Israele è una democrazia? no, per almeno 8 motivi

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In un libro dal titolo “I 10 miti su Israele” dello storico israeliano Ilan Pappé, pubblicato nel 2022 da Tamu Edizioni, il settimo mito è dedicato al concetto di “Israele come un’unica democrazia del Medio oriente”. 

A 25 mesi dall’inizio del genocidio nella Striscia di Gaza, la costante pulizia etnica in Cisgiordania e l’aggressione nei confronti del Libano – Iran – Yemen – Siria – Qatar – Tunisia in questi poco più di due anni, il mantra che “giustifica” le operazioni israeliane è sempre più contestato. 

Israele non è uno stato democratico per almeno 8 motivi che proveremo a sviscerare in questo articolo, attraverso una copiosa bibliografia e documentazione.

Proteste a Tel Aviv post 7 ottobre 2023.

1. La mancanza di una costituzione e quindi di doveri – obblighi per gli organi istituzionali.

Lo stato d’Israele, dalla sua fondazione nel 1948 ad oggi, ha emesso quelle che sono delle leggi fondamentali ma non ha mai avviato il procedimento di una stesura testuale costituzionale. Le liberal democrazie contemporanee, successivamente alle rivoluzioni francesi e statunitense, hanno posto il concetto di una democrazie costituzionale come fondato della nuova società che si stava formando. La presenza di una costituzione permette al popolo di essere tutelato e governato secondo una serie di principii – doveri – responsabilità che i tre poteri statali devono rispettare.

La mancanza di una costituzione all’interno dell’ordinamento israeliano ha aperto a quelle che sono state le derive ultranazionaliste oggi al governo che vedono nell’esercito e nell’apparato giudiziario dei poteri da assoggettare completamente all’apparato politico. Come commenta Andrea Marrone, professore di Diritto Costituzionale nell’Università di Bologna in un articolo per il Domani, “la crisi politica d’Israele viene da lontano, e si ritrova nella sua singolare struttura istituzionale. Conoscerla può aiutare a comprendere la mobilitazione popolare, multisfaccettata, che porta in piazza avversari e sostenitori del governo di Benjamin Netanyahu, reo di voler una legge che consegna al parlamento (Knesset) il potere di limitare la Corte Suprema nel garantire i diritti e la democrazia ebraica”.

2. L’assenza di confini delineati, per ambire al sogno della Grande Israele.

Come abbiamo già approfondito qui, l’attuale compagine governativa di Netanyahu conferma ciò che gli analisti e gli studiosi della Palestina e dell’Asia occidentale hanno provato a spiegare all’indomani del 7 ottobre 2023, quale sia il vero significato dei molteplici fronti di guerra aperti da Tel Aviv: non la “lotta al terrorismo” ma il sogno della Grande Israele. 

Affinché ciò sia possibile, la base sta proprio nella mancanza di una costituzione, che vada a delineare quelli che sono i confini precisi di uno stato. Nonostante una serie di risoluzioni passate al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Israele è uno stato senza dei confini “precisi”, che attualmente occupa una serie di zone limitrofi, tra cui il sud del Libano, le Alture del Golan Siriano, la Cisgiordania, Gerusalemme Est e la Striscia di Gaza.

Nella più recente pronuncia giurisdizionale del 22 ottobre 2025, che segue quella del 2004 e del 2024, la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato Israele potenza occupante nel territorio della Striscia di Gaza, e nel paragrafo 85:

La Corte ricorda che, nel Parere consultivo sulle conseguenze giuridiche derivanti dalle politiche e dalle pratiche di Israele nei Territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme Est, ha rilevato che, dopo il ritiro della sua presenza militare nel 2005, “Israele è rimasto in grado di esercitare, e ha continuato a esercitare, alcuni elementi chiave dell’autorità sulla Striscia di Gaza”, e che gli obblighi di Israele ai sensi della legge di occupazione “sono rimasti commisurati al grado del suo effettivo controllo sulla Striscia di Gaza”. 

Netanyahu alle Nazioni Unite – settembre 2025.

3. Democrazia e confessionalità religiosa possono coesistere?

Nel 2018 Tel Aviv ha approvato una legge che dichiara Israele come “la casa nazionale degli ebrei”.  Questa legge è problematica almeno sotto due punti di vista:

Come può una democrazia tutelare le proprie minoranze se si erge a paladina di una singola comunità etnico-religiosa?

4. Apartheid di Stato.

Sia la Corte Internazionale di Giustizia che le più importanti ONG a livello internazionale, hanno dichiarato che Israele mette in atto una politica di apartheid nei confronti dei palestinesi nei territori occupati. 

In particolare la Corte Internazionale di Giustizia, attraverso tre pareri consultivi, ha analizzato le condotte israeliane sotto la lente del diritto internazionale. Secondo lo Statuto della Corte Penale Internazionale, l’apartheid è un crimine contro l’umanità e consiste nel commettere una serie di “atti inumani diretti a provocare intenzionalmente grandi sofferenze o gravi danni all’integrità fisica o alla salute fisica o mentale commessi nel contesto di un regime istituzionalizzato di oppressione sistematica e di dominazione da parte di un gruppo razziale su altro o altri gruppi razziali, ed al fine di perpetuare tale regime”.

All’interno del parere consultivo del 19 luglio 2024, la Corte Internazionale di Giustizia si è espressa così:

La Corte osserva che la legislazione e le misure israeliane impongono e servono a mantenere una separazione pressoché completa in Cisgiordania e a Gerusalemme Est tra le comunità dei coloni e quelle palestinesi. Per questo motivo, la Corte ritiene che la legislazione e le misure israeliane costituiscano una violazione dell’articolo 3 della CERD. L’articolo 3 della CERD recita quanto segue: “Gli Stati parti condannano in particolare la segregazione razziale e l’apartheid e si impegnano a prevenire, proibire e sradicare tutte le pratiche di questa natura nei territori sottoposti alla loro giurisdizione”. Questa disposizione si riferisce a due forme particolarmente gravi di discriminazione razziale: la segregazione razziale e l’apartheid.

5. Libertà di stampa e d’informazione costantemente sotto attacco.

L’aggressività del governo israeliano alla libertà di stampa riguarda due piani: quello contro la stampa palestinese e la stampa estera. 

Come riporta Reporter Senza Frontiere, con numeri al ribasso e difficili da aggiornare:

La Palestina è diventata lo stato più pericoloso al mondo per i giornalisti, con quasi 200 giornalisti uccisi a Gaza dall’esercito israeliano nei primi 18 mesi di guerra, almeno 42 dei quali probabilmente uccisi a causa del loro lavoro. In Cisgiordania, dove i giornalisti erano già vittime di abusi sia da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese che delle forze di occupazione israeliane, la pressione israeliana si è intensificata dal 7 ottobre 2023, con un aumento degli arresti di giornalisti e degli ostacoli al loro lavoro.

Dal 7 ottobre 2023 la stampa estera non entra nella Striscia di gaza, a meno che non sia “scortata” dall’IDF, e con una nuova proposta legislativa avrà sempre più difficoltà a lavorare dentro i territori palestinesi ed israeliani. 

Come hanno dichiarato vari media tra cui MiddleEastEye, il 10 novembre 2025 il parlamento israeliano ha approvato la prima lettura di un disegno di legge che consente alle autorità di chiudere i media stranieri ritenuti “dannosi” per la sicurezza nazionale senza un ordine del tribunale.

6. Lo strano rapporto tra la politica e la giustizia israeliana.

Come InsideOver abbiamo dedicato una serie di articoli e analisi sull’idea del governo di Netanyahu di controllare e limitare la Suprema Corte israeliana, per assoggettarla ulteriormente al potere politico centrale. 

Come abbiamo scritto ben prima del 7 ottobre 2023, la riforma si occupa dei criteri di nomina dei giudici e dei poteri della Corte Suprema. Il piano del governo in una prima parte stabilisce l’aumento della quota riservata ai membri di estrazione politica all’interno della commissione che seleziona i giudici. La seconda parte interviene sul ruolo della massima Corte in un Paese in cui la mancanza di una Costituzione – sostituita dalle Leggi fondamentali – e un sistema unicamerale determinano la presenza di pochi veri contrappesi rispetto all’esecutivo. Le proteste maggiori della società israeliana riguardano in particolare il tentativo di smantellare la cosiddetta “clausola della ragionevolezza”. Il resto dell’articolo di Chiapparino qui

7. La pena di morte per i palestinesi.

L’11 novembre il parlamento israeliano ha approvato in prima lettura un emendamento che aggiungerebbe all’interno del codice penale la pena di morte per individui che uccidano un israeliano con dolo e finalità “razziste o contro l’autorità pubblica “ per “terrorizzare lo stato d’Israele e/o le comunità ebraiche”. 

Amnesty International si è espressa su ciò, dichiarando come:

I membri della Knesset dovrebbero impegnarsi per l’abolizione della pena di morte, non per ampliarne l’applicazione. La pena di morte è la punizione più crudele, disumana e degradante, nonché una negazione irreversibile del diritto alla vita. Non dovrebbe essere imposta in nessuna circostanza, né tantomeno trasformata in un’arma palesemente discriminatoria di omicidio, dominio e oppressione sanciti dallo Stato. La sua imposizione obbligatoria e la sua applicazione retroattiva violerebbero chiari divieti stabiliti dal diritto internazionale dei diritti umani e dalle norme sull’uso di questa pena.

8. Le torture e gli abusi nella carceri israeliane nei confronti dei palestinesi.

In un recente articolo per InsideOver, abbiamo descritto gli abusi e le torture nelle sezioni detentive israeliane non come eventi “singolari” ma alla base di un sistema carcerario che è lo specchio di uno stato malato.

Israele non è quindi una democrazia, o se lo è nella misura in cui il popolo vota ed elegge i suoi rappresentanti è un’entità statale sempre più simile all’Ungheria di Orban o alla Russia di Putin. Affinché vi possa essere pace tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo è necessario anche immagine un futuro che superi la formula dei due Popoli – due Stati, ma anche idee nuove come quelle di uno stato binazionale basato proprio su una costituzione che imponga diritti – doveri – obblighi per tutti i cittadini. 

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