Israele d’accordo con Hamas: a Gaza i morti sono almeno 70 mila. Imbarazzo per i negazionisti da salotto

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Chissà se proveranno finalmente un po’ di imbarazzo i vari sedicenti “liberali” nell’apprendere che anche l’Idf afferma, per la prima volta, come riportato da vari media israeliani (non solo l’anti-governativo Haaretz ma anche Jerusalem Post, Times of Israel e altri), che circa 70.000 persone sono morte durante l’Operazione Spade di Ferro nella Striscia di Gaza. Certo, le Forze di Difesa Israeliane contestano al contempo la percentuale di morti civili dichiarata dalle Nazioni Unite e sottolineando che, a loro dire, “nessuna persona sana è morta di fame”; tuttavia, è indubbio che si tratta di un’ammissione estremamente significativa sotto vari punti di vista. Almeno che anche l’IDF non sia tacciabile di «antisemitismo».

Numeri sottostimati. Ecco il motivo

È innanzitutto una sconfitta umiliante per liberali e commentatori vari da salotto (televisivo) che hanno ripetutamente deriso le cifre fornite dal Ministero della Salute di Hamas, secondo cui dal 7 ottobre 2023 sono morti 71.667 palestinesi, stime ora confermate anche da un alto ufficiale dell’Idf e riportate da vari media israeliani. Un primo passo verso la verità, considerando che, come riportato varie volte sulle colonne di questa testata, si tratta di cifre sottostimate per vari motivi,, come emerso chiaramente da analisi indipendenti e peer-reviewed. Del resto, su InsideOver lo abbiamo detto chiaramente sin dall’ottobre 2024, quando prendemmo come riferimento la posizione di 99 illustri medici cittadini statunitensi.

La stima ufficiale del Ministero della Salute (gestito da Hamas) appare infatti prudente, poiché non include le migliaia di persone date per disperse e probabilmente sepolte sotto le macerie di edifici distrutti, i cui corpi non sono stati recuperati né identificati a causa della mancanza di attrezzature pesanti, carburante e sicurezza per le operazioni di ricerca.

Inoltre, il sistema sanitario di Gaza è stato gravemente danneggiato dai bombardamenti e dalle incursioni militari, con ospedali e obitori colpiti o resi inoperativi, limitando drasticamente la capacità di registrare i decessi in modo accurato e completo. Uno studio pubblicato su The Lancet nel gennaio 2025, condotto da ricercatori della London School of Hygiene & Tropical Medicine (LSHTM) e altri istituti, ha utilizzato un’analisi su tre fonti indipendenti (liste ospedaliere del Ministero, sondaggi online e necrologi sui social media) per stimare che nei primi nove mesi di guerra (ottobre 2023 – giugno 2024) i morti per lesioni traumatiche fossero circa 64.260 (con intervallo di confidenza 55.298–78.525), ovvero il 41% in più rispetto alle 37.877 vittime riportate ufficialmente dal Ministero in quel periodo.

Gli autori spiegarono che tale discrepanza derivava proprio dal collasso del sistema sanitario e che la stima non include morti indirette (da fame, malattie o mancanza di cure) né i corpi non recuperati; proiettando il tasso di sotto-registrazione, il totale per ottobre 2024 supererebbe probabilmente i 70.000 morti. Come ammesso anche da un’altra prestigiosa rivista scientifica, Nature, secondo alcuni ricercatori, le cifre fornite dal Ministero della Salute dell’enclave sono sottostimate, questo a «causa delle enormi difficoltà nel contare i morti durante i conflitti armati». Altri, invece, sostengono che il numero delle vittime sia verosimile ma certamente non inferiore alle stime ufficiali.

Anche secondo Jean-Pierre Filiu, docente di storia presso Sciences Po di Parigi, le cifre fornite dal Ministero della Salute di Hamas (e ora confermate dall’DF) sono sottostimate. Motivo? Come spiega il docente su Le Monde, «i decessi dovuti alla mancata evacuazione e all’insufficienza delle cure non sono inclusi nel bilancio ufficiale delle vittime, né lo sono coloro che sono morti a causa di epidemie, fame, sete e delle numerose sofferenze che hanno colpito una popolazione precipitata in condizioni disumane. 

La minoranza cristiana esaminata da Le Monde

Una valutazione del rapporto tra vittime dirette e indirette dopo quasi due anni di offensiva terrestre israeliana può essere tentata utilizzando il campione ben documentato della minoranza cristiana di Gaza, sottolinea. «Stimata in 1.000 persone nell’ottobre 2023, la comunità si è rapidamente ridotta a circa 800 dopo che 200 cristiani sono partiti all’inizio del conflitto, una partenza facilitata dalla doppia nazionalità di alcuni. Seicento cristiani sono rimasti intorno alle loro parrocchie a Gaza City, mentre altri 200 hanno trovato rifugio nel Sud dell’enclave in seguito agli ordini di espulsione. Anche il propagandista più sfacciato faticherebbe ad accusare questi 800 cristiani di avere qualsiasi legame con Hamas. Il bilancio delle loro perdite è comunque devastante. Ventitré cristiani sono stati uccisi da attacchi israeliani all’interno di chiese dove pensavano di essere al sicuro: 17 nel bombardamento della chiesa ortodossa di San Porfirio il 19 ottobre 2023; tre dal fuoco dei cecchini all’interno della chiesa cattolica della Sacra Famiglia (uno il 13 novembre e due il 16 dicembre 2023); e tre nel bombardamento della stessa chiesa il 17 luglio 2025».

Il disastro umanitario a Gaza è ulteriormente confermato da una notizia esclusiva pubblicata da Reuters nelle scorse ore, secondo cui già all’inizio del 2024 i funzionari dell’USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale) avevano redatto un cable di avvertimento destinato ai vertici dell’amministrazione Biden, in cui il nord di Gaza veniva descritto come un “un paesaggio apocalittico desolato” con gravi carenze di cibo e aiuti medici, come peraltro acclarato da organizzazioni umanitarie come Amnesty International.

Il messaggio interno, basato su osservazioni del personale delle Nazioni Unite durante missioni di verifica umanitaria svolte a gennaio e febbraio 2024, riportava dettagli raccapriccianti come un femore umano e altre ossa sulle strade, corpi morti abbandonati nelle auto e una situazione catastrofica, in particolare per cibo e acqua potabile sicura. Tuttavia, l’ambasciatore statunitense a Gerusalemme Jack Lew e la sua vice Stephanie Hallett bloccarono la diffusione più ampia del cable all’interno del governo federale, ritenendolo privo di equilibrio, come rivelato da interviste a quattro ex funzionari e documenti visionati da Reuters.

Chissà se, dinanzi a questa cruda quanto spaventosa verità, qualcuno avrà finalmente il coraggio di ammettere di aver sbagliato, o preferirà fare come l’ultimo giapponese…

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