Il fubinismo, malattia infantile dell’atlantismo

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Quando ero alle prime armi, seguivo le cronache inglesi di un collega che stimavo molto. Lui detestava Margaret Thatcher. Considerò una disgrazia la sua ascesa al potere e da quel momento cominciò a scrivere che non sarebbe durata. Sciopero dei minatori? La Thatcher sta per cadere. Disoccupati in rivolta? Per la Thatcher è la fine. Aumento delle tasse? Se ne va, se ne va. Forse perché accompagnata da queste profezie funeste, la Thatcher restò al potere per undici anni filati, durante i quali cambiò il panorama politico inglesi come pochi prima e dopo di lei.

Non si offenda nessuno ma questo ricordo mi torna prepotente quando leggo uno degli articoli che Federico Fubini, vice-direttore del Corriere della Sera, dedica alla Russia. L’ultimo in questi giorni, intitolato “Russia in emergenza, il fondo sovrano in esaurimento”. Volete sapere come si intitolava uno dei suoi primi articoli dopo l’invasione russa dell’Ucraina, nel 2022? Così: “La Russia farà default a causa delle sanzioni?“. Dentro, nell’articolo di quattro anni fa, si dice che “Mosca tiene chiusa la propria piazza finanziaria, le file di risparmiatori davanti alle banche russe si allungano e la banca centrale (sotto sanzioni) alza disperatamente i tassi raddoppiandoli fino a un soffocante 20%” e che “sembra probabile che da oggi molte banche e società non finanziarie russe non possano più onorare i pagamenti da esse dovuti all’estero”. Disperatamente… Soffocante…

Poiché questo è un tema sensibile, cerchiamo di essere chiari: che la Russia abbia grossi problemi dopo aver scatenato l’invasione del 2022 è evidente (e sarebbe strano se non fosse così, con decine di migliaia di sanzioni decise da quasi tutte le economie più sviluppate del pianeta); altrettanto evidente è che, prima o poi, la sua struttura economica le presenterà il conto e, forse, le imporrà di scegliere tra la guerra (che per Kiev viene finanziata da altri: finora la sola Ue ha versato 200 miliardi) e la sostenibilità interna. Qui a InsideOver lo sappiamo bene e ne abbiamo scritto più volte. L’ultima qui. E la penultima qui.

Il punto, però, sta proprio in quel “prima o poi”. Perché fa una gran differenza (soprattutto per gli ucraini) se ciò avverrà PRIMA o avverrà POI. Per ora, nonostante che tre-quattro volte l’anno Fubini ci avverta dell’imminenza del crollo, ciò non è ancora avvenuto. Per questo mi torna in mente l’esempio del collega e della Thatcher: se il suddetto crollo avverrà tra altri quattro anni, qualcuno magari se ne rallegrerà ma forse non esisterà più l’Ucraina.

Ucraina? Quale Ucraina?

Intendiamoci, stiamo un po’ sfottendo Fubini che resta un esempio nobile in questo senso. Però esiste un fenomeno più generale che potremmo definire “fubinismo” e che consiste nello spiegare che in Russia tutto va male senza fare il minimo cenno a ciò che avviene in Ucraina o da noi. Un esempio: nel marzo del 2022 Fubini dedica un bell’articolo allo shock energetico generato dall’invasione russa. Il prezzo del gas sale del 42%, quello del petrolio del 6%, quello del carbone del 33%. Poi i prezzi torneranno a scendere, ovviamente e per fortuna. E alla fine di gas e petrolio russo non ne compriamo quasi più. Non c’è verso, però, di trovare un articolo che spieghi che nel 2021 (prima dell’invasione) l’Europa spendeva circa 100 miliardi l’anno per il gas russo mentre ora (finalmente liberi dalla schiavitù moscovita) ne abbiamo promessi 250 l’anno ai soli Stati Uniti per il loro GNL (dovendo quindi aggiungere le spese per i rigassificatori e le altre strutture necessarie).

I “fubinisti” di maniera, poi, dei problemi reali dell’Ucraina non parlano mai, ma proprio mai. Bella forza, ripetere a pappagallo che gli ucraini sono eroici: chi potrebbe negarlo? Ma una qualche spiegazione sul fatto che i giornali (anche il Corriere) scrivono regolarmente che le perdite russe sono enormi ma poi, quando le parti si scambiano le salme dei caduti, i corpi restituiti dai russi sono sempre molti di più di quelli restituiti dagli ucraini (ultimo scambio: 1.000 salme ucraine contro 35 russe) potremmo tentarla? Lo vogliamo scrivere un articoletto sul fatto che dieci giorni fa Zelensky ha firmato un decreto (il numero 108/2026 intitolato “Sulle modifiche al Regolamento sul servizio militare nelle Forze Armate dell’Ucraina da parte dei cittadini ucraini”) che stabilisce che durante la legge marziale le persone di 60 o più anni possono essere accettate nel servizio militare ovvero (visto che di legge marziale si parla) essere spedite al fronte? Due parole sulla catastrofe demografica dell’Ucraina si posso spendere? Sul fatto che, come dice la Cnn, l’Ucraina “sta diventando un Paese di vedove e orfani”, che (lo spiega l’insigne demografa ucraina Ella Libanova) l’Ucraina tra morti ed emigrati ha perso 10 milioni di persone, che il tasso di natalità è sceso sotto un figlio per donna?

Combattere per noi

Esempi buttati lì, e ce ne sarebbero altri mille. Ma l’impressione è che in generale interessi di più parlar male della Russia che preoccuparsi davvero per l’Ucraina. Che deve star lì, come dicono quelli che si credono furbi, a “combattere per noi”, anche se nessuno aggiunge “e a morire per noi”. Come ha detto il politologo norvegese Glenn Diesen nel suo straordinario intervento al Consiglio di Sicurezza dell’Onu: sventoliamo la bandiera della solidarietà all’Ucraina a patto di non raccontare mai che cosa implichi per l’Ucraina questa solidarietà.

Si tratta, è evidente, di tenere alto il morale delle truppe, ovvero di noi lettori. Che dobbiamo continuare a pensare che tutto procede secondo i piani, che i russi, come gli orchi del Signore degli Anelli, sono feroci ma stupidi e quindi la vittoria ci arriderà. È un sistema che ha sempre un certo effetto ma non proprio con tutti: sono molti a ricordare come sia finita in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria, e anche lì era mission accomplished, o no? Perché alla fin fine Lenin, che ci siamo divertiti a evocare nel titolo, proprio nel libello polemico L’estremismo malattia infantile del comunismo ammetteva dove stava il punto. La rivoluzione, scriveva, vinceva perché il proletariato era disciplinato. E da che cosa veniva generata tale preziosa disciplina? “Dalla giusta direzione politica realizzata dall’avanguardia, dalla giustezza della sua strategia e della sua tattica politica, a condizione che le grandi masse si convincano di tale giustezza“. Ecco, noi non siamo convinti.

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