Il quotidiano Haaretz ha finora rappresentato una delle maggiori voci critiche dall’interno per quanto concerne l’operato del Governo israeliano, e non solo dal 7 ottobre 2023. Sono stati ripresi più volte, anche dai nostri quotidiani, editoriali della testata che si scagliavano contro il premier Benjamin Netanyahu e altri membri del suo gabinetto; tali prese di posizione, hanno attirato gli strali di vari esponenti della maggioranza di ultra destra, tanto che già un anno fa circolarono voci che riferivano di una presunta volontà di chiusura della testata.
Premesso che in una democrazia che voglia definirsi tale la libertà di stampa e di espressione sono un elemento imprescindibile, la decisione approvata dal premier – a darne la notizia è lo stesso Haaretz – su proposta del ministro delle Comunicazioni, Shlomo Karhi, vieterebbe a qualunque ente o organismo finanziato dal Governo di intrattenere comunicazioni con il quotidiano e/o di pubblicarvi inserzioni pubblicitarie. La decisione sarebbe stata adottata senza neanche assumere il consueto parere degli uffici del Procuratore generale. Giova ricordare che la decisione non solo non giunge inattesa, ma riprende i contenuti di analoga proposta fatta dallo stesso Karhi circa un anno fa, quando il titolare del dicastero, ed esponente del Likud, accusò la testata di fare della “falsa propaganda”.
Nessun mistero circa le motivazioni all’origine della dura presa di posizione. È stato lo stesso Esecutivo a renderle note, parlando di reazione rispetto ai diversi editoriali e reportage che avrebbero leso la legittimità e/o il diritto di difesa dello Stato ebraico. Sicuramente non sono estranee le parole, recentemente pronunciate a Londra dall’editore di Haaretz, Amos Schocken, che nel corso di un evento organizzato dal suo stesso giornale nella capitale britannica, si era espresso a favore dell’applicazione di sanzioni contro il Governo Netanyahu, accusandolo di avere imposto alla popolazione palestinese un vero e proprio regime di apartheid, e definendo Freedom fighters i combattenti qualificati terroristi dall’Esecutivo. Per la cronaca, queste dichiarazioni avevano già causato una prima reazione, col ministero degli Esteri di Tel Aviv che aveva disdetto diversi abbonamenti, seguito da analoghe decisioni di privati e aziende.
La decisione governativa è stata annunciata solo in data odierna, ragion per cui è ancora presto per valutarne impatto e conseguenze, ma una cosa è certa: la pluralità di posizioni, finora garantita assai più da Haaretz che da diverse e blasonate testate occidentali (italiane incluse), viene ora messa in discussione in modo ufficiale.
È fin troppo ovvio che se una censura diretta e immediata non potrebbe avere spazio in un assetto che si proclami democratico – e non sarebbe consentita dal diritto israeliano (ricordiamo che il Paese non si è mai dotato di una Costituzione), nonostante alcune controverse disposizioni di recente approvazione – è pur vero che esistono molti strumenti di pressione indiretta per imporla in modo strisciante: tagliare i cordoni della borsa è uno di questi.