Il dibattito sul ruolo occulto dell’USAID, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale che l’amministrazione Trump vuole azzerare e porre sotto il controllo del Dipartimento di Stato, ha valicato i confini degli Stati Uniti. Sì, perché tale agenzia, ufficialmente istituita per gestire aiuti umanitari e assistenza in oltre 100 Paesi nel mondo con un budget di oltre 46 miliardi di dollari, è stata impiegata, nel corso degli anni, dallo stato di sicurezza americano per operazioni di destabilizzazione, “regime change” e ingerenza in Paesi stranieri. Come? Anche attraverso il finanziamento, diretto o indiretto, di media spacciati per “indipendenti”, agenzia stampa ed enti benefici ad esso collegati.
Dollari a media in tutto il mondo
Un’inchiesta del giornalista Lee Fang ha portato alla luce il controverso ruolo dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale nel finanziare testate giornalistiche e iniziative editoriali tutto il mondo, sollevando non poche domande sull’indipendenza e l’imparzialità di queste testate.
Uno dei casi più emblematici citati da Fang riguarda Coda Story, un’organizzazione giornalistica con sede a New York che si occupa di “contrastare la disinformazione”, in modo particolare quella proveniente dalla Federazione russa. Un rapporto di audit ha rivelato che Coda Story ha ricevuto finanziamenti speciali dalla National Endowment for Democracy (NED), un’organizzazione non profit strettamente legata a USAID. Fondi impiegati per per sostenere le sue iniziative giornalistiche, il che solleva numerosi interrogativi sulla possibile influenza esercitata dai finanziatori sulla testata.
Un altro esempio interessante è quello dell’Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP), un’organizzazione giornalistica investigativa nota per aver contribuito a scandali come i Panama Papers. L’OCCRP dipende in larga misura da finanziamenti del Dipartimento di Stato e di USAID. Come riportato da Ryan Grim, questi fondi governativi – 11 milioni di dollari da agenzie statunitensi, di cui 5,7 milioni provenienti direttamente da USAID – non sarebbero privi di “condizionalità”. OCCRP ha smentito in una nota, tuttavia, il fatto che i donatori abbiano un’influenza sulla politica editoriale e ribadito la sua totale trasparenza.
Lee Fang sottolinea inoltre come i fondi di USAID vengano indirizzati verso appaltatori che gestiscono testate giornalistiche in tutto il mondo, tra cui Pact, Inc. e l’East West Management Institute. Un caso particolarmente controverso è quello di Internews, un’appaltatrice di USAID che opera e finanzia diverse testate ucraine. Internews opera in Europa, America Latina, Medio Oriente e Africa, con gran parte dei suoi finanziamenti provenienti da USAID. Tuttavia, il congelamento dei fondi di USAID sta avendo un impatto significativo su queste operazioni mediatiche.
Come riportato da Voice of America, testate “indipendenti” in oltre 30 paesi, tra cui Austria, Ucraina e Myanmar, stanno affrontando tagli o rischiano di chiudere a causa di questa misura. Ironia della sorte, Voice of America stessa è finanziata dai contribuenti americani.
RSF denuncia: 268 milioni di dollari congelati per i “media indipendenti”
Secondo Reporters Without Borders (RSF), il blocco dei finanziamenti da parte dell’agenzia governativa statunitense USAID ha messo in pausa 268 milioni di dollari destinati quest’anno al sostegno del “giornalismo indipendente e alla libera circolazione delle informazioni”. Negli anni recenti, riporta il Columbia Journalism Review, USAID ha finanziato oltre 6.000 giornalisti, circa 700 redazioni indipendenti e quasi 300 organizzazioni della società civile focalizzate sui media in una trentina di Paesi. Tuttavia, il vero impatto del blocco dei fondi è difficile da misurare, avverte RSF, poiché molte delle realtà colpite evitano di parlarne apertamente per timore di perdere ulteriori finanziamenti o di esporsi a ritorsioni politiche.
Alcune testate giornalistiche esiliate da Iran e Bielorussia hanno raccontato a RSF, sotto anonimato, di essere state costrette a prendere misure drastiche per sopravvivere. In Camerun, il sito investigativo DataCameroon ha dovuto sospendere progetti legati alla sicurezza dei giornalisti e alla copertura delle elezioni imminenti. La situazione è particolarmente critica in Ucraina, dove il 90% dei media dipende dai finanziamenti USAID. Olga Rudenko, direttore del Kyiv Independent, ha scritto la scorsa settimana che il congelamento dei fondi ha avuto un impatto negativo “paragonabile alla pandemia di COVID-19 e all’inizio dell’invasione russa su larga scala”, e potrebbe persino superarli in gravità se non verrà revocato.
Soldi anche all’ente benefico della BBC
La scure di Donald Trump e del DOGE di Elon Musk sull’USAID potrebbe avere ripercussioni anche su BBC Media Action, il braccio umanitario dell’emittente inglese, finanziato da donazioni. Secondo quanto riportato dal Telegraph, la decisione potrebbe privare la BBC di milioni di sterline di finanziamenti, mettendo a rischio progetti cruciali in alcuni dei Paesi più poveri del mondo.
L’ente benefico della BBC si occupa principalmente di formare giornalisti e migliorare i sistemi di comunicazione nei Paesi in via di sviluppo. L’agenzia statunitense è il secondo maggior donatore della charity britannica, avendo contribuito con 2,6 milioni di sterline nel solo anno fiscale 2023-24. Il principale finanziatore rimane l’Ufficio per gli Affari Esteri, il Commonwealth e lo Sviluppo del Regno Unito, che ha donato oltre 3 milioni di sterline.
Collaborando con partner locali, l’emittente spiega che “BBC Media Action aiuta le comunità più esposte alla manipolazione dell’informazione e alla sfiducia nei media, con particolare attenzione ai gruppi emarginati e ai giovani come motori del cambiamento. L’organizzazione si allinea agli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, impegnandosi a non lasciare indietro nessuno e a garantire che anche le voci meno ascoltate possano avere un impatto nel dibattito pubblico”.
Le accuse rivolte a Politico: cosa c’è di vero
Partiamo col sfatare – almeno in parte – una teoria che ha visto coinvolta la testata POLITICO. Molti tweet diventati virali su X hanno accusato il magazine con sede a Arlington County, Virginia, di proprietà dell’azienda tedesca Axel Springer (Bild), di aver ricevuto 8 milioni di dollari da USAID. Non è (esattamente) così. I registri ufficiali dei contratti di USAID mostrano che l’agenzia ha speso solo 24.000 dollari – e non gli 8,1 milioni di dollari citati nei post virali – per servizi di abbonamento a POLITICO. Gli 8,2 milioni di dollari complessivi rappresentano pagamenti dell’intero governo per abbonamenti premium, come quelli a POLITICO Pro, un servizio a pagamento che fornisce analisi approfondite su politica e industria.
Tutto è nato a causa di un malinteso di fondo. La questione degli abbonamenti governativi a POLITICO è esplosa dopo che, martedì, la testata ha avuto problemi tecnici che hanno causato ritardi nei pagamenti degli stipendi. In seguito, diversi utenti hanno analizzato i dati pubblici di USAspending.gov, scoprendo che il governo aveva versato 8,2 milioni di dollari a POLITICO negli ultimi 12 mesi.
Le parole di Karoline Leavitt
Questa tesi ha dato il via a un’ondata di tweet virali, nei quali si sosteneva erroneamente che il magazine fosse finanziato direttamente da USAID e che il ritardo nei pagamenti fosse dovuto alla sospensione dei fondi governativi. Il Dipartimento della Salute ha speso 1,37 milioni di dollari per abbonamenti, seguito dal Dipartimento degli Interni con 1,35 milioni, secondo USAspending.gov. Gli abbonamenti possono costare tra i 12.000 e i 15.000 dollari. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dichiarato che gli oltre 8 milioni di dollari dei contribuenti destinati agli abbonamenti non verranno più spesi e che il Doge team sta lavorando per annullare i pagamenti, sottolineando che l’amministrazione sta rivedendo ogni voce di spesa per valutare se serva davvero gli interessi del popolo americano.
I vertici della testata hanno ribadito con fermezza che la società “non ha mai beneficiato di programmi o sussidi governativi” e che la “stragrande maggioranza” delle entrate deriva da abbonamenti provenienti dal settore privato. “Sappiate che la nostra attività è solida e duratura”, hanno affermato in una nota interna, cercando di rassicurare sia il pubblico che i dipendenti.
Tuttavia, la testata si è rifiutata di rispondere alle numerose richieste di chiarimento avanzate da giornalisti come Glenn Greenwald, un aspetto che rimane controverso e che necessita di una pronta spiegazione. Se è vero che POLITICO non ha ricevuto direttamente 8,2 milioni di dollari da USAID, è innegabile che l’acquisto di abbonamenti pro da parte di enti o organizzazioni legate all’agenzia rappresenti una forma di sostegno, seppur indiretta e legittima, alla testata stessa. Questa reticenza nel fornire risposte chiare rischia di alimentare ulteriori dubbi e domande, soprattutto in un contesto in cui la trasparenza è fondamentale per mantenere la fiducia del pubblico.
In generale, davvero una testata può dirsi veramente “indipendente” se accetta finanziamenti di questo tipo? Se testate e giornalisti dipendono da finanziamenti statali o governativi stranieri, fino a che punto possono realmente definirsi indipendenti? E soprattutto, la loro sopravvivenza economica li rende più vulnerabili a pressioni editoriali? La questione resta aperta e impone una riflessione più ampia. Emerge, inoltre, una grande contraddizione e ipocrisia di fondo di tutta questa vicenda: da un lato, infatti, l’agenzia americana afferma di sostenere la libertà di stampa nei Paesi più repressivi, dall’altro, però questi stessi fondi sono stati spesso utilizzati come strumenti di influenza e ingerenza politica. Ma se il giornalismo è, per definizione, il cane da guardia del potere, la sua indipendenza non dovrebbe essere condizionata, nemmeno dai “buoni”.