Il 22 febbraio non è mai un giorno banale per ogni appassionato di hockey. In quella data, nel 1980, è andata in scena forse la partita più famosa di sempre per questa disciplina. A Lake Placid, teatro delle Olimpiadi invernali, si è avuto il “Miracle on Ice“, il miracolo sul ghiaccio. Gli Usa, con in squadra solo studenti e dilettanti, hanno battuto i più quotati giocatori sovietici e hanno così ipotecato la medaglia d’oro. Da quel giorno però, tutti i tifosi a stelle e strisce hanno dovuto aspettare 46 anni prima di rivedere la propria nazionale ripetere il miracolo. Domenica, nell’ultima medaglia a disposizione per la kermesse di Milano/Cortina, gli Usa hanno vinto la partita decisiva per il metallo più prezioso. E lo hanno fatto nella partita più sentita, quella contro il Canada.
La rivalità tra Usa e Canada
Da una parte del confine, si ha il Paese con il più alto numero di squadre professionistiche. Dall’altra parte però, si ha il Paese che si fregia del titolo di “inventore” dell’hockey. Da una parte quindi ci sono gli Stati Uniti, dall’altra il Canada. Lì dove in effetti, nel 1877, all’Università di Montreal sono state coniate le prime regole. Questo spiega la rivalità tra i due Paesi, la quale va ben oltre il singolo aspetto geografico e di confine. Ogni incrocio tra le due nazionali, per gli Usa rappresenta la possibilità di invertire la gerarchia. Mentre, per quanto riguarda il Canada, è un modo per ribadire il primato.
Una dinamica che è possibile vederla anche a livello di club. Esiste infatti, esattamente come avviene nel basket e nel calcio, una lega unica per le squadre canadesi e statunitensi. Si tratta della Nhl, la National Hockey League, il cui albo d’oro parla di un primato canadese grazie ai 24 successi di Montreal e ai 13 di Toronto. Ma l’ultimo alloro andato in Canada risale al 1993, da allora in poi a vincere sono stati solo club statunitensi. Tuttavia, la nazionale canadese al contrario ha continuato a vincere. Alle Olimpiadi, la squadra biancorossa da inizio secolo ha trionfato tre volte e ai mondiali ben sette volte.
La particolarità della sfida di Milano
Usa-Canada, in poche parole, è una grande classica. Ma nell’incrocio valevole per l’ultimo oro olimpico la sfida ha avuto ulteriori significati. Sotto il profilo sportivo, ha rappresentato l’occasione per gli Stati Uniti di ritornare al successo dopo quasi mezzo secolo. Un’astinenza molto lunga per un Paese i cui tifosi riempiono le più grandi arene dedicate alle partite sul ghiaccio. La vera peculiarità però si è avuta in ambito politico: da quando il presidente Usa Donald Trump, all’inizio del suo secondo mandato, ha parlato del Canada come del “51esimo Stato Usa” la rivalità ha travalicato i confini agonistici.
Nel febbraio 2025, nell’ambito del torneo delle quattro nazioni, i canadesi hanno battuto gli Stati Uniti e l’allora premier Justin Trudeau ha rivendicato subito il successo: “Non puoi portarci via il nostro Paese e non puoi portarci via il nostro gioco”, ha scritto sui social in quell’occasione. L’hockey è quindi diventato ancor di più simbolo identitario di una nazione la cui esistenza, da parte del vicino, è stata quasi messa in discussione.
Chi avrebbe vinto a Milano, avrebbe portato a casa l’alloro olimpico ma anche una fetta importante di orgoglio e rivendicazioni politiche. Il Canada ha messo in campo la sua esperienza nelle partite che contano, ma gli Usa hanno buttato sul piatto il loro pragmatismo. La rete ai supplementari di Jack Hughes ha significato la medaglia d’oro. E Trump non ha perso tempo sui social a rispondere a distanza a Trudeau. Mentre negli spogliatoi, a brindare con la squadra, c’era nientemeno che il direttore dell’Fbi Kash Patel. Finita l’Olimpiade, la rivalità proseguirà anche oltre e continuerà a infiammare l’intero mondo dell’hochey.
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