permette a quell’influenza di condizionare il proprio giudizio e ciò che sostiene».
Interpellata dai giornalisti sulle parole di Vance, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha affermato: «Il presidente concorderebbe certamente sul fatto che i paesi stranieri cercano di influenzare l’opinione pubblica americana. Non c’è dubbio su questo. Penso sia solo un dato di fatto basilare» ha osservato, evitando tuttavia di rispondere alla domanda sulle ingerenze di Tel Aviv nella politica Usa.
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