Nel 2014, il New York Times pubblicò una serie di articoli che mettevano in luce una questione controversa: i possibili conflitti d’interesse tra alcuni think tank molto gettonati, come il Center for Strategic and International Studies (CSIS), e l’industria della Difesa. In altre parole, il complesso militar-industriale degli Stati Uniti. All’epoca, il quotidiano più famoso del mondo rivelò come il CSIS ricevesse fondi da aziende della difesa, mentre i suoi studiosi ed esperti agivano come lobbisti per influenzare le politiche del Congresso americano. Oggi, a quasi un decennio di distanza, il New York Times ha completamente smentito le sue stesse inchieste e il ruolo del CSIS sembra essere diventato ancora più centrale nel dibattito politico e mediatico, specialmente per quanto riguarda la guerra in Ucraina.
Analisti o lobbisti?
Secondo quanto riportato dal giornalista investigativo Lee Fang, il New York Times cita infatti il CSIS quasi settimanalmente per commentare ciò che accade in Ucraina, ma soprattutto per sostenere una maggiore escalation nel conflitto, visto che la posizione del think tank con sede a Washington è tutt’altro che favorevole al raggiungimento di un accordo negoziale con Mosca. Come il Nyt aveva scritto non molto tempo fa, il CSIS è regolarmente finanziato dai più grandi appaltatori della difesa del mondo, tra cui Lockheed Martin, il produttore del sistema missilistico ATACMS. Ma non finisce qui, perché il vicepresidente del CSIS, Seth Jones, è anche dirigente di Beacon Global Strategies, una società di consulenza che fa lobby per conto dell’industria della difesa e che ha avuto tra i suoi clienti Raytheon, azienda che produce armi.
“Studioso di think tank o consulente aziendale? Dipende dal giorno,” recitava un titolo del New York Times, scrive Lee Fang. L’articolo mostrava come, documenti ed email alla mano, uno studioso del CSIS lavorasse anche come lobbista presso un’importante azienda della difesa, utilizzando il think tank per promuovere gli interessi dei suoi clienti. Un’altra indagine del Nyt titolava: “Come i think tank amplificano l’influenza delle aziende americane,” con e-mail interne che rivelavano come il CSIS promuovesse politiche favorevoli ai droni militari mentre riceveva donazioni dall’industria dei droni.
Mancanza di trasparenza verso i lettori
Tuttavia, nel raccontare ai lettori il conflitto in Ucraina l’autorevole quotidiano non sembra menzionare i legami finanziari tra il CSIS e l’industria della difesa, sollevando non pochi dubbi e interrogativi sull’imparzialità delle informazioni che vengono date in pasto all’opinione pubblica. Eppure lo stesso quotidiano, non più tardi di dieci anni fa, aveva svelato i legami e i conflitti d’interesse di esperti e analisti con il complesso militar-industriale.
La mancata trasparenza nella citazione di fonti legate al complesso industriale-militare non è un problema da sottovalutare poiché l’influenza del CSIS sul mondo politico è significativa. Poiché questi think-tank ricevono finanziamenti dalle maggiori aziende che si occupano di Difesa (e che producono armi) il rischio concreto è che le analisi dei loro esperti siano fortemente interessate e orientate a politiche che sostengono l’escalation, più che a soluzioni diplomatiche. Perlomeno, bisognerebbe avvisare i lettori che il parere di questi esperti rischia di essere parziale e non super partes. Ma il New York Times evita di fare questo, proprio come altri giornali.
Non dichiarare i legami finanziari tra i think tank e le aziende del settore militare significa influenzare l’opinione pubblica con una narrazione di parte, senza che il pubblico abbia tutte le informazioni necessarie per farsi un’idea globale. L’episodio riportato dal giornalista Lee Fang pone quindi un serio problema etico e stimola una riflessione critica sul ruolo dei media e delle istituzioni che essi citano. La domanda è legittima: quanto sono davvero trasparenti i meccanismi che alimentano le notizie e le opinioni che plasmano il dibattito pubblico? Poi non c’è da stupirsi se la fiducia del pubblico nei media tradizionali è in calo.
La controversa copertura del conflitto a Gaza
Non è la prima volta, peraltro, che il quotidiano sposa narrazioni di parte nel raccontare i conflitti e i fatti internazionali. Negli ultimi mesi, alcuni giornalisti indipendenti hanno infatti criticato il New York Times per diverse ragioni legate alla copertura del conflitto israelo-palestinese, in particolare riguardo all’escalation di violenze e alle operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza. Come ha svelato nei mesi scorsi The Intercept, il New York Times ha emesso alcune linee guida interne che impongono restrizioni sull’uso di termini come “genocidio”, “pulizia etnica” e “territori occupati” nel descrivere la guerra tra Israele e Gaza. Un documento interno trapelato e ottenuto da The Intercept, indica che i giornalisti del quotidiano devono evitare l’uso della parola “Palestina” e non devono descrivere i campi profughi a Gaza come tali, anche se riconosciuti dalle Nazioni Unite.
Il New York Times è stato coinvolto, nei mesi scorsi, in un’accesa disputa interna riguardante un articolo pubblicato il 28 dicembre 2023 intitolato “Screams Without Words”, che accusava Hamas di aver sistematicamente utilizzato la violenza sessuale durante gli attacchi del 7 ottobre. Successivamente, è emerso che una parte del reportage era infondata, in particolare riguardo a presunti abusi sessuali avvenuti al kibbutz Be’eri. Nonostante ciò, il Nyt ha inizialmente difeso il suo articolo, per poi correggerlo parzialmente inserendo un “aggiornamento” che ridimensionava le affermazioni originali. Il danno d’immagine, però, rimane.