C’è una frase che suona come un paradosso, ma qui è cronaca: un cittadino svizzero residente a Bruxelles viene inserito in una lista di sanzioni dell’Unione Europea e, da un giorno all’altro, si ritrova senza conti bancari, senza libertà di movimento e, nella pratica, senza mezzi per vivere. Jacques Baud racconta di averlo saputo per vie informali il 12 dicembre, di aver cercato contatti con l’ambasciata svizzera competente e di non aver ricevuto alcuna risposta tempestiva. Il 15 dicembre, la pubblicazione ufficiale: sanzioni operative, effetto immediato.
Il dettaglio che inchioda la vicenda è semplice: le misure sono pensate per persone all’esterno dell’Unione, per impedire accesso, spostamenti, disponibilità finanziarie. Ma Baud vive nell’Unione. Il divieto di “entrare” nello spazio europeo, applicato a chi ci abita, diventa una gabbia burocratica. Lui stesso la descrive con parole nette: non è una prigione in senso tecnico, ma l’effetto è quello di un confinamento.
Diritto e metodo: prima la pena, poi l’accusa
Il cuore dell’affare non è Baud in quanto individuo, ma la procedura. Qui la sequenza si rovescia: non c’è contestazione, non c’è istruttoria, non c’è contraddittorio. Prima arriva la sanzione, dopo—eventualmente—la possibilità di dimostrare che è ingiusta. È l’opposto di ciò che l’Europa pretende di insegnare agli altri quando parla di Stato di diritto.
Baud insiste su un punto pratico, quasi brutale: anche comprare da mangiare diventa una “deroga” da chiedere, con autorizzazione del ministero competente. Se la macchina amministrativa è chiusa per festività, il cittadino sanzionato resta senza strumenti, appeso alla solidarietà privata. Questo non è un dettaglio umanitario: è la prova che il meccanismo non è stato pensato per colpire qualcuno “dentro”, ma viene usato lo stesso.
Il livello politico: la sanzione come arma interna
L’Unione adopera uno strumento di politica estera per produrre effetti interni. È qui che la storia cambia scala. Se le sanzioni, nate per contenere minacce esterne, diventano leva per disciplinare il dissenso o per delimitare il campo dell’opinione legittima, allora non stiamo parlando di sicurezza: stiamo parlando di controllo del sistema.
Le motivazioni riportate—propaganda, manipolazione dell’informazione, teorie di complotto—sono categorie scivolose. Non misurano un atto, ma un giudizio. E quando il giudizio politico sostituisce il fatto, la sanzione diventa una scorciatoia: non serve dimostrare, basta qualificare.
Scenari economici: il gelo finanziario come pena
Bloccare conti e rapporti bancari significa tagliare la vita quotidiana. Ma significa anche lanciare un segnale al sistema: chi è marchiato diventa “non bancabile”, non trattabile, non assicurabile. È una forma di interdizione economica che, se normalizzata, produce autocensura e prudenza preventiva. Non serve colpire in molti: basta colpire in modo esemplare.
In parallelo, la Svizzera si ritrova con un caso tossico mentre discute nuovi accordi con l’Unione. Per i contrari all’avvicinamento, Baud diventa una prova vivente: l’Europa che pretende integrazione è la stessa che può azzerarti senza preavviso. Il danno politico, qui, non lo subisce solo l’Unione: lo subisce anche chi, a Berna, sostiene la linea cooperativa.
Stabilità regionale e fratture interne
Quando uno strumento pensato per la deterrenza esterna viene usato in modo opaco, la credibilità si consuma. La sicurezza, in Europa, vive anche di fiducia: fiducia nelle regole, nelle garanzie, nella prevedibilità. Se la decisione appare “a sensazione”, come Baud racconta sia emerso da alcune reazioni istituzionali, l’effetto è corrosivo: alimenta polarizzazione, radicalizza le periferie dell’opinione pubblica, rafforza la propaganda avversaria che descrive l’Europa come ipocrita e repressiva.
L’Unione si presenta come potenza normativa: regole, diritti, procedure. Ma una potenza normativa vive e muore sulla coerenza. Se, nel nome della guerra dell’informazione, si crea un’eccezione permanente—punire per “narrazioni” e non per atti—si apre un precedente che può essere esteso. Oggi tocca a un analista sgradito, domani a un giornalista, dopodomani a un imprenditore che opera in aree “sensibili”. La geoeconomia dell’Europa, già sotto stress, non ha bisogno di ulteriore incertezza regolatoria: il capitale odia l’arbitrio, anche quando è “politicamente motivato”.
L’ora più buia
La vicenda Baud racconta un’Europa che, per difendersi, rischia di somigliare a ciò che dice di combattere. Non è una sentenza definitiva, ma un avvertimento. Se l’Unione vuole davvero essere forte, deve tornare a distinguere tra sicurezza e vendetta, tra contrasto e punizione, tra diritto e scorciatoia. Perché la prima linea di difesa non è una lista: è la credibilità delle regole.

