Dopo aver guidato la Rai come presidente e aver visto chiudere improvvisamente il suo programma radiofonico Giù la Maschera, Marcello Foa ha scelto di non fermarsi. Pochi mesi dopo ha lanciato Liberti Media, un nuovo progetto editoriale video-centrico, indipendente e senza pubblicità per gli abbonati, ispirato ai modelli di successo di giornalisti americani come Tucker Carlson e Glenn Greenwald.Un format ambizioso che punta a unire analisi geopolitica, economia, attualità e una dimensione più profonda: quella del senso della vita. Ne abbiamo parlato con lo stesso Marcello Foa in questa intervista.

Foa, Liberti Media nasce dopo l’esperienza in RAI e la chiusura improvvisa di Giù la Maschera. Qual è stata la scintilla che l’ha spinta a lanciare questo progetto proprio ora, e quale è la sua visione centrale? Il format è fortemente video-centrico, con abbonamento e senza pubblicità per i sottoscrittori, e si ispira ai canali indipendenti americani.
«Era un’idea che maturavo da tempo, che unisce due esigenze: essere finalmente indipendente in modo che nessuno possa censurarmi, e usare una forma di comunicazione al passo coi tempi. Oggi gran parte del pubblico preferisce i video rispetto alla lettura e tra l’altro i video di analisi e commenti sono difficilmente cannibalizzabili dall’Intelligenza Artificiale. Vista l’eccellente esperienza di due famosi giornalisti americani, Tucker Carlson e Glenn Greenwald, mi sono detto: perché non tentare? E mi sono lanciato. Con una differenza.
Quale?
«Anziché limitarmi a un podcast video incentrato esclusivamente sulla mia persona, ho deciso di allargare la proposta chiamando colleghi, analisti, professionisti che condividono il mio stesso afflato per un giornalismo libero e indipendente. Dunque siamo diventati una vera e propria testata, Liberti Media, che ha ovviamente la mia impronta, ma strutturata, e in grado di ospitare più voci».
In che modo Liberti Media vuole distinguersi dal giornalismo mainstream italiano e, concretamente, ricostruire quella fiducia che i media tradizionali hanno perso?
«Noi ci collochiamo in un territorio mediatico ampio ma poco coperto che si situa tra una stampa mainstream, che perde indipendenza e autorevolezza, e una stampa alternativa, dove accanto ad alcune belle esperienze, ci sono frequentemente approssimazione e scarsa professionalità. Noi non siamo una testata di hard news ma di analisi e commento che vuole caratterizzarsi per l’originalità, il coraggio e l’onestà intellettuale, con un sapiente mix di video lunghi e brevi. Dopo una settimana la risposta del pubblico è stata straordinaria e ne siamo felici».
Lei ha spesso criticato la stampa per non fare più “il proprio dovere”. Quali ritiene siano le radici più profonde della crisi dei media tradizionali e come si manifesta in modo particolare in Italia rispetto ad altri Paesi?
«La stampa è troppo sensibile al potere politico e troppo condizionata da editori e inserzionisti, dunque oggi pretende di essere indipendente ma in realtà asseconda agende politiche o particolati. E lo fa estremizzando toni e commenti (come sul Covid e sull’Ucraina) o mostrandosi remissiva su alcuni argomenti fondamentali (ad esempio Israele e Gaza ma anche Epstein). Invoca la libertà ma troppo spesso non la onora e per questo il pubblico si allontana dal mainstream».
Uno degli elementi originali di Liberti Media è l’attenzione alla spiritualità e al “senso della vita”, accanto a temi come geopolitica ed economia. Crede che la crisi dell’informazione sia anche, in fondo, una crisi di valori e di profondità che i grandi media hanno abbandonato da tempo?
«Ti ringrazio per questa domanda. Noi ovviamente parliamo dei grandi temi politici ed economici della nostra epoca ma ogni domenica proponiamo la rubrica Il Senso della Vita in cui intervisto maestri spirituali e religiosi, filosofi, intellettuali per rispondere a una domanda semplice e fondamentale ma che i media ignorano: quella sul senso dell’esistenza di ognuno di noi. La prima puntata con Guidalberto Bormolini ha avuto un seguito straordinario a conferma di un bisogno profondo che quasi nessuno soddisfa».
Guardando al futuro, quali sono le principali sfide di sostenibilità per progetti indipendenti come il vostro in un mercato dominato da poche grandi concentrazioni editoriali? E quale ruolo possono giocare questi nuovi media nel restituire pluralismo e autorevolezza al panorama informativo italiano?
«La bellissima esperienza di InsideOver dimostra come ci sia fame di buona informazione. Il panorama mediatico è stato rivoluzionato in pochi anni e l’impatto dei mass media si riduce. Siamo entrati in una fase in cui, complice la tecnologia, è possibile fare giornalismo con strutture leggere, dunque a costi contenuti. Contano l’agilità, l’intraprendenza, la capacità di stabilire un rapporto fiduciario col proprio pubblico. Sono queste le realtà che integreranno sempre di più i grandi gruppi editoriali, che comunque soffrono gli stravolgimenti del settore».
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