Il Pentagono detta alle aziende di satelliti spia cosa dire (e non dire) sulla guerra in Iran: una censura senza precedenti

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Il livello di segretezza che circonda la guerra contro l’Iran è senza precedenti. Pochi dati ufficiali sul numero di bombardamenti, sui bersagli colpiti o sugli effetti reali delle operazioni. E ora l’amministrazione Trump ha deciso di estendere il controllo anche alle aziende private che gestiscono i satelliti da ricognizione: non basta nascondere le informazioni, bisogna anche controllare il linguaggio con cui il pubblico americano (e non solo) viene informato.

Lo rivela un’inchiesta esclusiva, pubblicata su Substack, a firma del giornalista investigativo Ken Klippenstein, che ha ottenuto una guida interna della U.S. Space Force inviata a tutte le principali società di satelliti commerciali subito dopo l’inizio dei bombardamenti americani e israeliani sull’Iran, il 28 febbraio.La direttiva è chiara: «Evitare linguaggio che implichi una valutazione dei danni da battaglia (BDA) o conclusioni operative». Vietato scrivere frasi come «Obiettivo distrutto», «Obiettivo eliminato» o «Struttura resa inoperabile».

La censura del Pentagono alle aziende di satelliti

La slide della Space Force è stata distribuita praticamente a tutte le circa 100 aziende americane autorizzate a operare satelliti da ricognizione – un settore da 6-7 miliardi di dollari l’anno, che serve sia clienti militari sia commerciali. I “big four” – Maxar Intelligence, Planet Labs, BlackSky Technology e Spire Global – controllano da soli circa 350 satelliti tra imaging e intercettazione.

La stragrande maggioranza dei loro ricavi proviene proprio dai contratti con il Pentagono e il governo federale. Per questo, spiegano fonti interne a Klippenstein, le aziende «hanno paura di mordere la mano che le nutre». La “guida” viene presentata come un semplice suggerimento, ma nessuno si sogna di ignorarla.«Quasi tutti guadagnano la stragrande maggioranza dei ricavi dai contratti governativi. Dopo quello che è successo ad Anthropic, nessuno ha voglia di lottare», confida una fonte al giornalista. E aggiunge: «È un altro strato per far sembrare le cose meno gravi di quanto non siano».

Proprio Planet Labs, uno dei colossi mondiali dell’imaging satellitare, ha imposto il 28 febbraio un ritardo di 96 ore sull’accesso pubblico alle immagini dell’intero teatro di guerra iraniano, allungandolo poi a 14 giorni il 10 marzo. L’azienda sostiene che si sia trattato di una decisione autonoma dopo aver consultato esperti militari e dell’intelligence. Ma il tempismo è eloquente.

La propaganda occidentale

Israele attua una censura di guerra ancor più rigida. Come riporta un’inchiesta di +972, i giornalisti (sia locali che internazionali) non possono pubblicare la posizione esatta degli impatti dei missili iraniani, né mostrare immagini o video che rivelino dove e quanto danno sia stato fatto. Devono sottoporre preventivamente al censore militare ogni notizia su obiettivi colpiti, vulnerabilità difensive, lanci di intercettori, munizioni e preparativi operativi.

Le dirette televisive vengono interrotte o inquadrate verso il basso per non mostrare i lanci degli intercettori; foto e video di fallimenti vengono bloccati. Anche i media israeliani a volte scoprono dai colleghi americani (Cnn) ciò che il loro stesso esercito ha censurato. Risultato: i giornalisti ammettono apertamente di non poter dare un quadro veritiero di ciò che sta accadendo sul campo, perché la realtà viene sistematicamente nascosta per non fornire informazioni utili al nemico.

La censura interna rientra nell’ambito di una propaganda di guerra che non viene attuata solo dai regimi autoritari ma anche dalle “democrazie”: si tratta di far sembrare che tu stia facendo tanto male al nemico e che il nemico ne stia facendo poco a te. Come osserva Thomas Schelling in Arms and Influence, il vero potere in una guerra non è solo avere armi, ma far credere all’altro che puoi colpirlo duramente. Per questo si amplificano i propri successi e si nascondono o minimizzano le proprie perdite.