La Germania ha un rapporto controverso con la libertà d’informazione e con la censura. Si tratta infatti di un Paese che, pur vantando un alto punteggio nei rapporti internazionali sulla libertà online (come quello di Freedom House), ha messo in piedi un vasto apparato di censura e controllo dei contenuti digitali. Secondo recenti studi e inchieste giornalistiche, Berlino non solo è il fulcro europeo di queste pratiche, ma influenza attivamente le politiche dell’Unione Europea in materia. A dirlo è un recente studio di Liber-net, un’iniziativa no-profit per la libertà digitale, presentato a Berlino nei giorni scorsi dal Ceo Andrew Lowenthal, ricercatore australiano e attivista per la libertà di espressione, ripreso dal quotidiano tedesco Berliner Zeitung e dal blog investigativo Racket News del giornalista dei Twitter Files, Matt Taibbi.
Il rapporto che inchioda Berlino sulla libertà digitale
Il rapporto di Liber-net fa luce su un inquietante “complesso industriale della censura” che coinvolge centinaia di enti governativi, Ong e aziende private, finanziati con milioni di euro di fondi pubblici.

“La capitale tedesca è il centro europeo per la censura digitale e la Repubblica Federale è il giocatore più impegnato all’interno dell’UE nel vasto campo della guida dell’opinione mediatica”, ha dichiarato Lowenthal, come riportato da Berliner Zeitung. Secondo la ricerca di Liber-net, più di 330 enti governativi – tra ministeri, l’Agenzia Federale per le Reti (Bundesnetzagentur) e la Centrale Federale per l’Educazione Politica – fanno parte di questo network, insieme a Ong, think tank, fondazioni, fact-checkers, media pubblici e privati, e persino multinazionali. Non tutti sono attivi censori, ma il sistema è pervasivo: “È anche sorprendente che aziende di comunicazione private come O2, Vodafone e Telekom facciano parte di questo network. Lavorano con i grandi player in questo campo e permettono che i loro clienti siano influenzati in modo mirato”, ha spiegato Lowenthal.
Milioni di euro di fondi statali per la censura online
Con la scusa di combattere “l’odio online” e la “disinformazione” si finisce per censurare e perseguire le opinioni sgradite all’establishment. Un vecchio e subdolo trucco del potere che minaccia le libertà costituzionali. Per fare questo lavoro, gli enti citati nel rapporto ricevono milioni di euro da fondi statali: i finanziamenti federali per il “combattimento alla disinformazione” sono passati da circa 5 milioni di euro nel 2020 a oltre 27 milioni nel 2024, una crescita del 450%. Il ruolo delle Ong è centrale in questo ecosistema. Contrariamente al loro nome, molte fungono da “braccio esteso” dello Stato, finanziate con denaro pubblico. Vi sono in tal senso casi emblematici, come la Fondazione Amadeu Antonio, fondata dall’ex informatrice della Stasi Anetta Kahane, che riceve centinaia di migliaia di euro dal governo federale e da piattaforme come Meta e TikTok. “La Fondazione Amadeu Antonio, per la sua – ai miei occhi e a quelli di altri – dubbia attività, riceve non solo diverse centinaia di migliaia di euro direttamente dal governo federale, ma anche dalle Big Tech”.
Il dubbio è lecito: come può un’organizzazione con legami storici alla repressione statale della Ddr promuovere la “lotta all’odio” senza minare la libertà di espressione? In questo grande complesso della censura online un ruolo rilevante lo svolgono “Trusted Flaggers”, organizzazioni certificate dal governo per segnalare contenuti “illegali” online. “Se si guarda chi ha ricevuto denunce penali negli ultimi anni o, come recentemente il professore di scienze dei media Norbert Bolz, ha dovuto subire una perquisizione domiciliare, si intuisce: il governo installa spioni digitali come HateAid più per scovare espressioni di opinioni politicamente sgradite online, che per contrastare tirate penalmente rilevanti”, osserva il Berliner Zeitung. Questo approccio, basato sul Digital Services Act dell’Ue, trasforma il web in un’arena sorvegliata, e in un luogo sempre meno libero.
Un sistema radicato
Come nota Racket News, si tratta di un sistema “profondamente radicato nella società tedesca”, dove le Ong agiscono come intermediari per lo Stato. Ad esempio, la Fondazione Tedesca per la Ricerca distribuisce fondi governativi per espandere il concetto di “disinformazione” a includere “affermazioni che potrebbero essere fattualmente vere”. Tra i già menzionati “Trusted Flaggers” certificati, REspect! e HateAid emergono come esempi controversi.
HateAid, ad esempio, ha perseguito la censura di coloro che protestano contro il sostegno della Germania agli aiuti a Kiev. Come? Classificando l’hashtag ‘Kriegstreiber’ (o ‘Warmonger’, guerrafondaio) come “Propaganda pro-Cremlino”. La CEO di HateAid, Josephine Ballon, difende i “confini alla libertà di espressione”, sostenendo che senza di essi “le persone avranno paura di partecipare alle discussioni politiche”. Ma, come nota il blog di Taibbi, “è proprio perché le persone hanno paura di essere consegnate alle autorità dai ‘Trusted Flaggers’ governativi come HateAid e REspect!?” che si autocensurano.
L’ex sindaco di Düsseldorf e attuale europarlamentare Thomas Geisel, intervistato da Racket News, descrive un “atmosfera di intimidazione” che minaccia la libertà d’espressione online: “Le persone hanno paura di dire quello che pensano. Il fatto che le persone debbano sempre trovare un modo per esprimersi in modo politicamente corretto ha creato uno spazio più stretto per discorso pubblico, e penso che questo stia davvero minacciando la nostra democrazia”. Casi come quello della politologa Ulrike Guérot, licenziata dall’Università di Bonn per le sue opinioni sulla guerra in Ucraina, dimostrano come la censura in Germania sia “più sottile” ma, nei fatti, non troppi dissimile da quella di Paesi autoritari da cui l’Ue sostiene di distanziarsi. Il paradosso dei “liberali”: allo scopo di proteggere la democrazie da (vere o presunte) ingerenze straniere e da reflussi autoritari, diventano loro stessi autoritari.
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