L’Unione europea esce indebolita e divisa dal rinnovo del sostegno finanziario all’Ucraina. Dietro la retorica dell’unità si nasconde una scelta strategica mai davvero discussa: puntare sull’idea che la Russia crollerà prima dell’Europa. Non è una strategia fondata su analisi verificabili, ma una scommessa politica che per reggere ha bisogno di un racconto coerente, ripetuto e difeso. È qui che entra in gioco il sistema mediatico europeo, e in modo particolarmente evidente quello italiano.
Negli ultimi anni, l’informazione sul conflitto ucraino ha progressivamente smesso di essere uno strumento di comprensione per diventare un meccanismo di conferma. Le notizie non servono più a interrogare la realtà, ma a rafforzare una narrazione già data per acquisita. La guerra non viene spiegata: viene raccontata come una favola morale, con buoni e cattivi rigidamente separati.
La pace come sospetto: quando anche il dissenso diventa colpa
In questo clima, persino l’appello del Papa all’Angelus, che ricordava come chi parla di pace venga oggi ridicolizzato ed espulso dal dibattito pubblico, è passato quasi sotto silenzio. Non per caso. Nell’Europa della comunicazione bellica, la pace è diventata un termine imbarazzante, la mediazione un sospetto. Lo si era già visto nel 2024, quando chiunque evocasse negoziati veniva accusato di indulgenza verso Mosca.
Il messaggio implicito è chiaro: discutere equivale a indebolire il fronte, dubitare significa tradire. Una logica che non riguarda solo la politica, ma che ha ormai permeato l’informazione.
Il ritorno del grottesco come strumento narrativo
Per sostenere l’idea di un avversario allo stremo e moralmente degenerato, la propaganda ha rispolverato storie sempre più grottesche: soldati russi talmente affamati da mangiarsi tra loro, unità “kamikaze” infette mandate a morire per contagiare il nemico, racconti di brutalità presentati come prove definitive. Il problema non è l’esistenza di propaganda in tempo di guerra, ma la sua ricezione acritica.
A colpire non è tanto l’origine di queste storie, quanto la loro diffusione senza filtri. Invece di preoccuparsi della disinformazione altrui, bisognerebbe interrogarsi su quella prodotta e rilanciata in casa nostra, ormai spesso al di sotto della soglia del ridicolo.
Il ruolo dei quotidiani italiani
In questo quadro, la responsabilità dei grandi quotidiani italiani è centrale. Testate come Corriere della Sera, la Repubblica e La Stampa hanno adottato da tempo una griglia di lettura sostanzialmente uniforme. Il conflitto viene presentato come uno scontro morale assoluto, in cui non esistono cause strutturali, errori occidentali o interessi divergenti, ma solo una linea da sostenere.
Il pluralismo non è formalmente scomparso, ma è stato svuotato. Le voci critiche, quando compaiono, sono confinate in spazi marginali, spesso neutralizzate da editoriali che ne riducono la portata. L’esperto accettabile è quello che conferma la narrazione dominante; quello che la problematizza diventa rapidamente sospetto.
Ancora più grave è l’abbassamento degli standard di verifica. Molti quotidiani italiani hanno rilanciato racconti provenienti esclusivamente da fonti ucraine o da presunte intercettazioni senza alcuna conferma indipendente: deportazioni di civili, sequestri notturni, accuse pesantissime presentate come fatti acquisiti. Il confronto delle versioni, principio elementare del giornalismo internazionale, è spesso scomparso. Il punto di vista russo non viene analizzato per essere confutato, ma ignorato o caricaturizzato, così da non doverlo affrontare.
Il moralismo al posto dell’analisi
Se i quotidiani hanno seguito la linea dell’allineamento, molti periodici di opinione l’hanno radicalizzata. In diversi settimanali, la guerra in Ucraina è diventata un test di purezza ideologica. Il lessico si è irrigidito, le categorie morali hanno sostituito quelle analitiche. Il termine “filorusso” è stato trasformato in una clava: non indica più una posizione politica, ma una colpa.
Essere definiti filorussi significa aver posto troppe domande, aver ricordato precedenti storici scomodi, aver sottolineato contraddizioni occidentali o semplicemente aver rifiutato il linguaggio emotivo imposto. Questo uso inflazionato dell’etichetta ha ristretto lo spazio del dibattito e impoverito la capacità di comprensione del conflitto.
Il caso Baud
È in questo contesto che esplode il “caso Baud”. Le sanzioni europee contro Jacques Baud, ex colonnello dell’intelligence svizzera e analista strategico, segnano un passaggio decisivo. Per la prima volta, un’analisi viene trattata come una minaccia alla sicurezza di un Paese terzo. Non perché dimostrata falsa, ma perché giudicata ideologicamente deviante.
La decisione non nasce da un tribunale, ma da un atto politico-amministrativo sostenuto dalle istituzioni europee sotto l’impulso di Kaja Kallas. Il messaggio è esplicito: non si puniscono gli errori, ma le interpretazioni non allineate.
Il silenzio della stampa italiana
Ancora più significativo è stato il comportamento dei media italiani di fronte a questo caso. Salvo rare eccezioni, ha prevalso il silenzio. Pochissimi giornali si sono interrogati sulla legittimità delle sanzioni, sulla loro compatibilità con la libertà di espressione o sul precedente che creano. La maggior parte si è limitata a riprendere le versioni ufficiali, rinunciando a qualsiasi analisi critica.
Questo atteggiamento rivela una crisi profonda: non tanto l’ostilità verso una singola figura, quanto l’accettazione passiva di un meccanismo di censura politica. È il segno di un’informazione che non si percepisce più come contropotere, ma come parte dell’ingranaggio.
La televisione come tribunale morale
La deriva non riguarda solo la stampa scritta. I talk show televisivi italiani hanno contribuito a creare un clima di sospetto permanente. Gli stessi esperti “autorizzati” occupano stabilmente i palinsesti, mentre le voci discordanti vengono interrotte, messe sotto accusa, costrette a giustificare non le proprie argomentazioni, ma le proprie intenzioni. Il confronto viene sostituito dall’interrogatorio morale.
Questa uniformità informativa ha un costo strategico. Sul piano economico e geopolitico, una guerra di logoramento produce effetti profondi: pressione sui bilanci pubblici, difficoltà industriali, dipendenze energetiche, fratture tra Stati membri. Un’opinione pubblica nutrita di certezze semplicistiche è impreparata ad affrontare queste conseguenze.
Sul piano militare, la ripetizione dell’idea di un nemico al collasso confonde il desiderio con l’intelligence. L’editoriale prende il posto dell’analisi strategica, con il rischio di decisioni fondate su percezioni distorte.
Difendere la democrazia rinunciando ad applicarla
Il punto più inquietante è il paradosso finale. Nel tentativo di difendere la democrazia, l’Unione europea adotta pratiche sempre più illiberali. E una parte rilevante dell’informazione italiana, invece di interrogare questa deriva, la accompagna per conformismo, militanza o timore dell’isolamento professionale.
A forza di voler vincere la guerra delle narrazioni, l’Europa rischia di perdere quella della credibilità. E senza credibilità, nessuna strategia – militare, economica o politica – può reggere a lungo.

