Il 29 maggio le Nazioni Unite hanno inserito Israele nell’elenco degli attori coinvolti in gravi violazioni sessuali nei conflitti armati.
Nella stessa lista figurano anche Hamas, ISIS e altri gruppi responsabili di violenze documentate contro la popolazione civile.
La decisione ha provocato una reazione immediata da parte del governo israeliano. L’ambasciatore israeliano all’ONU Danny Danon ha definito la misura una «calunnia sanguinosa» e una decisione «politica, scollegata dai fatti e dalla realtà. Chiunque sia in grado di mettere Israele nella stessa lista dei terroristi e degli stupratori di Hamas non ha alcuna legittimità morale per chiedere cooperazione», ha dichiarato. Pochi giorni dopo, mentre l’attenzione internazionale si concentrava sulle accuse di violenze sessuali contro palestinesi e sulle crescenti denunce provenienti da organismi delle Nazioni Unite sul genocidio a Gaza, il governo israeliano ha intensificato una vasta campagna di disinformazione destinata a colpire le stesse organizzazioni che producono tali accuse.
Tra i documenti pubblicati figura il rapporto governativo intitolato “Laundering Propaganda: How UN Actors Manipulated Information in the Gaza War (2023-2025)”, nel quale Israele sostiene che diverse agenzie ONU abbiano sistematicamente manipolato dati e informazioni sul genocidio di Gaza. Il rapporto è stato lanciato sul profilo ufficiale dello Stato di Israele. Il dossier accusa le Nazioni Unite di aver diffuso dati provenienti da fonti controllate da Hamas (secondo Israele i giornalisti di Gaza o l’UNRWA), di aver amplificato statistiche non verificate e di aver contribuito alla costruzione di una narrativa internazionale ostile a Israele.
Ma il rapporto contro l’ONU rappresenta solo una parte dell’operazione di influenza malevola architettata e messa in piedi da Israele. Analizzando il portale governativo israeliano, emerge un elemento significativo: Israele ha costruito un’intera infrastruttura di dossier dedicati a contestare la credibilità di organizzazioni umanitarie, organismi internazionali, ricercatori e figure pubbliche impegnate nella documentazione della situazione a Gaza.
Tra i soggetti che hanno ricevuto un rapporto dedicato figurano:
- Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sui Territori Palestinesi Occupati;
- UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi;
- Medici Senza Frontiere;
- IPC (Integrated Food Security Phase Classification), il sistema internazionale che monitora fame e insicurezza alimentare;
- piattaforme e database dedicati agli aiuti umanitari;
- il sistema educativo palestinese;
- archivi documentali sul 7 ottobre;
- la Hind Rajab Foundation.
La varietà dei soggetti colpiti mostra come la strategia non sia limitata alla risposta a singole accuse, ma punti a intervenire direttamente sulla credibilità delle fonti che alimentano il dibattito internazionale sul genocidio. Particolarmente significativo appare il caso della Hind Rajab Foundation. La fondazione prende il nome da Hind Rajab, la bambina palestinese di sei anni uccisa a Gaza nel gennaio 2024 dopo essere rimasta intrappolata in un’auto insieme ai propri familiari. La sua morte è diventata uno dei simboli più noti della brutalità e crudeltà dell’esercito israeliano.
La fondazione nata in suo nome raccoglie prove, documenta presunti crimini di guerra e sostiene procedimenti giudiziari contro militari e responsabili politici ritenuti coinvolti in violazioni del diritto internazionale.
Anche questa organizzazione è stata inserita tra gli obiettivi della campagna disnformativa israeliana.
Le accuse ONU e le denunce sulle violenze sessuali
La controffensiva informativa israeliana arriva in un momento particolarmente delicato.
Negli ultimi anni numerosi organismi internazionali hanno documentato accuse di violenze sessuali, torture e maltrattamenti contro palestinesi detenuti o sotto controllo israeliano. Nel marzo 2025 una Commissione d’Inchiesta delle Nazioni Unite ha pubblicato il rapporto “More than a Human Can Bear”, nel quale vengono documentati stupri, torture sessuali e altre forme di abuso contro donne, uomini e minori palestinesi nei Territori Occupati. Nell’aprile 2026 Euro-Med Human Rights Monitor ha diffuso il rapporto “Another Genocide Behind Walls”, dedicato alle condizioni dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane.
L’11 maggio il giornalista del New York Times Nicholas Kristof ha pubblicato l’inchiesta “The Silence That Meets the Rape of Palestinians”, costruita sulle testimonianze di quattordici sopravvissuti palestinesi che descrivono stupri, torture sessuali e sevizie attribuite a soldati, guardie carcerarie e interrogatori israeliani.
Israele respinge tutte queste accuse e sostiene che siano prive di fondamento. Dopo la pubblicazione dell’inchiesta di Kristof, il governo israeliano ha annunciato iniziative legali contro il New York Times, definendo l’articolo «una delle menzogne più orribili e distorte mai pubblicate contro lo Stato di Israele».
La portata di questa strategia non dipende soltanto dai siti governativi. Negli ultimi mesi campagne pubblicitarie riconducibili direttamente alla Israeli Government Advertising Agency sono state diffuse in diversi Paesi europei attraverso Google. Secondo i dati pubblicamente consultabili nel Transparency Center della piattaforma, annunci governativi israeliani sono comparsi in Italia, Germania, Austria, Belgio, Svezia, Australia. Molti di questi contenuti promuovono accuse contro UNRWA, contestano i rapporti delle Nazioni Unite, presentano false accuse contro Medici Senza Frontiere e prendono di mira figure come Francesca Albanese con l’unico obiettivo di delegittimare l’operato di chi è diventato una voce autorevole per Gaza.
L’aspetto più controverso riguarda la classificazione degli annunci. Diversi contenuti che affrontano temi di guerra, sicurezza, politica internazionale e conflitto israelo-palestinese risultano catalogati come “Famiglia e comunità”, “Giustizia e pubblica amministrazione”, “Arti e intrattenimento” o “Libri e pubblicazioni”, anziché come pubblicità politica. Questo meccanismo ha consentito alle campagne governative israeliane di ottenere una visibilità capillare in Europa proprio mentre aumentavano le accuse internazionali relative al genocidio di Gaza e alle violazioni dei diritti umani denunciate da ONU e organizzazioni umanitarie.
La questione assume ulteriore rilevanza considerando il rapporto strategico tra Google e Israele.
Nel 2021 Google e Amazon hanno firmato il contratto da 1,2 miliardi di dollari noto come Project Nimbus, attraverso il quale vengono forniti servizi cloud e infrastrutture digitali al governo israeliano. L’intreccio tra infrastrutture tecnologiche, campagne pubblicitarie e produzione di contenuti governativi pone interrogativi sempre più rilevanti sul ruolo delle grandi piattaforme nella diffusione delle narrative di guerra.
L’inserimento di Israele nella lista ONU degli attori coinvolti in violenze sessuali nei conflitti rappresenta soltanto uno degli episodi più recenti del tentativo dell’ONU e di altre figure di incriminare Israele per i suoi crimini di guerra a Gaza e nei Territori Occupati costruendo archivi di prove. Di risposta, Israele ha costruito una macchina comunicativa sempre più massiccia, destinata a contestare la credibilità di quelle stesse fonti, producendo dossier, campagne pubblicitarie e piattaforme informative rivolte all’opinione pubblica globale. È l’ottavo fronte di guerra: quello che Israele combatte su media e piattaforme social in tutto il mondo per tentare di salvare la propria credibilità.
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