Il sostegno del Mossad alle proteste contro la Repubblica Islamica dell’Iran non era un segreto assoluto. Già da mesi gli account ufficiali dell’intelligence israeliana in farsi incitavano apertamente la popolazione a scendere in piazza, mentre dichiarazioni pubbliche di ex alti funzionari americani come l’ex capo della Cia Mike Pompeo avevano reso esplicito il coordinamento tra Gerusalemme e Washington per appoggiare l’opposizione interna. Ma l’inchiesta pubblicata dal New York Times, basata su interviste a oltre una dozzina di attuali ed ex ufficiali americani, israeliani e di altri Paesi, svela un quadro molto più ampio e operativo: il Mossad non si è limitato a un sostegno mediatico o retorico, ma ha pianificato nel dettaglio una vera e propria operazione di regime change integrata nella strategia di guerra.
Il piano di Barnea sposato da Netanyahu e Trump
Tutto parte da metà gennaio, quando il direttore del Mossad David Barnea si presenta dal premier Benjamin Netanyahu con un piano ambizioso. Nei giorni immediatamente successivi all’inizio delle ostilità, i servizi israeliani sarebbero stati in grado di «galvanizzare l’opposizione iraniana», scatenando sommosse e atti di ribellione che avrebbero potuto portare al collasso del regime teocratico. Barnea illustra la stessa proposta anche a esponenti di alto livello dell’amministrazione Trump durante una visita a Washington.
Netanyahu la approva. Anche il presidente americano, nonostante dubbi tra i vertici Usa e in parte dello stesso apparato israeliano (in particolare nell’Aman, l’intelligence militare), sposa il piano, poi rivelatosi fallimentare: uccidere i leader iraniani nelle prime ore del conflitto e accompagnare i bombardamenti con una serie di operazioni di intelligence per incoraggiare una sollevazione di massa. Dopotutto, le valutazioni della Cia erano state chiare fin dall’inizio: un crollo completo del governo iraniano era «relativamente improbabile».
«Prendete il vostro governo: sarà vostro», dice Trump agli iraniani nel suo primo discorso di guerra, dopo averli invitati a mettersi al riparo dalle bombe. Tre settimane dopo, però, l’insurrezione promessa non è arrivata. Le valutazioni congiunte di intelligence americana e israeliana descrivono un regime indebolito ma ancora saldo, con la popolazione frenata dal terrore della polizia e delle forze armate. Il grande «difetto di fabbrica» della guerra, secondo il New York Times, è proprio la convinzione che Israele e Stati Uniti potessero far implodere l’Iran dall’interno. Invece Teheran ha risposto con una controffensiva su più fronti: basi militari, città, navi e impianti petroliferi nel Golfo.
La furia di Netanyahu
Dietro le quinte Netanyahu è furioso. In una riunione di sicurezza pochi giorni dopo l’inizio del conflitto sfoga la frustrazione: Trump potrebbe decidere di chiudere la partita da un momento all’altro e le operazioni del Mossad non hanno ancora dato frutti. Eppure, nelle settimane precedenti alla guerra, proprio l’ottimismo del Mossad era stato usato dal premier israeliano per convincere Trump che il collasso del regime era un obiettivo realistico.
Un capitolo a parte dell’inchiesta è dedicato all’«opzione curda». Il piano prevedeva di armare e sostenere milizie curde iraniane basate nel Nord dell’Iraq per un’invasione dal confine. Il Mossad ha legami storici con i curdi e, insieme alla Cia, aveva già fornito armi e addestramento. Nei primi giorni di guerra gli aerei israeliani hanno martellato obiettivi militari e di polizia nel Nord-Ovest dell’Iran proprio per aprire la strada a questi gruppi. Ma Trump ha stoppato l’operazione: «Non voglio i curdi che entrano», ha detto esplicitamente. Anche la Turchia ha fatto pervenire un avvertimento chiaro a Washington: nessun sostegno a operazioni curde.
Fino a poco tempo fa lo stesso Mossad aveva giudicato irrealistico fomentare una rivolta. Il predecessore di Barnea, Yossi Cohen, aveva ridotto al minimo le risorse dedicate all’argomento dopo aver calcolato quante persone sarebbero dovute scendere in piazza per minacciare davvero il potere degli ayatollah: un numero impossibile da raggiungere, secondo i calcoli basati sulle proteste dal 1979 in poi. Barnea ha invertito la rotta. Negli ultimi mesi ha convogliato risorse massicce su piani concreti per far scoppiare sommosse dopo giorni di intensi bombardamenti e omicidi mirati di leader iraniani.
A tal proposito, il giornalista Max Blumenthal osserva che «il New York Times ha sostanzialmente confermato che Israele ha giocato un ruolo nel fomentare i violenti disordini per un cambio di regime che tra l’8 e il 9 gennaio hanno causato circa 3000 morti in Iran, ma che in Occidente sono stati presentati come proteste pro-democrazia».
«Era ben chiaro al Mossad – afferma Blumenthal – che quei tumulti avrebbero aiutato a stimolare un’azione militare da parte di Trump. L’intelligence israeliana doveva soltanto convincere il presidente dalla mente debole che un’ondata di attacchi mirati (decapitation strikes) avrebbe scatenato un’enorme rivolta capace di far crollare immediatamente la Repubblica Islamica. I disordini di gennaio furono presentati a Trump come un’anteprima di ciò che sarebbe accaduto. I media occidentali, tra cui il New York Times e The Guardian, hanno svolto un ruolo centrale nel legittimare l’inganno israeliano descrivendo falsamente quei violenti tumulti per il cambio di regime come semplici proteste, gonfiando enormemente il bilancio delle vittime e nascondendo il fatto che molti furono uccisi dagli stessi rivoltosi sostenuti da Israele».
«L’intero mondo dei media occidentali e il complesso industriale dei diritti umani occidentali – accusa il giornalista – hanno deliberatamente travisato la vera natura di quei disordini. Ma ora che la guerra che loro hanno contribuito a scatenare sta andando male per Stati Uniti e Israele, gli stessi media si sentono finalmente liberi di rivelare qualche briciola di verità».
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