Una vera democrazia non si misura solo attraverso lo svolgimento di elezioni libere e regolari, ma richiede un insieme di pilastri fondamentali: la libertà di espressione, l’indipendenza dei media, il rispetto dello stato di diritto, la protezione delle minoranze, la separazione dei poteri e numerosi altri indicatori che garantiscono un sistema pluralista e aperto al dibattito. Quando questi elementi iniziano a erodersi, anche in presenza di elezioni, il Paese rischia di scivolare verso forme di governo più autoritarie o illiberali.
Per quanto concerne Israele, un segnale preoccupante si era registrato, la scorsa primavera, con la pubblicazione dell’ultimo World Press Freedom Index 2025 pubblicato da Reporters Without Borders (RSF). Israele ha perso 11 posizioni, scendendo al 112° posto su 180 paesi, il ranking più basso dalla nascita dell’indice nel 2002. Nel 2022, prima dell’insediamento dell’attuale governo Netanyahu, Israele si posizionava all’86° posto. Quest’anno, inoltre, è entrato nella categoria “difficile” (la seconda più bassa su cinque livelli: buona, soddisfacente, problematica, difficile, molto grave), riflettendo un deterioramento significativo della libertà di stampa. Tale è attribuito a fattori come l’influenza politica sui media, sanzioni governative contro testate critiche (ad esempio Haaretz), restrizioni sull’accesso alle informazioni da e su Gaza, e un aumento della pressione su giornalisti israeliani. In tale ottica, l’ultimo atto del governo Netanyahu riguarda altresì i media stranieri.
Approvata la legge dalla Knesset
La Knesset ha approvato in seconda e terza lettura una nuova legge che estende per ulteriori due anni i poteri del ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi per chiudere le trasmissioni di media stranieri in Israele, anche in assenza di uno stato di emergenza. La normativa, nota come “legge Al Jazeera” per il suo originario scopo di bloccare il network qatariota, sostituisce una misura temporanea scaduta con la fine della guerra e elimina l’obbligo di approvazione giudiziaria per le chiusure.
Secondo Haaretz, “la nuova legge non richiede l’approvazione del tribunale per chiudere un media” e consente al ministro delle Comunicazioni, con il consenso del primo ministro e l’approvazione di un comitato ministeriale o del governo, di ordinare la sospensione delle trasmissioni, la chiusura degli uffici, il sequestro di attrezzature e il blocco dei siti web di un’emittente straniera ritenuta una minaccia per la sicurezza dello Stato, sulla base di un parere professionale.
Una legge alquanto controversa che ha suscitato varie critiche. La vice procuratrice generale Avital Sompolinsky ha dichiarato durante le audizioni: “Non stiamo difendendo la libertà di espressione di Al Jazeera, ma quella dei cittadini israeliani. Lo Stato non dovrebbe bloccare l’accesso ai contenuti”. Il deputato del Likud Amit Halevi ha ritirato il suo sostegno, definendo la versione finale “svuotata di ogni sostanza” e accusando il comitato di averla “distorta in collaborazione con i consulenti legali del governo e della Knesset”.
Libertà di stampa a rischio in Israele
La legge approvata s’inserisce in un contesto di crescenti preoccupazioni per la libertà di stampa in Israele. La legge originaria del 2024 era stata utilizzata per chiudere le attività di Al Jazeera nel Paese, accusata dal governo di incitamento e supporto a Hamas. La nuova versione rende questi poteri permanenti fino al 2027, applicabili in tempo di pace.
Critici di questa legge, tra cui l’oppositore Yair Lapid, hanno definito tali iniziative parte di una “campagna per abolire la libertà di parola”, accusando il governo Netanyahu di cercare di “controllare la coscienza” pubblica eliminando verità scomode. Il presidente della commissione per la Sicurezza Nazionale, Tzvika Fogel del partito Otzma Yehudit, ha difeso la legge affermando che “salva vite” e che è importante “fare tutto il possibile per evitare processi lunghi e complicati”.
Organizzazioni per i diritti umani e per la libertà di stampa hanno espresso le loro preoccupazioni, vedendo nella normativa un passo verso un maggiore controllo governativo sull’informazione, potenzialmente estendibile ad altri media stranieri critici verso le politiche israeliane. La legge include anche provvedimenti per bloccare trasmissioni satellitari, inclusi nella Cisgiordania, e aggiunge la polizia tra gli organi di sicurezza consultati per fornire delle opinioni sulle chiusure.
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