Sono usciti in queste ore due nuovi bilanci delle vittime delle proteste che da settimane stanno riempiendo le strade di oltre 400 città in Iran, entrambi pubblicati il 25 gennaio 2026, che parlano di oltre 30.000 morti. Numeri che in queste ore vengono ripresi automaticamente e senza alcun controllo da molti media italiani e che, anche per questo, meritano di essere analizzati da vicino, soprattutto per capire da dove provengono, su quali fonti si basano e quanto siano affidabili.

È fuori discussione che il regime iraniano stia reprimendo con estrema brutalità. In rete circolano centinaia di fotografie e video che mostrano blindati delle forze di sicurezza sparare con armi automatiche contro la folla, irruzioni negli ospedali, e ragazzi colpiti al volto da pallettoni d’acciaio che hanno provocato danni permanenti agli occhi. Reuters ha documentato l’apertura di sessioni d’emergenza dell’ONU sulla repressione in Iran.
Proprio per questo, nel caos informativo attuale, riteniamo necessario fare un controllo serio sulle due cifre che stanno dominando il dibattito: i 36.500 morti sostenuti da Iran International e i 30.000 morti riportati dal TIME.
Lo facciamo perché crediamo che un’informazione sana abbia bisogno di chiarimenti, soprattutto quando le fonti primarie lavorano in un perimetro poco chiaro e non forniscono documentazione concreta. I numeri alimentano conflitti, ne creano di nuovi e, in un momento in cui l’asse israelo-statunitense discute apertamente pressioni e ipotesi di regime change in Iran, cifre di questo tipo possono diventare strumenti politici.
Per Iran International i morti sono oltre 36.500. Ecco cosa non torna
Il primo numero arriva da Iran International, testata di informazione in farsi e inglese che il 25 gennaio ha pubblicato un articolo esclusivo sostenendo che oltre 36.500 iraniani sarebbero stati uccisi nella repressione delle proteste solo nelle giornate dell’8 e 9 gennaio, definendola il più sanguinoso massacro di civili in due giorni nella storia recente dell’Iran.
Secondo la testata, il proprio Editorial Board avrebbe ottenuto “documenti classificati”, “rapporti dal campo” e testimonianze di personale medico, famiglie e testimoni oculari. Tuttavia nessuno di questi materiali viene reso pubblico, nemmeno in forma parziale o oscurata, e non viene fornito alcun elemento verificabile esternamente. La catena delle fonti dichiarata è la seguente: le informazioni proverrebbero dall’Organizzazione di Intelligence dei Pasdaran (IRGC) e sarebbero state trasmesse al Supreme National Security Council. Due fonti anonime interne al Consiglio iraniano avrebbero riferito che in due report datati 22 e 24 gennaio il numero dei morti era rispettivamente “oltre 33.000” e “oltre 36.500”.
In sostanza, parliamo di documenti interni non pubblici, attribuiti a un apparato di sicurezza, raccontati da fonti confidenziali e “verificati” solo dalla redazione stessa. Dal punto di vista del fact-checking, si tratta di una verifica chiusa, non replicabile.
Il problema maggiore riguarda la rapidità con cui il bilancio è esploso. Solo pochi giorni prima, la stessa Iran International aveva parlato prima di 12.000 morti, poi di 16.500 morti, sempre citando fonti confidenziali e report non pubblici: In appena due giorni il bilancio retrospettivo dell’8-9 gennaio è stato raddoppiato fino a oltre 36.500.
La domanda resta evidente: se le fonti confidenziali sono le medesime, com’è possibile che un conteggio riferito a eventi già avvenuti venga raddoppiato nel giro di 48 ore senza spiegare il meccanismo del ricalcolo? E se davvero emergono nuovi dati, perché non fornire almeno una metodologia, criteri geografici, estratti ospedalieri o altre evidenze che costruiscano un impianto accusatorio solido?
A questo si aggiunge il contesto di fiducia: Iran International è una testata con sede a Londra su cui negli anni sono emerse questioni legate a finanziamenti e influenza saudita. Il Guardian ha riportato preoccupazioni sui legami con ambienti vicini alla corte reale saudita e su flussi di denaro offshore. Questo non invalida automaticamente le notizie, ma aumenta la necessità di trasparenza quando si lanciano cifre che possono avere un impatto geopolitico enorme.
Time: il bilancio è di 30.000 morti. Ecco cosa non torna
Il secondo numero arriva dal TIME, che lo stesso 25 gennaio ha pubblicato un articolo titolando che “oltre 30.000”persone sarebbero state uccise in Iran tra l’8 e il 9 febbraio.
Il numero viene attribuito a due fonti:
– due funzionari anonimi del Ministero della Salute iraniano
– a un conteggio basato su dati ospedalieri redatto dal dottor Amir Parasta, chirurgo iraniano residente in Germania, che avrebbe prodotto un report con 30.304 vittime. Lo stesso TIME però scrive chiaramente:
“TIME has been unable to independently verify these figures.”
In altre parole, non si tratta di un’indagine del TIME, ma di un numero fornito da fonti che la redazione non è riuscita a verificare in modo indipendente.
Anche qui manca un elemento fondamentale: il presunto report di Parasta non è pubblico, non viene mostrato, non se ne conosce la metodologia, le strutture coinvolte, né i criteri di conteggio.
In più emerge un potenziale conflitto di interessi che il TIME non evidenzia in modo adeguato. Sul profilo Instagram riconducibile ad Amir Parasta compaiono numerose foto in cui partecipa a eventi pubblici con Reza Pahlavi, lo scià esiliato e figura centrale dell’opposizione iraniana che in queste settimane ha chiesto aiuto a Israele e USA per effettuare un regime change in Iran.


Nel link in bio del medico su Instagram compare inoltre un’organizzazione iraniano-americana di lobbying, in cui molti eventi vedono la presenza dello stesso Pahlavi. Questo non significa che i numeri siano falsi, ma indica chiaramente che la fonte è politicamente schierata e con interessi diretti nel processo di delegittimazione del regime. In un contesto così, questo andava dichiarato con molta più forza.
Gruppi indipendenti interni all’Iran che da anni combattono contro le violenze del regime di Khamenei, analizzando le violazioni contro i civili hanno riportato al 25 gennaio 2026 circa 5.400 vittime confermate. Gli stessi numeri di Hrana sono stati utilizzati appena 4 giorni fa dalla Reuters. Anche il New York Times ha deciso di non utilizzare la cifra del Time e Iran international scrivendo che il bilancio delle vittime aggiornato al 25 gennaio 2026 “è di 5.200 persone, tra cui 56 bambini, secondo l’agenzia di stampa degli attivisti per i diritti umani con sede a Washington” usando i dati dell’ong HRANA.
E se il New York Times e la Reuters hanno deciso di non fare affidamento sui report del Time e dell’Iran International, lo stesso non é stato per gran parte della stampa italiana che é corsa al copia/incolla riportando senza alcuna verifica i numeri analizzati in questo approfondimento.

